Chi sono gli Eagles (e perché di solito se ne parla male)

Chi sono gli Eagles (e perché di solito se ne parla male)

Los Angeles, primi anni '70: cinque persone siedono assieme in una sauna: Glenn Frey, Don Henley, Jackson Browne, David Geffen e Ned Doheny. Geffen sta parlando ai suoi amici dei piani per la sua etichetta, la Asylum Records. “Voglio che rimanga piccola, che non abbia più artisti di quanto possa contenere questa sauna”.
La scena è raccontata da Barney Hoskyns in in “Hotel California”, stupendo libro sulla scena del Laurel Canyon, tra fine anni ’60 e primi anni ’70. La fine è nota: Geffen creerà una delle maggiori etichette di successo di tutti i tempi (venduta per oltre mezzo miliardo di dollari negli anni ’90), grazie soprattutto a Frey ed Henley, ovvero quel mostro a due teste chiamato Eagles; il loro “Their Greatest Hits (1971–1975)” del ’76 è uno dei dischi più venduti di tutti i tempi, oltre 30 milioni di copie.
Eppure, dopo la morte di Glenn Frey, non leggerete sui social network ricordi accorati come quelli per Lemmy o David Bowie.
Lemmy? Molti conoscevano solo “Ace of spades”, eppure incarnava l’idea stessa di rock: trasgressivo, integro e sfacciato.
Bowie? Uno dei più grandi di sempre, eppure è arrivato al 1° posto delle classifiche statunitensi solo dopo la morte. L'artista, sempre un passo avanti agli altri.

Certo, le classifiche non sono un metro di giudizio. Anzi, spesso sono l’opposto. Gli Eagles? Per molti sono semplicemente un gruppo “commerciale”. Ricordate questa scena de "Il grande Lebowsky"?

 

C’è un grosso fraintendimento, nei discorsi e sui giudizi che si leggono spesso sul rock e si basa sull’idea di autenticità. “Il vero rock è autentico, spontaneo”, non è "commerciale".  Come se poi ci fosse qualcuno che fa musica per non venderla.
Nessun rocker è davvero autentico. Non lo è Springsteen, non lo era Lemmy, non lo erano di certo gli Eagles: i rocker sono dei personaggi. Bowie ha portato all’estremo questa dimensione, rendendola grandiosa e artistica. 

Nel libro di Hoskyns si parla di Neil Young, Joni Mitchell, Byrds, CS&N, Jackson Browne, Randy Newman. Tutti nomi che hanno condiviso uno spazio e un tempo e che nell’immaginario rock hanno un nome e una rilevanza ben maggiore degli Eagles.

Gli Eagles hanno prodotto una serie di album e di canzoni che fanno parte dell’immaginario rock tanto quanto quelle dei nomi citati qua sopra. Non erano autentici, no, e non erano simpatici: erano ambiziosi. Una macchina da guerra del rock, a cui si potrebbero applicare molte delle critiche che si fanno a certo pop, ovvero di essere troppo “pensato”, poco spontaneo. Ma, al di là di questo, hanno inventato e incarnato alla perfezione, con le loro canzoni, una certa idea di rock, e un suono, quello “laid back” e disimpegnato della California del sud, lontano mille miglia -non solo geograficamente - da quello “peace & love” della California del nord. Ma questo non significa che le canzoni degli Eagles debbano avere un posto minore nella storia del rock, anzi.

Ho usato il tempo passato, a proposito degli Eagles, ma sospetto che sia sbagliato. Gli Eagles, come è capitato a molti gruppi rock di quelle dimensioni e di quel successo, si sono trasformati in un’impresa, dalla loro reunion del 1994. Hanno capitalizzato ulteriormente il loro successo, producendo sì un solo album, "Long road out of Eden" (2007), ma andando spesso in tour (passando un paio di volte anche dall'Italia). Il loro ultimo giro di concerti è del 2013.

Ma erano un mostro a due teste: Glenn Frey e Don Henley. Sospetto che andranno avanti lo stesso, dopo la scomparsa di Glenn Frey e che, elaborato il lutto, presto vedremo un tour: curiosiamente il sito della band, dopo la "splash page" iniziale dedicata a Frey, mostra ancora un video: "History of the Eagles: live in concert. Coming to a city near you!": una dimenticanza. Anzi, un lapsus. E sospetto che neanche la morte di un grande cantante ed autore come Frey, con tutto l’indotto da santificazione derivato dall’uso dei social media, spingerà molte persone a cambiare idea su di loro.  Purtroppo, perché gli Eagles rimangono (tempo presente) dei grandi del rock.

(Gianni Sibilla)

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