NEWS   |   Industria / 05/02/2016

Concerti, biglietti, prezzi, bagarini, secondary ticketing: la verità vi farà male (lo so)

Concerti, biglietti, prezzi, bagarini, secondary ticketing: la verità vi farà male (lo so)

Beh, direi che adesso basta. Sono anni che ci occupiamo, con la maggiore attenzione possibile, della questione del “secondary ticketing” e di quella, più ampia, del prezzo dei biglietti dei concerti. E la sensazione è che siano stati anni sprecati. La sensazione è che continuiamo a parlare a gente che non ha capito come va il mondo, e soprattutto che se il mondo va così non tocca a Rockol cambiarlo, né alla stampa, né (forse) alla politica: bisogna rimboccarsi le maniche e prendere, in proprio, decisioni anche spiacevoli.

Quand’ero giovane, negli anni Settanta, abbiamo vissuto, in Italia, un lungo periodo di privazione dai concerti di artisti internazionali. Si era diffusa la convinzione, trasformata presto in slogan, secondo cui “la musica è nostra e non si paga”; sicché a ogni concerto si assisteva allo stesso identico rituale. Quelli che avevano pagato il biglietto entravano nel palazzetto, quelli che non l’avevano pagato e non avevano intenzione di pagarlo rimanevano fuori e cominciavano a fare casino. Prima che iniziasse il concerto, quelli che non avevano pagato cercavano di sfondare i cancelli: spesso ci riuscivano, più spesso gli organizzatori aprivano i cancelli e lasciavano entrare quelli che non avevano pagato il biglietto, con grande scorno di quelli che il biglietto l’avevano pagato. Quando gli organizzatori non aprivano i cancelli arrivava la Polizia, in assetto da guerriglia, e caricava gli “autoriduttori”, come li si chiamava allora, cercando di farli sgomberare; ne derivavano tafferugli, disordini, cariche, lacrimogeni, sospensione dei concerti eccetera eccetera.

Tutto sbagliato, ovviamente: la musica non è nostra, e va pagata a chi la crea e la produce e anche a chi la porta in giro e la diffonde. Ma almeno quelli degli anni Settanta, gli autoriduttori, ci mettevano la faccia, anche se spesso coperta da un fazzoletto, e rischiavano le manganellate.

Adesso è tutta una lamentazione: i biglietti sono troppo cari, i siti di secondary ticketing fanno incetta di biglietti per rivenderli a prezzi maggiorati, questo è sfruttamento della nostra passione (“speculano sulla passione” è il nuovo “speculano sui sogni dei ragazzi”) e via lagnandosi.

E io mi sono stancato di questa lagna.

La verità, cara la mia gente, è che nessuno è chiamato a fare beneficienza o a lavorare senza compenso per assecondare la vostra passione. Non lo fa nessuno: né l’artista che va in tournée, né il promoter che lo ingaggia, né l’organizzazione che vende i biglietti, né chi opera su un sito di secondary ticketing che li compra e rivende. Tutti lavorano per guadagnare: e la notizia, cara la mia gente, è che tutti, e comprensibilmente, cercano di mettersi in tasca più soldi che possono.

L’artista, che chiede cachet esorbitanti e a questi assomma richieste di benefit spesso esagerate; il promoter, che in base a quanto paga l’artista e il luogo in cui si suonerà stabilisce il prezzo del biglietto prefissandosi il maggior guadagno realizzabile; l’organizzazione di vendita dei biglietti, che a sua volta cerca di incassare il più possibile per il servizio che fornisce; e chi opera sui siti di secondary ticketing, che rischia soldi per comprare grandi quantità di biglietti e li rivende a un prezzo che compensi non solo l’investimento ma anche il “rischio d’impresa”.

Ora, può darsi che qualcuno di questi “prestatori d’opera” lavori “anche” con passione, ma nessuno – nessuno – lo fa per passione, o per mecenatismo, o con spirito filantropico. E’ un lavoro, per tutti: e il lavoro va remunerato.

Se l’artista, alla visita precedente, si è visto davanti un tutto esaurito, ovvio che pensi di poter aumentare il suo cachet la volta dopo. Se il promoter ha venduto tutti i biglietti a una certa cifra, ovvio che la volta seguente li metterà in vendita a una cifra superiore, e lo stesso farà la volta successiva – finché non avrà toccato il massimo, o avrà esagerato, e allora il tutto esaurito non gli riuscirà. Se il sito specializzato nella vendita dei biglietti avrà ricaricato, sotto una voce o sotto un’altra, cinque euro sul prezzo nominale del biglietto, la volta dopo ne ricaricherà sette, e la volta dopo nove o dieci. E’ una scommessa: vediamo fin dove possiamo arrivare salendo di cachet, o di prezzo del biglietto, o di costo del servizio. E’ la stessa cosa che fanno i gestori dei parcheggi intorno ai luoghi dei concerti, o quelli che vendono panini dai baracchini: è la legge della domanda e dell’offerta.

