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NEWS   |   Pop/Rock / 17/09/2004

Vita, morte e miracoli nel nuovo disco di Willy DeVille

Vita, morte e miracoli nel nuovo disco di Willy DeVille
Si è tagliato il pizzetto da pirata, ha smesso gli abiti da lupo mannaro voodoo per quelli del ribelle pellerossa, ha chiuso il cerchio dei suoi vagabondaggi tornando a vivere a New York. Ma è sempre Willy DeVille: guascone, ciarliero, con l’aria del simpatico mascalzone che forse non avresti voglia di incontrare in un vicolo buio, di sera. Fedele ai suoi tatuaggi e ai suoi lunghissimi capelli corvini come al liquoroso cocktail di r&b, musica mariachi, blues, country e soul che caratterizza anche il nuovo disco in circolazione da qualche giorno, “Crow Jane Alley”.
Al bar dell’hotel milanese dov’è di passaggio per promozione beve Red Bull, offre tequila e si presta volentieri ad un giro a ruota libera tra racconti e ricordi, spiegando innanzitutto perché ha deciso di tornare al punto di partenza. “New York, New Orleans, Mississippi, New Mexico… Sarà che sono mancino, ma ad un certo punto ho deciso di rifare la strada all’incontrario, di nuovo da Sud a Nord, verso New York City. Da New Orleans me ne sono andato perché faceva troppo caldo: soprattutto se è il mese di agosto e ti metti ad allevare cavalli come ho fatto io. Ti tocca fare la doccia e cambiarti tre volte al giorno. E’ come essere in Vietnam, o nella giungla. E io in fondo sono ancora uno del Nord, non sono mai riuscito ad acclimatarmi: persino Dr. John oggi vive a New York e torna a casa di rado, quando il tempo diventa più clemente”. Problemi con la gente del posto? “No, anzi, è per quello che sono rimasto lì così a lungo. Ai tempi di ‘Victory mixture’ giravo in tour con una New Orleans Revue che comprendeva Mack (Dr. John), Eddie Bo, Zachary Richard, i Wild Magnolias… Finanziariamente fu un disastro: gli aerei erano sempre in ritardo, gli hotel facevano regolarmente schifo, e io ero il ragazzino della banda. Mi toccava badare agli altri, preoccuparmi che gli ‘anziani’ fossero a loro agio senza darglielo a vedere. Ma una volta sul palco, quando cominciava la musica, dimenticavamo tutto. Proprio un gran divertimento, con i percussionisti del Mardi Gras che ad un certo punto spuntavano tra il pubblico e si mettevano a cantare ‘When the saints go marchin’ in’ ”.
Da lì il trasferimento nel Mississippi, in un ranch popolato dagli amati cavalli. “Ho lasciato perdere quando si è trattato di abbattere il mio, di cavallo, uno stallone Appaloosa che aveva un tumore al ginocchio. Ma già prima avevo capito che fare il mercante di cavalli non era il mio mestiere: quando arrivava il momento di venderli non ci riuscivo perché ci ero troppo affezionato”. Di seguito, il New Mexico: “Cerrillos, 45 minuti a Sud di Santa Fe. Il posto dove hanno girato il film ‘Young guns’, vicino a una cittadina new age che si chiama Madrid (da leggersi Mad-rid: come liberarsi dalla pazzia, o qualcosa del genere). Come racconto in una canzone, un giorno sono andato nel deserto per scuotermi di dosso gli spiriti maligni che mi sentivo appresso. Dissi a mia moglie che volevo andarmene, che avevo paura. Poi, una mattina lei mi sveglia informandomi che due aerei si erano abbattuti sul World Trade Center: l’America sotto assedio. Non mi sento molto a mio agio, devo ammettere, nel mondo di oggi. Se guardo i notiziari per dieci minuti ne esco terrorizzato. Io non mi occupo di politica: ma quando ho paura so che è arrivato il momento di andarmene. Così oggi ho un piede a New York, ma mi piacerebbe trovar casa in Corsica”.
E’ tornato a casa, ma senza nostalgie, il portoricano della Grande Mela. “I tempi del CBGB’s? Un brutto periodo, ti sbattevi per un contratto e per realizzare il tuo sogno mentre gli squali ti giravano intorno. E tra i gruppi c’era una competizione feroce. L’unica per cui ho soltanto belle parole da spendere è Debbie Harry. Lei ha sempre conservato un sano senso dell’umorismo, è sempre rimasta gentile. Dove sono finiti, gli altri? Io ho tenuto duro grazie alla solidità della mia educazione musicale: ho vissuto un’adolescenza magari un po’ dickensiana, ma salutare. Gli altri ascoltavano musica inglese, io ammiravo James Brown che si buttava in ginocchio”.
