Tony Hadley racconta il suo ‘Christmas album’ italiano – INTERVISTA

Tony Hadley racconta il suo ‘Christmas album’ italiano – INTERVISTA

Tony Hadley indossa giacca blu, camicia azzurra, sciarpa quadrettata in tinta. L’unica nota stonata è la tazza degli Skid Row da cui sorseggia caffè. Un vin brulè sarebbe più appropriato: il cantante degli Spandau Ballet è in Italia per presentare il disco di canzoni natalizie “The Christmas album”, non una raccolta di classici interpretati con modi da crooner o con l’accompagnamento di un’orchestra, ma un disco pop con due inediti, riletture di sempreverdi e canzoni meno scontate. È stato lanciato dalla cover di “Shake up Christmas” dei Train il cui video fa parte di una “Short Christmas story” che si svilupperà nell’arco di quattro clip. Nato da un’idea tutta italiana, l’album è stato prodotto, inciso e suonato a Milano. “La cosa buffa dei dischi di Natale” dice Hadley “è che li devi registrare in estate. Si dice che, pur di creare in studio un’atmosfera invernale, una famosa star abbia fatto alzare al massimo l’aria condizionata, per poi cantare impellicciata. Ma te l’immagini?”.

Com’è nata l’idea dell’album?
Da una serata in cui il produttore Claudio Guidetti e Fausto Donato della Universal avevano bevuto troppo. Mi telefonano e mi dicono: abbiamo un’idea per te, un disco di Natale. E io: mmm, beh, ok. Ci ho pensato su e mi è venuta voglia di farlo, sì, ma a modo mio, non alla Tony Bennett, Frank Sinatra o Michael Bublé. Una delle prime canzoni che abbiamo scelto è “Shake up Christmas” dei Train, e poi “Somewhere only we know” dei Keane.
Che però non è una canzone natalizia…

In Inghilterra lo è diventata quando Lily Allen l’ha portata al successo durante le festività natalizie. Ha un testo incredibile.
Che fa: “Oh, cose semplici, dove siete finite? Sto invecchiando e ho bisogno di qualcosa su cui fare affidamento”. Ti ci riconosci?
Assolutamente. Sono cresciuto in un’epoca più semplice di questa. Avevamo tre reti tv e un radio, fine della storia. Oggi le nostre vite sono caotiche. E stiamo perdendo il vero significato del Natale, e te lo dice uno che non è particolarmente religioso. Ma ricordo le mattine del 25 dicembre in cui si andava a messa e, quand’ero più grande, usciti di chiesa tutti a bere al pub.

Caricamento video in corso Link

Sei nostalgico?
No, ho ancora l’entusiasmo di un trentenne e amo il presente, ma maledizione, il tempo è volato.


In uno dei due inediti, “Snowing all over the world”, dici che vuoi tornare bambino…
Che voglio tornare bambino quando Babbo Natale era il mio migliore amico. Dentro ognuno di noi c’è un bimbo e le festività natalizie lo riportano in vita perché per qualche giorno ci disconnettiamo e tutto torna semplice. Ricordo l’ultimo Natale. Siamo usciti a guardare le stelle, riuscivamo a vedere a occhio nudo la stazione spaziale internazionale. I bambini dicevano che quel puntino luminoso lassù era Babbo Natale.

Avevi 15 anni quando uscì “I believe in Father Christmas” di Greg Lake, che oggi interpreti con Aldo Tagliapietra delle Orme alla chitarra. È una canzone piuttosto triste, sulla fine dell’innocenza.
Essì, questo è un disco pieno di contraddizioni. C’è anche “Lonely this Christmas” dei Mud, che non credo voi italiani conosciate. Si tratta di una fun band anni ’70 che interpretava questo pezzo in uno stile alla Elvis Presley. Nessuno li prendeva sul serio e invece il testo era piuttosto triste. Ho cercato di valorizzare le parole, perché il Natale è un periodo meraviglioso, ma può essere miserabile per parecchia gente.

L’altro inedito è “Every second I’m away” che hai scritto con Claudio Guidetti e Annalisa Scarrone.
Ho sentito il loro demo e mi è sembrata una gran melodia. Ho scritto un testo sulla lontananza: sono sempre on the road, è una vita meravigliosa, ma che nostalgia di moglie e figli…

Come hai affrontato “Fairytale of New York”, che canti con Nina Zilli? La versione di Shane MacGowan e Kristy MacColl è imbattibile…
E infatti ero indeciso se farla. L’ho risolta tenendomi lontano dall’originale. Io e Shane siamo all’opposto come cantanti e il fatto che Nina sia italiana dà un sapore differente alla canzone. Abbiamo eliminato l’influenza irlandese e inserito un pianoforte un po’ più country, diciamo alla Bruce Hornsby.

Conoscevi Nina?
No, me l’ha proposta Claudio. Ha una gran voce ed è una bella ragazza: ottima idea.

È un disco italiano, questo. Che ne pensano in Inghilterra?
Nessuno ne fa mai menzione. Quando la musica suona bene, non importa dov’è prodotta.

Gli Spandau Ballet sono sempre stati più popolari in Italia che altrove. Persino più che nel Regno Unito?
Forse no, forse eravamo più famosi nel Regno Unito che in Italia. Ma a Milano e Roma era pazzesco, tipo Beatlemania. Non potevamo camminare per strada. Quando facemmo Sanremo con i Duran Duran [era il 1985, ndr] la situazione era fuori controllo. Pura follia. Tentavano di toglierci i vestiti, strapparci i capelli. Sono contento che non sia più così…

Oggi le rock star come Noel Gallagher vanno ai concerti in metropolitana.
Pff… tutti a parlarne, ma ho una notizia per voi: col traffico che c’è, la metro è il mezzo più veloce per girare Londra.

Il fanatismo che ti circondava ti ha tenuto separato dalla vita reale?
No, ho deciso fin dall’inizio di condurre una vita normale. Mi sono tenuto gli amici di sempre, non frequento le celebrità. È un lavoro, diverso dagli altri, ma è pur sempre un lavoro e non mi rende migliore dalle altre persone. I ragazzi vengono da me e mi dicono: voglio essere famoso. E io: perché? E loro: perché voglio andare in tv. Ma tu, ragazzo, sai quant’è noioso fare televisione?

C’è il cantiere qualche altro progetto con gli Spandau Ballet, dopo il tour della reunion?
Al momento no, siamo tornati alle nostre attività soliste. In dicembre farò concerti in Italia: [prende il mano lo smartphone e legge le città, ndr] Matera, Taranto, Molfetta, Potenza, Montebelluna, e magari canterò un paio di canzoni dal disco di Natale. E nel 2016 pubblicherò il disco di inediti di pop contemporaneo a cui lavoro da anni. Non aspettatevi gli Spandau Ballet, è musica più strana e moderna, qualcosa con la cassa in quattro, un po’ di Robert Palmer. Conto di tornare in Italia per i festival estivi.

Ho visto gli Spandau Ballet in marzo e mi è parso che “Through the barricades” abbia assunto un nuovo significato, che siate voi Spandau ad avere attraversato le barricate…
Dico sempre che se ci siamo riuniti noi, lo può fare chiunque. Con l’esperienza che abbiamo, ci rendiamo disponibili per consulenze e sedute di terapia.

(Claudio Todesco)

Dall'archivio di Rockol - dopo gli Spandau Ballet: "Talking to the moon"
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!
Scheda artista Tour&Concerti Testi
La fotografia dell'articolo è pubblicata non integralmente. Link all'immagine originale

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.