Paola Turci al Quirinetta di Roma: REPORT DEL CONCERTO

Paola Turci al Quirinetta di Roma: REPORT DEL CONCERTO

Al mio arrivo, alle nove, ci sono appena una ventina di persone aspettando che aprano le porte del Quirinetta.

La sensazione è che, nonostante trent’anni di carriera, nove partecipazioni al festival di Sanremo, e l’uscita in aprile di una raccolta dal titolo “Io sono”, Paola Turci non sia celebrata come meriterebbe. Il pensiero si sposta ai talent show (ce n’è uno anche stasera) capaci di calamitare l’attenzione del grande pubblico sia nelle vendite di dischi che nella partecipazione ai concerti. Sfuggono certi meccanismi di gradimento capaci di esaltare anonimi sconosciuti come idoli, per poi dimenticarli dopo trecentosessantacinque giorni quando da qualche adrenalinico finale televisivo emerge un nuovo indiscutibile talento a tempo. Scendo in sala e comincio a sorprendermi, sotto il palco sono già assiepate una trentina di persone. Tra le immagini impresse c’è quella di una madre con il figlio adolescente, coppie attempate spiazzate dal contesto del locale, gruppi di amiche organizzate per un’occasione speciale. Mi guardo intorno, l’età varia tra i trenta e i cinquant’anni. È un pubblico ideale per una musicista, fatto di cuore e semplicità, un variopinto catalogo di storie complesse ed individuali celate dietro volti e sguardi apparentemente banali. Le persone non sono qui per identificarsi o riconoscersi, chi è qui vuole mettere da parte per qualche ora il peso del quotidiano, farne un tesoro in cui rifugiarsi quando il giorno dopo ricomincerà. Senza voli pindarici, c’è la consapevolezza di poter sospendere la realtà, farsi un regalo e vivere l’attimo così com’è. È La felicità di condividere musica, spazi e parole a pochi passi dall’artista amato. È la gratificazione di addormentarsi con un’emozione ogni volta diversa, sempre indispensabile.

Intanto, più scorrono i minuti, più l’idea iniziale cambia: la sala si riempie. Alle dieci e tre quarti circa si abbassano le luci. Nel buio entra la band, quindi si avvicina al microfono Paola Turci che, sola, intona le note di “Ti amerò lo stesso”. La voce è calda, sensuale, guidata con eleganza. L’entrata è d’effetto pur senza l’utilizzo di scenografie o particolari artifici. Il nudo utilizzo della voce arriva dritto in petto quando nuda è anche l’anima di chi canta. Con la successiva “Questa non è una canzone” diventa protagonista anche il gruppo che accompagna la cantante. Alle chitarre e ai cori c’è Fernando Pantini, Pierpaolo Ranieri è al basso, Fabrizio Fratepietro alla batteria e al vibrafono. Lei pantalone nero, maglietta bianca ed una giacca ricca di lustrini sceglie la chiusura del brano per rivolgersi per la prima volta al pubblico con un saluto. Quindi, tra gli applausi, è il momento di “Stato di calma apparente”. Sul palco le movenze riportano ad una scuola del passato, alle interpreti femminili degli anni Ottanta e Novanta. Braccia e mani disegnano nell’aria le parole delle canzoni spingendole verso la platea. “Fuck you”, brano originariamente scritto e cantato con J-Ax, viene arrangiato, a discapito del titolo, in maniera deliziosa. In “Volo così” lascia che sia il suo pubblico a cantare il ritornello del brano. Una coppia di mezza età, davanti a me, si stringe come farebbe una coppia di fanciulli. Prima che il concerto cominciasse si percepiva il disagio creato loro dai fattori specifici della serata come la mancanza di posti a sedere, lo slittamento dell’orario d’inizio concerto rispetto a quanto scritto sul biglietto, e persino il via vai di persone con bicchieri di plastica colmi di liquido e cannucce. Ora li ho davanti, stretti, ed è evidente che sentano solo il piacere dell’emozione provata ascoltando insieme una canzone. È una delle più affascinanti magie che la musica possa creare la capacità di togliere maschere mostrandoci per l’essenza di ciò che viviamo. Sul finale di “Ringrazio Dio” la cantante si lascia andare ad un paio di urla graffiate impressionanti e viscerali. Ringrazia ancora una volta il pubblico e si toglie la giacca lanciandola al lato, provocando un coro di approvazione. “Io e Maria”, canzone con accenni ad un amore senza limiti di genere, scuote anche chi fino a quel momento era rimasto placidamente seduto su un divanetto ad ascoltare.

