Calibro 35 al Quirinetta di Roma: REPORT DEL CONCERTO

Calibro 35 al Quirinetta di Roma: REPORT DEL CONCERTO

Non credevo di poter essere interessato alla musica strumentale, all’assenza di una vocalità o di un testo che suggerisca una direzione da seguire. Eppure, trascorsa qualche ora dal concerto dei Calibro 35, la sensazione è quella di voler ripetere al più presto l’esperienza coinvolgendo quegli amici che, ne sono certo, rimarrebbero impressionati come lo sono io.

Nonostante sia arrivato il freddo e per le strade ci siano presidi armati un po’ ovunque, nonostante sia giovedì e in centro non è mai abbastanza chiaro si possa o meno parcheggiare, il Quirinetta è colmo d’anime. Incrocio molti sguardi ed il colpo d’occhio appare da concerto internazionale. Non solo universitari, musicisti e cinefili compongono la platea, ma uomini e donne di varia età ed estrazione sociale riempiono ogni spazio disponibile. Chi sono i Calibro 35? Ed in questi tempi di corsa alla sicurezza, è ancora concesso loro presentarsi con questo nome? Sinteticamente, sono quattro musicisti italiani di differenti provenienze artistiche che dal 2008 si dedicano ad un progetto con fondamenta nelle colonne sonore di film degli anni Sessanta e Settanta. Da qui il nome Calibro, termine utilizzato in titoli polizieschi dell’epoca, e 35 riferito invece al formato della pellicola, 35mm. Spiegato in questo modo, se non si hanno passioni pregresse nel settore, non sembra molto interessante. Fatto sta che oltre ad avere all’attivo cinque album, alcune colonne sonore, tour internazionali in Europa e U.S.A., ed essere stati campionati da Jay Z e Dr. Dre (l’industria musicale per eccellenza, quella statunitense), sono riusciti a far arrivare tutti questi spettatori esattamente alle dieci come scritto sul biglietto. Se questo non è un segno evidente di quale grande aspettativa ci sia per il gruppo, non saprei cos’altro potrebbe esserlo.

Prima di loro salgono sul palco i Solki, band con tre elementi di genere psych-pop-punk-rock. Riporto il genere perché a mio avviso rende la proposta musicale. In pochi brani mostrano il contrasto tra una voce femminile con melodie caratterizzate da un’interpretazione curata ed una base musicale effettivamente punk, dove “punk” sta per semplice ed essenziale. Efficaci ed in grado di incuriosire, sono una piacevole anteprima dello spettacolo principale.

