David Bowie, 'Blackstar': l'opinione di Francesco Messina

David Bowie, 'Blackstar': l'opinione di Francesco Messina

Lunedì 11 gennaio avevamo annunciato l'inizio della pubblicazione di una serie di pareri e opinioni di artisti e musicisti italiani sull'ultimo disco di David Bowie, Blackstar, raccolte in esclusiva per Rockol da Leo Mansueto. La devastante notizia della morte di Bowie ci ha indotto a rimandare la pubblicazione, iniziata lo scorso lunedì, 18 gennaio. D'obbligo segnalare che i primi tre contributi sono stati scritti e consegnati "prima" della morte di Bowie (troverete le date in calce).

Dodici cose notevoli

Quel che è appartenuto ad un essere umano conosciuto ai più come David Bowie [1], e non è infine svanito in polvere [2], ha lasciato il pianeta [3] (forse anche il sistema solare, questo non ci è dato saperlo) e lo ha fatto solo dopo aver completato magistralmente [4] la sua ultima opera [5] come artista [6]. Perché in tale forma è avvenuto il suo passaggio da queste parti: quella di un artista. Per giunta, di prim'ordine [7]. A guardar bene, già questo punto, le cose notevoli  rimarcate sono state molte, sette per la precisione e tra poche righe saranno almeno dodici. Peraltro i fatti sembrano tutti essere collegati tra loro [8] con fili colorati di inusuale coerenza [9]. Qualità, quest'ultima, che sembra, dati i tempi, appartenere ben poco ai comportamenti del genere umano. Tutto sembra essere in ammirevole relazione e questo evidenzia il fatto che la notizia (notevole) non sta tanto nella straordinaria eccellenza della musica che è riuscito a registrare anche alla fine del suo percorso, e forse nemmeno nel fatto in sé che i suoi giorni terrestri si fossero esauriti, quanto nel fatto che a tutto ciò, evidentemente, il signor David si è preparato [10]. Sì, si è preparato a morire. Si può ogni tanto, anche parlare di queste cose, vero? Spero non scappi nessuno. Ebbene, dobbiamo rilevare che ha fatto la cosa più difficile, vera e necessaria che la dignità, che possiamo sviluppare nel corso della vita, ci impone. E questa non è certo notizia di tutti i giorni e l'ambito fragile dalla quale proviene, chiamiamolo "arti contemporanee", fa segnare un doppio punto per lui (Bowie) e un esempio per noi. Poi, come lo abbia fatto e cosa abbia raggiunto dentro se stesso, attraverso questa "preparazione", non è affar nostro. Ma a modo suo lo ha fatto e con forza alla fine si è anche concesso il lusso di segnalarcelo. Avete inteso bene, di solito, quello citato, è ambito di molte parole e pochi fatti reali (dove per reali non si intendono quelli materiali).
In questi giorni di grandi scambi postali digitali stimolati dal desiderio di onorare tutto ciò, pure io sono stato contagiato ma non ho inviato parole; solo due immagini, due fotografie trovate in rete, che quindi probabilmente le conoscete già. In una di queste Bowie imita con dolcezza infinita la curiosa posa della figlia Lexie che sta tenendo in braccio. La seconda, di molto più datata, lo mostra, vestito come se fosse appena sceso da un'astronave, con il figlio Duncan aggrovigliato sulle sue spalle in giocosa posa. Ebbene, credo che quelle due immagini, insieme alle riconosciute attenzioni paterne responsabilmente dedicate al più giovane dei figli dell'amico Lennon, raccontino esaustivamente lo spessore, la maturità e la sensibilità di cui disponeva. Questo mi basta per capire quanto la sua esistenza sia stata un vero viaggio in cui nulla si è fatto mancare, ma che poi gli ha permesso di capitalizzare tutte le esperienze. E quante sono state! Le sue recenti immagini, da una decina d'anni a questa parte, mi hanno sempre dato la chiara impressione che avesse compiuto un percorso di crescita personale notevole, divenuta infine forma della sua presenza e della sua opera in sé. Intendiamoci, non che anni prima avesse mai mostrato la benché minima carenza di personalità, anzi! Non solo per la forza e la sicurezza della sua voce, ma anche per la feroce determinazione che ha sempre  accompagnato i suoi progetti e le sue azioni più dirette. Enzo Gentile mi ha raccontato di averlo intervistato e di aver ben registrato la forza di uno sguardo difficile da sostenere, ma anche ricco dell'attenzione che dedicava con precisione ad ogni interlocutore. Altro che ambigua rock star.
Ammetto che solo in anni recenti ho ri-maturato un interesse speciale per Bowie; è accaduto il giorno in cui mi si è fissato nella memoria il fotogramma di un suo video, uno di quelli in cui si guarda allo specchio in “Thursday child”. Mi ha colpito, mi sono subito detto: "Ehi, guarda quanta forza ha raccolto in sé quest'uomo". Del resto se ho cominciato a capire il "codice" di Chopin solo alla soglia dei sessant'anni, posso anche non vergognarmi di averci messo molto ad intendere la poetica più nascosta e crescente di Bowie. Avevo fatto un salto pericoloso passando troppo presto da Lennon&C, i Kraftwerk, il minimalismo di Reich e un po' di Ambient all'inesorabile approdo a Bach e Mozart. Ora ho molto da recuperare e mi godo i passaggi intermedi dimenticati. E qui va rilevata un'altra cosa notevole [11]: è il fatto che certi artisti decidano di non accontentarsi e scelgano di crescere approfondendo e affinando il loro linguaggio espressivo, finendo inevitabilmente per migliorare  anche se stessi. Non diamolo per scontato, specialmente di questi tempi. That's the way. Ora potremmo pure chiudere qui il discorso, ma confesso senza reticenze un nascente piacere di poter esprimere anche un commento sulla sua musica più recente, anzi sul suo modo di esprimersi producendo musica e quant'altro. Cover in primis: ancora Jonathan Barnbrook, uno che le cose, prima di farle, le pensa; eccome! E anche questo non è da tutti. Quanto all'album, la privilegiata possibilità di ascoltare “Blackstar”  prima della notizia della sua dipartita è stato un fatto decisamente favorevole per consentirmi di apprezzarne ogni traccia profondamente, senza troppe interferenze emotive. "Wow" mi sono detto "che disco! Da dove lo ha tirato fuori?". Non sono "del mestiere" e non azzardo nemmeno un approccio critico, per questo mi sento autorizzato a manifestare anche ingenuamente la sensazione di libertà che quelle tracce, dalla prima all'ultima emanavano. Già, una inesauribile libertà fluisce da quel disco, dai primi brani agli ultimi che ricalcano più classicamente la forma-canzone. Che occasione, ascoltare quella musica senza conoscere ancora le ragioni della determinazione che l'avevano generata. "Accidenti, in che anno ci troviamo?" mi dicevo ascoltando più volte come un ragazzino quel suono? Naturalmente anche a me, come a tutti, è piaciuto giocare a ritrovarci un bel po' di riferimenti mescolati ai suoi elementi stilistici che conoscevamo. Ho visto che si è scatenata una bella corsa per allungare una lista delle "cose prese a prestito" per quelle registrazioni. Di certo un po' di Inghilterra anni  Settanta lo si ritrova, sia che si tratti del suono dei Soft Machine o dei successivi Crimson. Evan Parker, David Jackson? Poco cambia. Mi sbaglierò ma almeno in due brani mi è parso di sentirci pure un inconfondibile profumo di esotismo tanto caro a Ravel. Certo, anche Scott Walker, e chi più ne ha, più ne metta, ma che importa se poi tutto si amalgama perfettamente e ne scaturisce in maniera convincente un insieme senza tempo. Non credo si possa criticare un cuoco perché ha usato un ingrediente che molti usano, bisogna vedere che ne fa. Ed è a questo punto che è sorto il pensiero che mi pareva importante condividere. Si tratta di una cosa che ha detto in una riunione di lavoro, con notevole sorprendente saggezza, un mio ex studente, ora giovane collega (si chiama Giordano, come il fiume, vorrà pur dire qualcosa) ad un cliente che ci faceva notare come oggi è veramente difficile fare delle cose nuove. La frase è questa: "Beh, se non è possibile fare delle cose nuove, è sempre possibile fare delle cose buone [12]". È la cosa più rivoluzionaria che io abbia incrociato in questi anni. Infatti. I tempi sono quello che sono e concentrarsi su questo, proprio come ha fatto Bowie, peraltro  in condizioni estreme, è la cosa migliore che ci possa capitare. Più che mandargli un saluto (chissà in quale fase e in quale dimensione ora si trova?) mi vien voglia di ringraziarlo. Anche per averci lasciato, con gentilezza, come ultima traccia una song dolce e profonda. Una "delle sue"