Forte è la presenza della comunità omosessuale tra il pubblico, indice di una capacità estremamente versatile nel trattare il complesso argomento dell’amore. Ne “Il gigante”, i suoni sono ovattati, soffici, esaltando vocalità e testo. Imbraccia l’acustica su “Quasi settembre”, dimostrandosi anche un’ottima musicista. In “Questione di sguardi” il pubblico torna protagonista accompagnando le parole della cantante. Si balla e ci si muove a tempo. Finito il brano, scatta un minuto di applausi spontanei. Paola Turci adesso dialoga piacevolmente e il pubblico non aspetta altro. “La prossima canzone solo chi ha il nuovo disco può conoscerla” e dalla platea viene gridato: “Ce lo abbiamo tutti”, seguito da urla e acclamazioni. “Chi mi conosce un po’ sa che in questi momenti non c’ho il filo dritto, della serie portace n’antro litro…” e la platea attacca cantando “La società dei magnaccioni”. Quindi si ritorna ad atmosfere più serie per un brano citato come “autobiografico ed emblematico”. Il brano è uno dei tre inediti dell’ultimo lavoro, “Quante vite viviamo”. Dopo “Frontiera” viene suonata l’unica cover presente in scaletta, di Domenico Modugno. Spettacolare, sentita, eseguita semplicemente con voce e chitarra, la canzone è “Cosa sono le nuvole”. Una lezione di stile, musica ed interpretazione, per nuove leve canore. Una espressività carnale, profondamente viva, fa della musica una drammatizzazione della passione più accesa. Sul brano “Piccola canzone d’amore” sale al vibrafono il batterista Fabrizio Fratepietro. Così viene introdotta: “A volte le canzoni sono delle persone. Io in questa canzone ho mio padre”. Ripete sul finale una frase: “Non mi mancare mai” il cui effetto è da brividi. Applausi e la Turci replica: “Sono coinvolta e sconvolta”. Quindi presenta la band. Si fa passare il basso, mentre i due strumentisti ai lati impugnano le chitarre acustiche. Ne vien fuori un accattivante arrangiamento di “Mi manchi tu”. Mentre riprende in mano la sua chitarra acustica chiede: “C’era groove nel mio basso? C’è groove anche qui” e si scatena con l’ultimo singolo pubblicato, “Io sono”, seguita da “Saluto l’inverno” che il pubblico non si fa mancare dal cantare. C’è allegria, felicità, senso di liberazione. Mentre ancora la band suona, la Turci urla: “Grazie!” ed esce. La band dopo poco chiude il brano e si allontana dal palco. Passa qualche minuto e rientrano. In “Attraversami il cuore” suggestive sono le luci, che riempiono la sala di stelle colorate. Ringrazia i tecnici audio e luci, nominandoli uno per uno, ringrazia il tour manager, i suoi manager, la Barley Arts, e tutti quelli che sono presenti per regalarle una grande festa. Imbraccia ancora l’acustica e presenta una canzone ripescata dal cassetto del tempo, “Mi chiamo Luka”, tratta dal suo primo album del 1988. Entra qualche sonorità più rock con “Questa parte di mondo”. Siamo al finale: “Per il mio personale arrivederci non ho ringraziato ancora due persone che da più di vent’anni portano avanti il mio fan club, Paola e Giorgia”. A loro e ai fan presenti dedica “Bambini”, vincitrice a Sanremo nel 1989. All’interno del brano presenta di nuovo la band, poi scendono tutti dal palco. La serata è stata un successo e Paola Turci viene richiamata a gran voce. Rientra con la chitarra acustica, suona “Sai che è un attimo”. È mezzanotte e dieci, gli applausi sono a scena aperta, capaci di trattenere ancora qualche minuto la cantante sul palco. Un concerto inaspettato, con semplici ed efficaci arrangiamenti, ottimi per accompagnare una voce ricca di sfumature e profondità. Un’artista che nel corso del tempo ha continuato a lavorare prescindendo dall’imprevedibile giostra del successo, una musicista in grado di confrontarsi non con l’immagine riflessa di se stessa ma con il contesto musicale di cui si è circondata durante gli anni.

(Giorgio Collini)

Setlist

Ti amerò lo stesso
Questa non è una canzone
Stato di calma apparente
Fuck you
Volo così
Ringrazio Dio
Io e Maria
Il gigante
Quasi Settembre
Questione di sguardi
Quante vite viviamo
Frontiera
Cosa sono le nuvole [cover di Domenico Modugno]
Piccola canzone d’amore
Mi manchi tu
Io sono
Saluto l’inverno
BIS
Attraversami il cuore
Mi chiamo Luka
Questa parte di mondo
Bambini
Sai che è un attimo

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