Gli operatori sui siti di secondary ticketing hanno risolto il problema di quasi tutta questa gente, a modo loro. In sostanza, comprano tutti i biglietti disponibili al prezzo e alle condizioni stabilite da artista, promoter, siti di vendita dei biglietti. Rischiano: e sono, in fondo, gli ultimi a rischiare. Perché se poi non riusciranno a rivendere, a prezzo ulteriormente maggiorato, tutti i biglietti comprati, resteranno col cerino in mano e molti, o moltissimi biglietti invenduti.

Ma tutti gli altri saranno soddisfatti: perché in cinque minuti, o anche meno, avranno già recuperato le spese e realizzato il guadagno che si aspettavano. Il promoter, in particolare, non dovrà più passare giorni o settimane di ansia monitorando l’andamento delle vendite dei biglietti, come succedeva un tempo: i biglietti lui li ha già venduti tutti in cinque minuti, e i soldi stanno per arrivare sul suo conto corrente. I biglietti non li ha venduti agli utilizzatori finali, gli spettatori (e a lui che importa?), ma a un intermediario; al quale ha passato il rischio di non venderli tutti. Quello che gli interessava era andare in pari con le spese e guadagnare: già fatto, in cinque minuti.

Non so quando sia successo, ma c’è stato, a un certo punto, anni fa, un ribaltamento della situazione. Un tempo i biglietti costavano meno in prevendita che al botteghino: perché in quel modo, facendo uno sconto sul prezzo nominale, l’organizzatore cominciava a incassare denaro utile per pagare le spese vive. Poi è successo che la prevendita è diventata un costo: all’inizio irrisorio, poi sempre più gravoso. Eppure nessuno si è rifiutato di comprare biglietti in prevendita, nessuno ha protestato: perché, alla fine, comprare un biglietto in prevendita su Internet è così comodo, ti evita di metterti in coda a un botteghino, ti evita di dover arrivare con troppo anticipo al concerto… Allora, cara la mia gente, le comodità si pagano: e state sicuri che chi vende le comodità ve le venderà sempre al prezzo più alto possibile, che è quello al quale voi sarete disposti a pagarle. Il passo successivo è stato inglobare la comodità nel prezzo complessivo, trasformandola in obbligo, in voce di spesa. Ma nessuno – o se qualcuno l’ha fatto, erano troppo pochi perché ce ne s’accorgesse – si è rifiutato di sottostare a questa prassi.

Perché, cara la mia gente, la parola chiave è proprio questa: “rifiuto”. Il biglietto è troppo caro? E io non lo compro. Il sito di secondary ticketing è troppo esoso? E io non lo uso. L’artista ha chiesto un cachet troppo oneroso? Peggio per lui: si troverà di fronte uno stadio vuoto, perché io non ci andò, al suo concerto, e cercherò di convincere più gente possibile a non andarci.

Assistere a un concerto non è una necessità primaria. E’ un divertimento, un passatempo, un rituale, quello che volete. Ma è una spesa voluttuaria, una spesa che si sostiene per provare un piacere (“voluptas”, è latino). Se un piacere, per voi che desiderate goderne, è troppo costoso, siete voi che dovete rinunciare. Non è come il pane, o il latte, o come altre esigenze di prima necessità, che giustamente sono (per quanto possibile) sottoposte a un calmiere dei prezzi. E se volete far capire, a chi mette in vendita un piacere, che lo sta vendendo a un prezzo troppo alto, beh: non compratelo. La volta prossima lo venderà a un prezzo inferiore. A meno che ci siano in giro così tanti ricchi, o idioti, che per provare quel piacere sono disposti – diversamente da voi, che non volete o non potete – a spendere una cifra troppo alta. Nel qual caso, rassegnatevi. Ci sarà sempre qualcuno che va in vacanza alle Maldive e qualcun altro che va in vacanza a Igea Marina. Vuol dire semplicemente che quel piacere che vi siete potuti concedere in passato è diventato troppo caro. Peccato per voi: ma è la vita, bellezze.

Potrete sempre consolarvi andando a ascoltare, in un locale vicino a casa vostra, un gruppo semisconosciuto che suona le sue canzoni. Pagherete dieci euro birra compresa, e magari avrete aiutato quattro o cinque giovani musicisti a coltivare la loro passione. Della vostra assenza, il Grande Artista Internazionale se ne farà una ragione, vedrete. E fareste bene a farvene una ragione anche voi, e a smetterla di piagnucolare sui social network.

 

Franco Zanetti

 

PS come abitudine di Rockol, siamo più che disponibili ad ospitare pareri diversi dal nostro: ogni contributo costruttivo e motivato è sempre gradito.