Brian May & Kerry Ellis all'Auditorium di Roma: la recensione del concerto

Brian May & Kerry Ellis all'Auditorium di Roma: la recensione del concerto

Quella che mi accingo a narrare è la spettacolo di un astrofisico che si è trovato a trascorrere parte della vita come protagonista della storia del rock. Racconterò la simbiosi sonora tra un fine umorista inglese ed una splendida interprete di musical. Cercherò la sintesi di una potente cascata emotiva, scaturita quasi per caso in una di quelle sere dove sarebbe saggio restare chiusi in casa. Fuori piove, il vento è forte, l’aria è fredda e tuona.

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Alle 20:45 entro nella Sala Santa Cecilia.

Mi siedo, guardo il palcoscenico. Uno schermo è posto al centro ed ai suoi lati ci sono piccole luci fisse come stelle. Gruppi di candele riscaldano l’atmosfera mentre in sottofondo suoni di musica classica riempiono l’ambiente. Da sinistra verso destra c’è un amplificatore, una tastiera, la postazione con sgabello e microfono di Kerry Ellis, accanto quella di Brian May. Niente altro. Una scenografia scarna di elementi, tesa all’intimismo. Intorno a me prende posto su comode poltrone il pubblico del concerto: rockers, hipsters, professionisti, giovanissimi, coppie di amici e coppie di fatto. Il chitarrista dei Queen attrae un pubblico composito. Su tutti emerge il modello famiglia: genitori con figli al seguito, come in un centro commerciale. Pur essendo domenica, l’Auditorium non è ancora un centro commerciale. Ha una libreria molto grande, un ampio parcheggio ed un ristorante altrettanto importante, ma tecnicamente ancora sembra resistere come centro culturale. Alle 21:15 le luci in sala vengono abbassate, segnale che lo spettacolo stia per cominciare. Sullo schermo al centro del palco viene proiettato un curioso video di animazione in stile manga, con musiche ed immagini ispirate a “Flash” dei Queen. L’ultimo frame del video recita: “Salva i tassi, firma la petizione”, un invito a sostenere la petizione contro il governo britannico che vuole procedere all’eliminazione controllata della specie animale. Salgono sul palco Brian May e Kerry Ellis. Il pubblico si esalta. L’emozione di avere a pochi metri il chitarrista di una tra le più grandi formazioni che la storia del rock abbia prodotto è un brivido che scorre in tutti i presenti. Si accomodano sugli sgabelli al centro del palcoscenico, con loro solo la chitarra acustica che imbraccia Brian May. Il brano d’apertura è “I (who have nothing)” di Ben E. King, originariamente scritto da Mogol con il titolo “Uno dei tanti”. Per omaggiare entrambe le canzoni, ed il pubblico presente, l’ottima Kerry Ellis si esibisce anche in una strofa in italiano. Nel video che scorre alle spalle dei due artisti un’alba africana accompagna le note. Termina il brano ed il pubblico è in estasi. In italiano Brian May e Kerry Ellis si presentano, salutano e ringraziano Roma. La platea reagisce in maniera fantastica. Ogni volta che Brian May parla fa silenzio per ascoltare, non appena il chitarrista termina la frase esplode in un boato di approvazione. Il brano seguente, introdotto da Kerry Ellis, è “Butterfly”, “farfalla” come pronuncia in un perfetto italiano. Il timbro vocale pulito e caldo, rilassa e coinvolge. La resa dei due soli strumenti in scena, chitarra e voce, conquista. Il minimalismo degli arrangiamenti riduce allo scheletro la forma canzone, eppure quello che rimane risplende. A fine brano Brian May chiama sul palco la “favolosa orchestra” che accompagnerà il resto dello spettacolo. Sul palco sale il tastierista Jeff Leach. Viene presentata una canzone che ha come tema la “polvere”, perché ogni cosa è polvere, noi siamo polvere, polvere di una supernova. Sul secondo ritornello di “Dust in the wind” entra il suono del piano e Brian May si libera in un assolo. Il tocco è inconfondibile. Unico il suono prodotto. Viene introdotto Pitt, il roadie che consegna, accorda, e ritira le preziose chitarre del chitarrista. Con lui May avvia un siparietto che si ripeterà più volte tra fine ed inizio di ogni brano, fino a che non sarà lo stesso chitarrista ad ironizzare dicendo, “This is a comedy show, know this”. Stupisce la capacità di Brian May di far ridere con un umorismo elegante ed efficace. Ha i tempi perfetti di un fine british humor che impreziosisce e stempera il forte impatto emotivo. Prima di eseguire “Tell me what you see” dei Beatles mostra al pubblico una piccola chitarra da lui progettata, la Mini May che inizialmente chiama “Mini Me” citando il personaggio comico del film Austin Powers di Mike Myers.

