The Tallest Man On Earth al Quirinetta di Roma: la recensione del concerto

The Tallest Man On Earth al Quirinetta di Roma: la recensione del concerto

Il concerto che offre oggi il Teatro Quirinetta ha il sapore dell’avvenimento speciale.

I biglietti sono andati esauriti in poco tempo e tanti sono coloro disposti, almeno scorrendo la bacheca social dell’evento, a bizzarri compromessi pur di ottenere l’agognato ingresso allo spettacolo. L’artista ospitato è The Tallest Man On Earth, nome lungo di uomo alto su una terra giusta, che identifica il cantante e musicista svedese Kristian Matsson. Arrivando, la strada su cui affaccia il locale brulica di persone in movimento. Al contrario di quanto avrei immaginato l’accesso agli spazi del Quirinetta avviene in maniera regolare e scorrevole. Sono passate da poco le 21:00 ed entro, accomodandomi in una platea già densamente affollata. Incerto sull’orario di inizio dello spettacolo, torno sulla bacheca social per approfondire le informazioni e rimango colpito da ciò che leggo. Ci sono richieste di biglietti in tempo reale da persone arrivate sin davanti il teatro nel tentativo di recuperare un accesso dell’ultimo minuto. L’amore e la voglia di ascoltare dal vivo questo artista è davvero sconfinata tra gli appassionati. Quattro album all’attivo, trentadue anni, una timbrica che ricorda il menestrello Dylan ed atmosfere folk sono i caratteri con cui si presenta il cantautore, per l’occasione accompagnato da una band di quattro elementi. Tra il pubblico mi sembra di individuare visi relativamente giovani. Credo che la maggioranza appartenga alla fascia di età venti-trenta, gli anni dell’università e delle migliori speranze nella ricerca del lavoro. Ci sono anime pervase di poesia nel fulcro della scoperta socio-culturale infiammate dal sincero desiderio di arricchimento emotivo. Insomma, un pubblico ideale.

Alle 21:30 sale sul palco Markus Svensson, cantautore anch’esso, svedese anch’esso, con solo chitarra, voce e cappello indie. Presenta cinque brani del suo progetto musicale, The Tarantula Waltz. La voce è calda, coinvolgente tra sospiri e melodie. Si percepisce tanto la capacità che il talento di eseguire musica, nonostante le luci di sala accese ed il generale brusio riservato inconsapevolmente, ma puntualmente, alle band di apertura in un concerto. Dopo mezz’ora esatta, termina l’esibizione e lascia il palco libero per il lavoro dei roadie. La sala ora è al completo. Trascorre un quarto d’ora, si abbassano le luci e dalle casse parte una registrazione.

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Sono le 22:15 e, condotta da Kristian Matsson, sale sul palco la band di The Tallest Man On Earth. Guardando il palco, da sinistra verso destra troviamo Mike Noyce, chitarra e violino, Ryan Matthew bassista e tastierista, alla batteria Zach Hanson con un set a doppia cassa, e Ben Lester alle tastiere e sintetizzatore. Il pubblico è in visibilio. Il brano di apertura è Wind and Walls, un brano con un approccio morbido ed un’intrigante melodia pop sul ritornello. L’impatto sonoro risulta immediatamente piacevole e perfettamente curato. Ogni strumento è equalizzato per esaltare voce e chitarra del cantautore senza sacrificare colore all’atmosfera armonica di insieme. Al termine l’artista rompe il ghiaccio salutando il pubblico prima con un pulito italiano “Grazie Roma”, perfettamente comprensibile, quindi con un biascicato discorso in inglese su quanto sia pazzesco avere tanta gente presente chiede venga mantenuto un supersilenzio. Sottolineo l’istante perché credo sia una chiave di lettura fondamentale. Durante le quasi due ore di musica, l’affezionato ed entusiasta pubblico presente si diletterà più di ogni altra cosa nello “ssssst”, usando un suono onomatopeico per indicare la richiesta di fare silenzio. È giusto a questo punto evidenziare come ogni strumento sul palco fosse perfettamente udibile e, come già accennato, la cura del suono fosse uno tra gli aspetti migliori dello spettacolo. Allora perché questa curiosa circostanza? Il secondo brano proposto è 1904, dove l’atmosfera sonora si sposta su ritmiche più allegre e sostenute. La platea, già completamente inebriata dalla presenza del musicista, si lascia andare ad un battito di mani ed accompagna la voce del cantante. C’è una atmosfera di grande festa, un forte desiderio di divertimento tanto in platea che sul palco. Kristian si muove e cerca il coinvolgimento come un grande cantante rock. Dietro di lui però, sembrano inchiodati i musicisti che lo accompagnano, molto spesso in ombra ed immobili come parti della scenografia. Anche questa è una strana circostanza, in effetti. Conclusa la canzone, dopo aver ringraziato ed aver fatto un paio di battute sul fatto che fosse sabato sera, Matsson torna a chiedere silenzio durante l’esecuzione dei brani. L’intero concerto si svolgerà con queste peculiari dinamiche dissociate, creando da una parte una profonda voglia di farsi coinvolgere dall’artista, dall’altra il bisogno di castigare tutti i rumori considerati molesti. L’apice si raggiungerà quando ad una parte del pubblico, bisognoso di battere le mani a tempo, si opporrà lo “ssssst” di quelli inclini ad assecondare le richieste del palco. L’incredibile risultato finale non sarà uno scontro tra opposte fazioni ma una generale soddisfazione per essere stati presenti all’evento. Musicalmente ineccepibile, il cantante, che ad ogni brano alterna le chitarre con cui si accompagna, fa del particolare timbro vocale, delle capacità istrioniche e dell’elegante ricerca armonica l’affascinante alchimia in grado di catturare la sincera passione del suo pubblico. Al di là di un bizzarro egocentrismo, siamo di fronte ad una personalità intelligente con una spiccata competenza musicale. La scaletta dei brani è ben strutturata, con alternanza tra attimi introspettivi e sonorità più gioviali, una gestione strutturata di esibizioni individuali e condivisioni con gli altri musicisti, ed una metodologia compositiva, oltre che esecutiva, capace di catturare con semplicità ciò che piace. L’immagine ai miei occhi più caratterizzante dello spettacolo è espressa nell’ultima canzone eseguita in scaletta, Like the wheel: Kristian Matsson al centro del palco illuminato esegue il brano chitarra e voce. La band, in ombra alla sua destra, è schierata in piedi davanti a due microfoni. La vista trasmette una grottesca foto di un infantile coro. Le orecchie ascoltano una grande canzone, armonizzata con cinque voci ed una chitarra.

(Giorgio Collini)

Setlist

Wind and Walls
1904
Fields Of Our Home
Slow Dance
The Wild Hunt
Darkness Of The Dream
Love Is All
I Won’t Be Found
The Gardener
Sagres
Revelations Blues
Timothy
Thousand Ways
Little Nowhere Towns
It Will Follow The Rain
Where Do My Bluebirds Fly
Seventeen
King Of Spain
Dark Bird Is Home
BIS
The Dreamer
Like The Wheel

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