Elvis e Nixon, quando la realtà superò la fantasia: la storia dietro a una delle foto più famose del Novecento

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Quello che vedete qui sopra non è un fotomontaggio, ma uno scatto autentico - il più richiesto presso il National Archive di Washington - ripreso nello studio ovale della Casa Bianca il 21 dicembre 1970, quarantacinque anni prima che un altro cantante venisse ricevuto da un altro presidente in quella che è considerata dagli americani la più sacra delle sale della più sacra delle residenze.

Le cronache - nello specifico, Egil Krogh, uno dei membri dello staff personale di Richard Nixon - riferirono di un incontro disteso e gioviale, durante il quale il Re del rock dichiarò totale sostegno al presidente che poi fu costretto alle dimissioni dallo scandalo Watergate ("Sono dalla sua parte", furono le parole pronunciate da Elvis), che a sua volta ricambiò regalando alla voce di "Suspicious Minds" un distintivo del Bureau of Narcotics and Dangerous Drugs, essendo i distintivi delle forze dell'ordine un vecchio pallino della star di Tupelo.

La storia dell'incontro tra l'allora cantante più amato da giovani - "quello che liberò i nostri corpi", secondo Bruce Springsteen, prima che Dylan si occupasse anche dei cervelli - e il presidente "boia" passato alla storia come uno dei più retrivi, conservatori e antipatici del già di per sé antipatico - almeno agli occhi del giovane medio che ascolta musica rock - partito repubblicano è curiosa, e sarà oggetto di un film con Kevin Spacey e Michael Shannon - "Elvis & Nixon" - atteso nelle sale nel corso del 2016.

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Peter Carlson dello Smithsonian Magazine racconta che tutto avvenne quasi per caso, pochi giorni prima del Natale del 1970: Elvis è a Memphis, quando suo padre Vernon e sua moglie Priscilla gli rimproverano di aver speso un po' troppo - più di 100mila dollari - in regali di Natale (per la cronaca, una Mercedes nuova di zecca e 32 pistole personalizzate). Il Re la prende poco sportivamente e - arrabbiato - guida fino al più vicino aeroporto con l'intenzione di prendere il primo volo, che - guardacaso - è per Washington DC. Nella Capitale Presley, però, si annoia, così decide di prendere un altro volo, questa volta diretto a Los Angeles, dove ad aspettarlo ci sarà il suo fedelissimo Jerry Schilling.

Il Re del Rock stava viaggiando con la sua collezione di pistole e di distintivi delle autorità americane, dalle quali non si separava mai. E il cruccio di Elvis era quello di non avere, nel suo parco patacche, quello del Bureau of Narcotics and Dangerous Drugs, gemma che ancora mancava alla sua raccolta personale. Così, dopo un solo giorno di permanenza in California, il Re decide di prendere un volto notturno e tornare nella Capitale: in aereo scrive un'accorata lettera indirizzata al presidente, richiedendo un incontro. "Sarò al Washington Hotel, registrato come Jon Burrows: sarò lì fino per il tempo che sarà necessario per ottenere le credenziali per l'accesso alla Casa Bianca", scrive il Re, che lascia alle 6 e mezza del mattino il messaggio nella buca delle lettere della residenza presidenziale.

La lettera arriva a Nixon. Entusiasta, l'allora uomo più potente della terra chiama il suo assistente - Krogh - dicendogli di entrare in contatto con Schilling e combinare l'incontro. Così il giorno dopo, il 21 dicembre, verso mezzogiorno, Elvis - accompagnato da Schilling e dalla sua guardia del corpo Sonny West, fatta arrivare in fretta e furia da Memphis per l'occasione - mette piede alla Casa Bianca. Gli agenti del servizio di sicurezza, in vista dell'incontro, gli sequestrano la calibro .45 che aveva nella fondina, ma - attenzione - non la collezione di distintivi, che diventa subito argomento di conversazione con Nixon.

Krogh ha spiegato come Elvis riuscì a entrare immediatamente nelle grazie del presidente, esprimendogli tutta la sua preoccupazione per l'influenza esercitata dai Beatles sui giovani, essendo i Fab Four - a suo parere - una vera forza mondiale prestata all'antiamericanismo. Musica, alle orecchie di Nixon. Intuito di aver cucinato a dovere il proprio interlocutore, il Presley prese i coraggio a due mani, scoprendosi definitivamente: "Posso avere un distintivo del Bureau of Narcotics and Dangerous Drugs?". A Nixon bastò un cenno, e il distintivo apparse. Elvis, racconta Krogh, rimase talmente estasiato da abbracciare il presidente.

Le foto furono scattate dall'allora fotografo ufficiale della Casa Bianca, ma Elvis richiese esplicitamente che l'incontro rimanesse segreto. Un anno dopo, tuttavia, il giornalista Jack Anderson riuscì a rendere pubblica la vicenda, che però ebbe un'eco mediatica ridotta. Occorrerà aspettare nell''88 perché Chris DerDerian, presidente del National Archive, decidesse di farla diventare un'icona, vicendo la scommessa e ricevendo, in meno di una settimana, 8000 richieste di copie.

Funziona perché mostra un'incongruenza, secondo DerDerian, "c'è questo presidente composto e questo personaggio rock'n'roll, è un'immagine forte". Ma chiedetelo ai Public Enemy, che in "Fight the power" cantavano, "Elvis was a hero to most / But he never meant shit to me you see / Straight up racist that sucker was / Simple and plain" ("Elvis è stato un eroe per tanti / ma, vedi, a me non è mai fregato un cazzo di lui / razzista e coglione fatto e finito") dove sia l'incongruenza...

 

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