Quintorigo e Roberto Gatto play Zappa all'Orion di Ciampino: REPORT DEL CONCERTO

Quintorigo e Roberto Gatto play Zappa all'Orion di Ciampino: REPORT DEL CONCERTO

Quale potrebbe essere la nuova frontiera della sfida all’ascolto in un concerto? Quale caratteristiche dovrebbe avere uno spettacolo perché possa suscitare il pensiero di non riuscire ad essere vissuto fino alla fine? Un gruppo jazz che esegue brani dal repertorio di Frank Zappa è abbastanza vicino ad un’immagine di complicatezza e fatica? Può lo spettatore medio pagare un biglietto ed uscire, dopo un’ora e mezza, soddisfatto e gratificato?

Proporre un repertorio su Frank Zappa nasce da un’idea di Roberto Gatto, batterista romano di impronta jazz, il quale durante un’edizione dell’Umbria Jazz incontra la formazione dei Quintorigo, quattro musicisti jazz romagnoli.

Nasce il progetto “Quintorigo e Roberto Gatto play Zappa”, con quell’aura di mistero nella scelta del nome che solo il jazz può dare. La proposta intende coprire una piccola parte della vasta produzione di Frank Zappa attraverso un percorso filologico e sperimentale che fa della performance dal vivo il cuore dell’impresa.

Dopo aver scritto in poche righe quattro volte la parola “jazz” e citato tre volte il nome di Frank Zappa, la domanda pocanzi posta sembra sbilanciarsi verso una risposta chiara: può lo spettatore medio pagare un biglietto ed uscire, dopo un’ora e mezza, soddisfatto e gratificato?

Un pubblico di appassionati si muove tra la pista ed il bancone del bar dell’Orion. Nel momento in cui descrivo un pubblico come appassionato, tendo ad escludere quella parte di partecipanti che andrebbero sotto l’etichetta di curiosi e che sarebbero la linfa vitale per una rinascita dello spettacolo dal vivo. È facile prevedere ci sia chi ama il genere o il gruppo. La differenza, però, la fa chi si innamora all’improvviso, quegli avventurieri che, pur non sapendo a cosa vanno incontro, mettono in gioco se stessi e le proprie aspettative curiosando dove aleggia il mistero. Così nascono anche gli amori più folli e profondi, quei famosi colpi di fulmine, non necessariamente associati al rapporto tra due individui, capaci di stravolgere vite anche quando si tratta di esperienze generalizzate.

Appena giunto e accomodato su una poltroncina, mi trovo ad osservare la sala. Al centro della platea c’è una bambina che, al primo sguardo, sembra giocare sdraiata a terra. Osservando la scena, capisco meglio la dinamica del gioco. La bambina si sta divertendo con il cerchio di luce di uno spot. Lei non si è accorta, ma ogni movimento del cerchio magico, che la fa correre da una parte all’altra della pista, è guidato consapevolmente da un sorridente tecnico delle luci dietro la consolle. L’imprevedibile è il miglior dono che possa accadere partecipando. Allo stesso modo, mentre osservo la scena, vedo i protagonisti della serata passeggiare tra gli spettatori, in attesa di salire sul palco e cominciare a suonare.

