At The Drive-In al Fabrique di Milano: la recensione del concerto

At The Drive-In al Fabrique di Milano: la recensione del concerto

La storia degli At The Drive-In non è mai stata facile. Agli albori dei duemila, dopo appena otto anni di attività, si sciolsero citando “differenze creative” come causa principale. D'altronde bastava guardare un qualsiasi video dell'epoca per rendersi conto che non sarebbero durati a lungo; i membri della band parevano vivere per le canzoni che sera dopo sera suonavano con la foga di chi su quella musica ci aveva appeso la propria vita: carismatici, anfetaminici, tarantolati, ricordavano gli Stooges o gli MC5, avevano la carica autodistruttiva degli ultimi Nirvana unita alla consapevolezza sociale dei Fugazi. Semplicemente troppo, e quel troppo alla fine li fece implodere, come spesso capita a quelle band che riescono a lasciare un marchio indelebile nella musica.

Ci avevano riprovato una prima volta solamente quattro anni fa, riformandosi nella line up storica con un Omar Rodríguez-López scarico, cosa che li convinse a rimettere la band in naftalina quasi subito. Ora che paiono davvero pronti a riattaccare la spina, ecco che a pochi giorni dall'inizio del tour – che oltre all'Europa toccherà anche gli USA, con la promessa di un nuovo disco all'orizzonte – arriva la notizia che Jim Ward non sarà della partita (e in questo caso si parla di problematiche personali non meglio specificate). Cosa aspettarsi dunque dall'ennesima rinascita di una delle poche band che negli ultimi vent’anni ha fatto davvero scuola, metro di paragone per tante che dopo di loro si sono cimentate nel post-core?

Passate da poco le 21, si abbassano le luci del Fabrique, nella periferia di Milano, dove la band è approdata per la tappa italiana del tour, ieri, 7 aprile.
Percussioni ossessive introducono sul palco gli At The Drive-In, che aprono le danze lanciandosi subito nella fulminante Arcarsenal, seguita da una micidiale Patter Against User, che scatena il delirio tra il pubblico che ha riempito all'inverosimile il locale per l'unica data italiana della band di El Paso. Stage diving, moshing come se non ci fosse un domani, gente coinvolta (e sconvolta) che finalmente vede o (ri)vede – perché l'attesa è stata davvero lunga – una band al massimo splendore e ormai matura, pienamente consapevole dei propri mezzi e della propria forza, a suo agio con la sua stessa potenza.

Le urla del carismatico frontman Cedric Bixler-Zavala arrivano dritte alla pancia come martellate di pura scuola hardcore, e le divagazioni chitarristiche di Omar fanno intuire quanto la band sia stata influenzata tanto dai nomi più importanti del movimento post-core (Drive Like Jehu, Quicksand), quanto dalla follia degli ultimi Black Flag. La sezione ritmica – Paul Hinojos al basso e Tony Hajjar alla batteria – crea un poderoso muro sonoro in grado di scombussolare una platea ormai assuefatta a cantautori privi di spina dorsale che hanno invaso le classifiche degli ultimi anni. Convince pienamente anche Keeley Davis, il sostituto di Jim Ward (colui che ha sempre scolpito il tessuto sonoro della band con sciabolate alla chitarra e controcanti ai limiti dell’urlo), che alcuni ricorderanno per essere stato il cantante degli Engine Down e il chitarrista degli Sparta, la band fondata proprio da Jim Ward dopo lo split degli At The Drive-In nel lontano 2001.

La setlist, per lo più incentrata su pezzi tratti dal loro disco più conosciuto (“Relationship of command”), non tralascia brani tratti dal sottovalutato EP “Vaya”, fino a recuperare “Lopsided” e “Napoleon Solo” dal loro secondo disco del 1998 (“In/Casino/Out”). Il momento catartico della serata arriva sulle note di “Metronome Arthritis”, che con i suoi impressionanti saliscendi sonori colpisce tutti i presenti, anche i pochissimi distratti.

La musica degli At The Drive-In appare un tutt’uno con il pubblico; sembra di assistere ad un concerto dei Fugazi, lo noti dagli occhi dei fan e anche dagli sguardi tra i membri della band. Anzi, molto più semplicemente sembra di essere ad un concerto degli At The Drive-In degli anni novanta, e pensandoci bene non è affatto cosa da poco. Pochissimi smartphone, nessuno che riprende lo show con il tablet bloccando la visuale agli altri, insomma nessun ostacolo tra la band e i fan. Loro, dicevamo, sono al massimo splendore, cosa per niente scontata nel “mondo delle reunion”, da quelle più indie fino a quelle mainstream.

Dopo meno di un'ora e mezza la band si congeda con l'incendiaria, oggi come ieri, One Armed Scissor, per quella che è stata tanto una celebrazione quanto un punto di (ri)partenza di una delle migliori band in circolazione. Quella degli At The Drive-In è una delle grande reunion dell'anno, senza se e senza ma. Se dovessero capitare dalle vostre parti non perdeteveli, per nessuna ragione al mondo.

Menzione d'obbligo per gli opening act della serata, Le Butcherettes, ottimo trio garage punk messicano capitanati dalla giovane Teri Gender Bender (che solo qualche anno fa ha formato i Bosnian Rainbows con Omar Rodríguez), che convincono con un riuscito mix tra PJ Harvey, Bikini Kill e Sleater-Kinney, e conquistano totalmente il pubblico, complice l'esuberanza della leader della band che verso la fine del set scavalca le transenne e si mette a ballare con alcuni fan. Faranno strada.

(Luca Villa)

SETLIST

    Arcarsenal
    Pattern Against User
    Sleepwalk Capsules
    300 MHz
    Cosmonaut
    Lopsided
    Invalid Litter Dept.    
    Enfilade
    Metronome Arthritis
    Proxima Centauri
    Quarantined
    Catacombs
    
    BIS:
    Napoleon Solo
    One Armed Scissor

 

 

 

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