 

Francesco Messina

(Graphic designer e musicista, è nato nel 1952 a Udine. Con il suo Polystudio ha progettato per editori, musei, teatri, giornali e numerose istituzioni culturali, tra le quali la Biennale di Venezia di cui è stato art director dal 1977 al 1982. Intenso, ancora oggi, il lungo sodalizio con Franco Battiato con cui nel 1980 ha fondato L'Ottava Edizioni pubblicando libri e producendo dischi. In ambito musicale ha prodotto più di dieci album per Alice, e collaborato con altri artisti italiani. A suo nome ha pubblicato dischi per Cramps, Cgd, Polygram, Cni. Per Bompiani nel 2014 ha pubblicato il libro “Ogni tanto passava una nave – Viaggi e soste con Franco Battiato”).

Da lunedì 18 gennaio Rockol ha pubblicato, in esclusiva, i pareri di alcuni artisti italiani sul nuovo album di David Bowie, Blackstar.

La prima uscita, firmata da Garbo, è leggibile qui.

La seconda uscita, firmata da Andy dei Bluvertigo, è leggibile qui.

La terza uscita, firmata da Ivan Cattaneo, è leggibile qui.

La quarta uscita, firmata da Andrea Chimenti, è leggibile qui.

La quinta uscita, firmata da Umberto Palazzo, è leggibile qui.

La sesta uscita, firmata da Enrico Ruggeri, è leggibile qui.

L'iniziativa è stata curata e coordinata da Leo Mansueto, giornalista e scrittore, autore del libro "L'ultimo dei marziani".

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