I Libertines presentano il secondo album, aspettando Doherty a braccia aperte

Mentre intorno a loro si accavallano gossip ed eccessi (vedi News), i Libertines pubblicano il loro secondo album, dal titolo eponimo. Il tutto sotto la supervisione di Alan McGee, fondatore dell’etichetta Creation e manager degli Oasis, e la produzione di Mick Jones, chitarrista dei Clash, gruppo al quale i Libertines sono stati più volte paragonati per attitudine e adrenalina. “E’ uno che riesce a conferire ad ogni canzone una propria identità. E’ stato fantastico lavorare con lui. Così come è stato fottutamente esaltante suonare ‘Should I stay or should I go’ sullo stesso palco. Per un istante ci siamo sentiti i Clash”. Ascoltando quale musica siete cresciuti? I Clash probabilmente? “No, l’ascolto del punk è arrivato relativamente tardi per noi. Direi piuttosto Beatles, Specials, Pantera e Rage Against The Machine”. E’ Carl Barat a parlare, visto che il compare Peter Doherty è stato temporaneamente allontanato dalla band fino a che non riuscirà a risolvere i suoi problemi con le droghe. “Siamo qui ad aspettarlo a braccia aperte”. Il successore di “Up the bracket” viene definito da Barat come “un album meno urlato rispetto al primo, che era nato da uno stato di emergenza creativa. Ci sono canzoni più introspettive, anche romantiche, con alcuni richiami agli Smiths e alla musica inglese anni ’80. Ma non li considero come due dischi separati e distinti, direi piuttosto che sono uno la continuazione dell’altro”. Solitamente il secondo album è più difficile da realizzare, anche perché bisogna far fronte a pressioni e riconferme. “Non sono completamente d’accordo. Devi considerare anche che sei più motivato, con maggiori idee e conoscenze dei mezzi a disposizione. Non ci siamo preoccupati di riconfermare un successo, ma di lavorare su materiale onesto e diretto”. Fra le nuove canzoni colpisce il titolo di “Arbeit macht frei” (il lavoro rende liberi), sarcastico slogan utilizzato nei campi di concentramento. “Esatto. Pensa che in Inghilterra sono in pochi a conoscere il significato di questa espressione. Il testo parla di fascismo e razzismo. Prende spunto dai corpi maltrattati nei campi di sterminio per poi esaminare le profondità dell’animo umano. E’ una canzone che suona molto simile a quelle del primo album”. E poi due brani che parlano di amicizia: il singolo “Can’t stand me now” (autobiografica, sul rapporto di amore e odio fra Barat e Doherty) e “The man who would be king” (che prende spunto dall’omonimo film con Sean Connery e Michael Caine). Con quali band vi piacerebbe collaborare? “Ce ne sarebbero diverse, soprattutto americane. Ad esempio i Rapture.” E riguardo alle band inglesi che stanno emergendo in questi ultimi anni? “C’è molto fermento. Personalmente non mi dispiacciono i Franz Ferdinand”. Di cosa avreste bisogno per conquistare le classifiche americane? “Non saprei, probabilmente di molta ambizione”. E il vostro rapporto con la stampa, soprattutto quella inglese? “I tabloid inglesi vivono una situazione difficile. Possono essere pericolosi per una band emergente: ti esaltano al primo album ma fanno in fretta anche a dimenticarti. Dovrebbero dare meno importanza ai gossip e concentrarsi di più sulla musica”. I Libertines suoneranno in Italia sabato 4 settembre all’Indipendent Days Festival di Bologna nello stesso giorno di Sonic Youth, Mark Lanegan, Keane e dEUS.
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