Funzionale la gestione dei momenti dello spettacolo in un alternarsi di allegria, impegno ambientale e commozione. Kerry Ellis introduce “Born Free”, canzone tratta dal film del 1966, spiegando che con Brian May condivide l’amore per gli animali, un tema importante e caldamente proposto all’interno di tutta la serata. Sullo schermo appaiono immagini di leoni ed altri animali della savana avvicendati alle immagini della Born Free Foundation, la fondazione che i due artisti sostengono dal 2012. Quindi è Brian May a cambiare passo, chiedendo timidamente se sia possibile eseguire una canzone dei Queen. Per convincere delle sue buone intenzioni garantisce sarà soltanto una. “Maybe”, aggiunge poi. Prende la dodici corde e chiede alla platea di accompagnare l’esecuzione col canto. Chitarra, piano e voce danno vita ad una meravigliosa versione di “Somebody to love” dove il pubblico stupisce anche il celebre artista per la qualità del coro. Le strofe sono divise tra le due voci del concerto, ma un terzo ospite entra prepotentemente nel novero delle sorprese della serata, le persone sedute sono emozionanti ed intonate. Lo stesso May sottolinea, continuando a suonare, “Eh… Bellissimo!”, ed a fine brano sentenzia con un nostrano “Eccellente” la riuscita del momento musicale. La presenza di Freddie Mercury è tangibile. Non solo perché viene ricordato attraverso le sue, le loro canzoni, ma perché quell’energia che i più hanno potuto apprezzare solo attraverso dei filmati è emanata dal talento del professore di astrofisica. Si percepisce chiaramente il legame ancora forte tra i due, ed ogni volta che Brian May accenna a Freddie, un velo di commozione gli si posa sul viso. Al cantante scomparso viene dedicata “Life is real”, con un lungo applauso scatenato da una foto proiettata sullo schermo. Ma l’apice si raggiunge durante l’esecuzione di “Love of my life”. L’emozione crescente deflagra con le prime note del brano, il dono condiviso scardina il cuore anche dei più restii. Al termine non è solo il pubblico a commuoversi, un lungo lunghissimo applauso sorprende il rocker inglese con qualche lacrima improvvisa. Dura poco perché il chitarrista, con esperienza, supera il momento attraverso l’allegra “39” dei Queen. L’attacco è imposto e l’effetto immediato. Tutta la sala si lascia trascinare e, a tempo, accompagna con il battere delle mani. È gioia pura, che sia tale lo dimostrano i bambini presenti. Ballano su “Bye Bye Love” e su “Roll with you”, l’ultimo brano prodotto dal duo. Il ritmo coinvolge ma c’è una cosa che a tutti piace fare, qualsiasi età si abbia: battere le mani su “We will rock you”. Avviene nel finale dello spettacolo trasformandolo in un concerto rock a tutti gli effetti. May chiede alla gente di alzarsi e ballare. Il pubblico non se lo fa ripetere. Oltre ad alzarsi si sposta sotto il palco approfittando dell’atmosfera. È un tripudio. I due artisti ne approfittano per salutare ed uscire. Rientrano dopo poco per eseguire “No one but you”, l’unico brano in cui Brian May canta senza indossare una delle sue chitarre. Salutano ed escono, questa volta davvero, con “This thing called love”.

Avrei avuto voglia di lasciare su carta ogni fase del concerto, ogni singola canzone, tanto lo spettacolo è stato intenso. Mi rendo però conto che una cosa del genere richiederebbe molte più parole di quanto la forma di un articolo possa contenere. Dubito, comunque, riuscirei a trasmettere l’energia e la profondità di ciò che ha potuto provare chi era presente. Ho omesso molto, dall’importanza del musical tanto nell’artista Kerry Ellis quanto nella dinamica del concerto, al lungo solo di Brian May, in cui c’è stata la citazione di “Arrivederci Roma”, e poco si è detto anche del brano che dà il titolo al tour, “One Voice”. Per la prima volta ho ascoltato Brian May dal vivo e mi ritengo decisamente fortunato. Ci ha salutato dicendo testualmente: “Arrivederci Roma”. Ed io ho pensato solo “sì”.

(Giorgio Collini)

Setlist

INTRO [Save The Badger Badger Badger, video]
I (who have nothing) [Ben E. King, cover]
Butterfly
Dust in the wind [Kansas, cover]
Born Free [Matt Monro, cover]
Somebody to love [Queen, cover]
If I loved you [Carousel musical, cover]
Tell me what you see [Beatles, cover]
Nothing really has changed
The way we were [Barbra Streisand, cover]
Something [Beatles, cover]
One voice [Wailin’ Jennys, cover]
Bye bye love [Everly Brothers, cover]
Life is real [Queen, cover]
I’m not that girl [Wicked musical, cover]
Guitar solo – Last Horizon/Arrivederci Roma/Brighton Rock
Love of my life [Queen, cover]
’39 [Queen, cover]
Roll with you
We will rock you [Queen, cover]

BIS

No one but you (only the good die young) [Queen, cover]
Crazy little thing called love [Queen, cover]

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