Dopo un apprezzato disco live in forma di trio acustico (“Mi trovo a mio agio, a cantare con una sigaretta accesa, un bicchiere di vino, un contrabbasso e un pianoforte. Lo rifarò, ma non subito. Non voglio passare per un cantante lounge, non mi va di esibirmi all’Holiday Inn mentre la gente si fa i fatti suoi”), è tornato ad atmosfere più consuete col nuovo album registrato a Los Angeles. “John Philip Shenale, il produttore, è un musicista che aveva già lavorato con me per ‘Loup garou’ e ‘Backstreets of desire’. Ha una mente matematica: lui teneva le cose in ordine, io mi occupavo di cantare. E sa fare quello che ogni buon produttore dovrebbe fare: tirare fuori il meglio da un artista”. Non è sempre andata così, a leggere certe cronache del passato… “Non tutte le ciambelle riescono col buco, ma amo tutti i dischi che ho fatto come dei figli: non li divido in buoni e cattivi, ognuno ha una sua personalità differente. Con Jack Nitzsche, il mio primo produttore, le cose andarono bene: anzi, fu lui a convincermi che non avevo bisogno di nessuno, che sapevo già esattamente quel che volevo. Così, in dischi come ‘Le chat bleu’ cominciai a fare da solo. L’unico motivo per cui sui crediti di quel disco c’è il nome di Steve Douglas – è già morto, che Dio lo benedica - è perché la Capitol lo volle ingaggiare per accudirmi: non volevano che me ne andassi a Parigi da solo. Com’è nata la collaborazione con Mark Knopfler (produttore di “Miracle”)? A quei tempi ero molto amico di sua moglie” (e lo dice ridacchiando).
A Nitzsche, leggendario braccio destro di Phil Spector di cui condivideva genio e bizzarrie, è dedicata la canzone che intitola l’album. “Sì, ‘Crow Jane Alley’ racconta delle ultime notti che ho trascorso con Jack, quando lui era già moribondo. Narra di una strada e di un hotel, una specie di collage dei peggiori alberghi che io abbia mai visto. Quelli in cui sembra che qualcuno abbia appena pisciato sul pavimento. Dove trovi capi sudici di biancheria intima femminile buttati per terra. Dove – mi è successo a Nashville – entri in bagno e ci trovi una sedia e un cappio appeso al soffitto, come se qualcuno si fosse appena suicidato. Crow Jane Alley è il nome del vicolo che sta dietro l’hotel. Lì c’è il drugstore in cui sono andato a fare le ultime commissioni per Jack. Ho avuto la fortuna di avere dei buoni maestri: lui, Dr. John, Doc Pomus. E proprio Nitszche mi ha dato un consiglio prezioso: quello di non gettare ai quattro venti i miei segreti”.
L’album che porta lo stesso titolo sembra una summa dei suoi dischi precedenti: “Ho imparato presto che avrei fatto bene a non indossare troppi cappelli, a restare fedele a quel che so fare. Non ho mai fatto musica dance, non ho mai seguito le mode, ho sempre fatto dischi per me stesso. La cosa più importante è che piacciano a me". Con in scaletta una romantica cover di “Slave to love” di Bryan Ferry: “Non lo conosco bene, ma l’avevo sentito cantare la canzone durante uno show televisivo in cui tutti e due eravamo ospiti. Mi piacque immediatamente e mi è rimasta subito in testa. E’ una di quelle ballate che mi calzano come un guanto”. Ma per il resto la ricetta è quella classica, con molta musica tradizionale (“E’ vero”, ammette, “ho un po’ lo spirito del bibliotecario, o meglio del musicologo”) e l’inconfondibile voce a dare un tocco speziato in più. “In giro c’è troppa gente che tende a forzare la vocalità”, dice Willy. “Io non mi esercito neppure, non l’ho mai fatto. Non uso tecniche particolari. Bisogna capire che la voce proviene da parti differenti del corpo. Le origini del canto risalgono alla cultura africana e all’usanza di indossare maschere. Ogni maschera evoca uno spirito diverso, e ogni volta che lo spirito entra dentro di te, finisci per diventare qualcun altro”. Forse è il suo modo di stabilire un contatto con l’altro mondo: quello in cui oggi abitano la ex moglie Lisa (morta nel 2001) e molti dei suoi vecchi amici. “A parte i ragazzi della band, sono scomparsi tutti, ogni disco che ho fatto è stato scandito da qualche perdita. Fa parte della vita, lo so. Ma questo non allevia il dolore” sospira DeVille, stavolta senza maschere.
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