Alle 23:15 lo show si anima. Alla batteria c’è Roberto Gatto, al sassofono Valentino Bianchi, al violino Andrea Costa, al violoncello Gionata Costa, Stefano Ricci al contrabbasso. Non c’è un basso elettrico, ma un contrabbasso. Nemmeno l’ombra di una chitarra. Primo brano, “Uncle Meat”, ed è proprio il contrabbasso a segnare la via. Si ascolta, rapiti da suoni differenti, melodie complesse ed armonie stimolanti, l’esecuzione in chiave rock di una formazione con tre archi, un sassofono ed una batteria. Dopo quello che sembra un attimo, si è catapultati al secondo brano “Peaches en regalia”. Il riverbero della sala rende affascinante l’ascolto. Valentino Bianchi si agita sulla scena in sintonia con le atmosfere musicali. Il sound è strutturato, calibrato tra sonorità sporche e pulizia tecnica. Solo a questo punto i musicisti prendono qualche minuto per introdurre la serata. Tra una canzone ed un’altra, non mancheranno di essere fornite notizie e nozioni con la peculiare atmosfera accademica dell’intrattenimento jazz. È vero che nel filone di genere non si ricordano pipistrelli maltrattati, però va ammesso che la possibilità di avere informazioni su quello che si sta ascoltando migliori l’attenzione. Sale sul palco il cantante Moris Pradella per interpretare “Cosmik Debris”, la storia di un guaritore. C’è un primo assolo di sassofono mentre il violoncello ulula con il pedale wha-wha. Terminato il brano esplode l’entusiasmo della sala. Il successivo è “Montana”, una presa in giro del mondo del Far West, mentre “Lucille has messed my mind up” si muove su ritmiche reggae. Moris Pradella, nei Quintorigo dal 2012, ha un timbro ed una capacità vocale decisamente all’altezza delle aspettative. Riesce a seguire i turbinosi cambiamenti ritmici miscelando toni caldi e profondi a musicalità più aspre e compatte. Viene quindi introdotto un brano strumentale che permetterà alla voce, messa alla prova dalle difficoltà tecniche delle esecuzioni, di riposare qualche minuto. “King Kong” viene dedicata dai Quintorigo al maestro Roberto Gatto. Già dall’attacco si comprende chiaramente il perché. All’interno del brano, il batterista si esibisce in straordinari passaggi ritmici, manifestando la cristallina classe che lo contraddistingue, fino a raggiungere un finale dove fa risuonare a tempo tutto ciò che trova a portata. Credo sia da segnalare tra i migliori momenti del concerto. Torna sul palco la voce di Moris Pradella in “Don’t eat the yellow snow”, un invito a non mangiare la neve gialla. La delicata “Uncle Remus” viene avviata da violoncello e violino. Ancora uno strumentale con “Big Swifty” un omaggio ideologico con una improvvisazione musicale, guidata nell’intermezzo dall’intervento di Pradella in qualità di direttore d’orchestra. Il taglio scelto per le canzoni in scaletta viene dichiarato come il più ampio possibile perché Frank Zappa fu un grande innovatore, versatile in ogni genere musicale. Ricordato anche come autore di aforismi, viene letto “Allora facciamo tutti i compositori”. Premesso dell’amore di Zappa per la musica classica, è suonata una brevissima “Igor’s Boogie”, omaggio a Stravinskij. Prima del gran finale, Roberto Gatto abbandona la batteria per raggiungere il microfono. Presenta due brani e racconta della scelta di creare il progetto dedicato a Frank Zappa, genio musicale che ha rappresentato un momento di crescita e formazione personale. Racconta di averlo ascoltato tre volte dal vivo ed in una di queste con i brani che sarebbero stati nell’album “Roxy And Elsewhere”. Da quelle serie di concerti sono estratte “Village of the sun” ed “Echidna’s arf (of you)” con atmosfere tra loro decisamente differenti eppure sempre eseguite consecutivamente. Ed è così che vengono proposte anche questa sera. La chiusura è un crescendo dinamico che ben accompagna il saluto finale. Come in un teatro, tutti i musicisti lasciano gli strumenti schierandosi uno accanto all’altro per salutare il pubblico. Chiamati dalla platea, rientrano per un bis con la formazione al completo. Viene suonata “Zombie Woof”, la cui esecuzione è annunciata come “complessa persino da sobri” da Moris. Le capacità tecniche dei musicisti e la rilassatezza data da un concerto riuscito non creano nessun intoppo. L’orologio segna 00:45, il gruppo scende dal palco ed è ora possibile rispondere alla domanda fatta in apertura.

È assolutamente necessario che uno spettatore si tuffi talvolta nelle oscure acque del tentativo. Tentare, cioè, di rimanere sorpreso. Per ciò che riguarda i concerti, può significare partecipare affidandosi alla casualità piuttosto che alla certezza. L’esperienza di uno spettacolo dal vivo è unica e non ripetibile, composta da variabili legate all’elemento umano. Non c’è ancora nulla capace di sostituire queste caratteristiche, fondamento di emozioni indispensabili.

(Giorgio Collini)

Setlist

Uncle Meat
Peaches En Regalia
Cosmik Debris
Montana
Lucille Has Messed My Mind Up
King Kong
Don’t Eat The Yellow Snow
Uncle Remus
Big Swifty
Igor’s Boogie
Black Napkins
Village Of The Sun
Echidna’s Arf (Of You)

BIS
Zomby Woof

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