David Bowie, Blackstar: l'opinione di Andrea Chimenti

Lo scorso lunedì avevamo annunciato l'inizio della pubblicazione di una serie di pareri e opinioni di artisti e musicisti italiani sull'ultimo disco di David Bowie, Blackstar, raccolte in esclusiva per Rockol da Leo Mansueto. La devastante notizia della morte di Bowie ci ha indotto a rimandare la pubblicazione, che inizia in effetti oggi. D'obbligo segnalare che i primi tre contributi sono stati scritti e consegnati "prima" della morte di Bowie (troverete le date in calce).

 

Erano diversi anni che aspettavo un disco come questo da mister Bowie. Ho appena finito di ascoltarlo e voglio condividere alcune mie impressioni a caldo.
“Blackstar” è un album seminale, capace di stupire e spiazzare come pochi altri. Nelle vene di David Bowie scorre inchiostro denso, nero, che sembra essere stato versato copiosamente nello scrivere e registrare questo disco. Con il passare degli anni la sua voce continua ad evolversi mostrando lati inaspettati, crescendo ancora di intensità e di espressività, disvelando a tratti l’affascinante fragilità di chi non ha più nulla da dimostrare, ma ancora molto da dire in tutta la sua più cruda umanità. Stiamo parlando di un artista che ha influenzato la storia della musica e dopo tutti questi anni continua a farlo con un disco che sprizza energia creativa e getta uno sguardo molto avanti.
Dal sapore profetico, come mosso da scuri presagi, “Blackstar” è una stella scura, malata come il tempo che viviamo, dal forte potere attrattivo, dove al primo ascolto è facile riconoscersi.
Il sassofono torna ad essere uno strumento centrale come in molte sue produzioni del passato. Dopo gli anni ’80 il sax è stato un po’ dimenticato in ambito pop/rock; immaginavo che presto sarebbe tornato e Bowie non ha mancato di riproporlo utilizzando tutta la sua forza espressiva in brani come “'Tis a pity she was a whore” o “Lazarus”, e tutta la sua sensualità in “Dollar days”. I jazzisti che hanno suonato nel disco hanno intelligentemente mediato tra il mondo di derivazione jazz e quello pop/rock piegandosi in favore di quest’ultimo. La straordinaria espressività delle canzoni è data anche dall’utilizzo di altri strumenti inconsueti come il flauto dolce e traverso o il vibrafono accostati all’elettronica e all’acidità dell’elettrico, restituendo all’ascolto colori in via di estinzione nel panorama mainstream.
Se devo fare un riferimento ad altri periodi di Bowie direi che “Blackstar” si ricollega al suo periodo berlinese, anche per l’uso dei cori e per le melodie follemente interessanti e fuori dai canoni di episodi come “Girl loves me”.
Con “Blackstar” David Bowie si impone nuovamente come artista libero, fuori da tendenze, mode e schemi di mercato, e lancia il sasso lontano, oltre lo stagno, oltre questo immobilismo diventato canone abituale.

Andrea Chimenti (scritto l'8 gennaio 2016)

 

Da lunedì 18 gennaio Rockol pubblica, in esclusiva, i pareri di alcuni artisti italiani sul nuovo album di David Bowie, Blackstar.

La prima uscita, firmata da Garbo, è leggibile qui.

La seconda uscita, firmata da Andy dei Bluvertigo, è leggibile qui.

La terza uscita, firmata da Ivan Cattaneo, è leggibile qui.

L'iniziativa è stata curata e coordinata da Leo Mansueto, giornalista e scrittore, autore del libro "L'ultimo dei marziani".

 

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