Verso le undici si abbassano le luci. Viene mandata una registrazione audio, estratta probabilmente da qualche pellicola degli anni Sessanta, dove non devono mai mancare due parole: “gamma” e “terra”. Guardando il palco, dalla destra, troviamo la strumentazione di Enrico Gabrielli (sintetizzatori, flauto, sassofono, violino e voce), Luca Cavina (basso), Fabio Rondanini (batteria), e Massimo Martellotta (chitarra e sintetizzatori). Sulle parole dei supposti scienziati disquisenti cose dello spazio, entra con delicatezza la melodia di Gabrielli al sintetizzatore. Il palco è illuminato appena, qualche fascio di luce ed atmosfere nebulose create con la macchina del fumo. Cominciano a suonare anche gli altri musicisti seguendo la dinamica del brano. C’è un profondo equilibrio nei movimenti musicali ed una enorme sensibilità. Dopo circa dieci minuti finisce il primo momento sonoro con “An Asteroid Called Death”. Il pubblico è totalmente coinvolto, tanto che si percepisce un piccolo attimo di sospensione prima che esplodano urla e applausi. Il brano seguente è quello che dà il titolo all’ultimo lavoro, “S.P.A.C.E.”. Il tono si fa più allegro, le luci sul palco più vive, il gruppo comincia a muoversi seguendo l’onda del pubblico. I musicisti non dicono niente, non interagiscono con le parole né con i movimenti. Lasciano che sia la musica a farlo, concentrandosi su quella. Per quanto sia tecnicamente complesso, il suono ruota intorno a riff che funzionano, dando ritmo e passo agli spettatori. Non c’è spazio per pensare, c’è spazio per sentire. Questa volta la poesia è espressa senza alcuna lettera. Durante “Ungwana Bay Launch Complex”, dopo essere passato per flauto e tastiera, Gabrielli suona il sax, e il sax contemporaneamente con il sintetizzatore. Al di là dell’effetto spettacolare dell’insieme, bisogna segnalarne la resa. Le melodie partono da Martellotta e Gabrielli, i due musicisti con postazione uno di fronte l’altro. Al centro c’è il solido sostegno ritmico di Rondanini e Cavina. La mancanza della voce non si fa sentire, sostituita da fraseggi dinamici capaci di entrare in testa al primo ascolto. Le atmosfere cambiano continuamente da morbide, per rilassare la tensione, al funky, dove risalgono vibrazioni e movimento. Ora le luci tengono sempre illuminato il palco. I suoni più rock, dilatati ed emozionali, si alternano a stacchi e silenzi precisi. Quando Gabrielli imbraccia il violino un piccolo contrattempo, che rende ancora più prezioso il concerto, conduce ad un’entrata che non sembra funzionare al primo tentativo. Il violino è effettato e si mescola con un’impronta aliena e ripetuta del sintetizzatore di Martellotta. I suoni sono spaziali, o più precisamente percorrono quei colori che siamo culturalmente abituati a definire come tali. Intanto le tastiere di Gabrielli saltellano per la forza di gravità e la spinta impressa dal musicista. Forse a causa delle atmosfere sonore o forse per la grande abilità degli interpreti, improvvisamente immagino come sarebbe potuto essere un concerto degli Area negli anni Settanta. Alle undici e tre quarti scendono dal palco. Parte di nuovo un nastro registrato sull’invasione terrestre. Non sono certo abbiano pronunciato “gamma “ ma “terra” è stato sicuramente detto. I Calibro 35 risalgono dopo qualche minuto accompagnati dalla cantante dei Solki, Serena Alessandra Altavilla. Il tempo di un brano, che la cantante interpreta egregiamente in modalità vintage, e si ricomincia da quattro. Si esce dalle atmosfere interstellari per catapultarsi in quelle dei polizieschi. Rondanini è più di una macchina, è un’industria intera. Non sbaglia un colpo e non sembra sentire la fatica nonostante la partitura ritmica non sia decisamente semplice. Arriva il momento delle presentazioni, ed è Gabrielli a farle “in questo che sembra un teatro e anzi è un teatro”. Pochi istanti per citare e ringraziare l’essenziale: musicisti, fonìa, Solki e pubblico. Le parole non sono necessarie, tutto sommato, stasera. Il rientro è in un’atmosfera sonoramente ricca, un ritmo frenetico di sax e batteria. Le suggestioni sonore si trasformano brano dopo brano in corse, quindi cavalcate. Ritmi sincopati, sempre più coinvolgenti, mutano in rock mentre crescono le luci con effetto strobo. Il pubblico esplode. Ringraziano ancora e suonano l’ultimo brano. Non fanno i conti con il fatto che la platea stasera è infuocata e li rivuole sul palco. Rientrano e, decisi a placare gli entusiasmi, annunciano un ballabile dal titolo “Daje, daje, daje”, prendendo spunto da terminologie captate in platea. Il brano è questa volta davvero l’ultimo, ma il livello diventa decisamente hard rock, con suoni più saturi e duri. Trasformato, anche se la melodia rimane coerente con lo stile del gruppo, il suono è più sporco e cattivo. Guardando intorno invece, negli gli sguardi degli spettatori, si percepisce gioia pura. Concludono, è mezzanotte e venti, stavolta è terminata anche la gamma di possibilità che possano salire nuovamente sul palco. Piedi per terra e direzione bancone del bar.

(Giorgio Collini)

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