Zucchero, nuovo album e residency a Verona nel 2016: 'Perché con le sfide mi eccito, e guardo avanti'

Zucchero, nuovo album e residency a Verona nel 2016: 'Perché con le sfide mi eccito, e guardo avanti'
Credits: Daniele Baracco

Quando la stampa l'ha incontrato, questa mattina a Milano, era appena arrivato da Londra, e con - in tasca - un biglietto aereo per New Orleans, dove andrà a porre gli ultimi ritocchi al suo nuovo album di inediti, il primo da cinque anni e mezzo a questa parte. In testa ha - oltre a un capello "che hanno usato per girare 'Gangs of New York, trovato nella bottega di un mio amico artigiano di Los Angeles" - un sacco di cose da dire. Perché il 2016, per il bluesman emiliano, sarà un anno campale Oltre all'ideale seguito di "Chocabeck" del 2010 - atteso nei negozi per la primavera prossima - Zucchero farà partire il prossimo anno un tour mondiale, che debutterà con una sontuosa residency da dieci date all'Arena di Verona, i prossimi 16, 17, 18, 20, 21, 23, 24, 25, 27 e 28 settembre.

Anzi, più di una residency, chiarisce l'amministratore delegato di Friends & Partner Ferdinando Salzano, che lo accompagna di fronte alla folla di giornalisti convocati: "Ci saranno street band che reinterpreteranno il suo repertorio per le strade della città, una mostra, e due serate - una organizzata con la collaborazione di Twitter - dedicata ai giovani e agli emergenti già affermati". Tantissima carne al fuoco, dunque, che è bene mettere in ordine. Partendo dal nuovo disco.

"E' un anno che ci sto lavorando, mi ho messo grande impegno", ammette Sugar: "E' un disco che ritorna alle atmosfere, alle sonorità e soprattutto all'atteggiamento di 'Oro, incenso e birra', che poi è l'album che mi ha permesso di fare la carriera che ho fatto.

Non è stato facile tornare così indietro e ritrovare lo spirito naif dell'epoca: allora avevo meno paura, ero più spontaneo, non mi preoccupavo di cosa funzionasse o meno in radio. E' stato un sforzo emotivo non da poco, ma ora sono contento". "Rappresenta un forte sterzata rispetto a 'Chocabeck'", prosegue, "Per me cambiare strada non è mai stato un problema, anzi. Se c'è una cosa che non riesco a fare è replicare gli album, anche quelli di successo. Scartare dalla direzione è sempre stata una mia caratteristica. L'ultimo disco era più intimo, armonioso e melodico rispetto a quello che sentirete". I dettagli, furbescamente, non li dice - "sennò quando lo presenterò non vi farete più vedere", scherza con la platea - anche se qualche dettaglio non fondamentale, lo lascia trapelare: "Ci hanno lavorato tre produttori: nomi grossi, gente che non è facile avere, molto impegnata, che ha dovuto trovare un buco in agenda". Sorride sornione se gli si fa il nome di Don Was - suo vecchio collaboratore già sodale di Rolling Stones e altri grandissimi, meno quando gli si ricorda .cosa è successo venerdì scorso - "Il tour l'avrei sospeso anch'io, ma non per paura: per salire sul palco, come per assistere a un concerto, ci vuole lo spirito giusto. E non si può fare musica in una situazione così drammatica. La cosa che mi ha colpito di più, in ogni caso, è la codardia degli attentatori: hanno colpito gente inerme, a tradimento, in posti lontani dal potere. Vigliacchi" - e si illumina quando parla delle dieci date che tra i prossimi 16 e 28 settembre lo vedranno in azione nella storica location scalighera: "Non dare mai niente per scontato è un modo per andare avanti. Riempire per dieci sere consecutive l'Arena non è semplice, ma le sfide mi eccitano". Quando qualcuno prova a strappargli i nomi degli ospiti, lui prima scherza - "Se ho in mente qualcuno? Come no: Pavarotti, Joe Cocker, Lucio Dalla, Amy Winehouse, Ray Charles" - poi spiega: "Forse i miei soliti amici, Eric Clapton, Bono, Sting, ma anche qualcuno di meno scontato. Gli italiani li voglio, eccome, ma con loro c'è sempre il problema del preavviso: se non gli dici le cose con un mese di anticipo, vanno nel panico. Quando ho duettato con Bono, l'ultima volta che gli U2 sono venuti a Torino, lui la proposta me l'ha fatta poco prima di salire sul palco, a poco più di un'ora dalla mia apparizione. Stessa cosa successe con Clapton a Bologna: la chiamata arrivò alle 15, e la sera salii sul palco senza nemmeno avere fatto il soundcheck. I miei colleghi non sono così. Non tutti, almeno: a New York Jovanotti è venuto a trovarmi e non riuscivo più a mandarlo via dal palco".

Non rinuncia alla frecciata, Sugar, quando qualcuno gli chiede se un tardivo annuncio degli ospiti - che secondo Salzano potrebbero essere confermati verso i prossimi mesi di giugno e luglio - rispetto alle prevendite possa creare qualche situazione imbarazzante, tipo "comprare un biglietto per un determinato giorno e poi scoprire che quello dopo ci sarebbe stato Santana, e invece per quello scelto tocca sorbirsi Kekko dei Modà": "Certo che hai fatto un salto bello grosso...", per chiudere, sempre scherzando, "No, vedremo come andranno le prevendite".

E la figlia Irene? "Al momento il tacito accordo, tra noi, è che lei faccia la sua strada, incontrando tutte le difficoltà che il suo cognome me porterà in dote. Io a consigliarla ci sarò sempre, ma adesso è meglio che sia autonoma, anche perché gli impegni che mi sono preso per il nuovo disco non mi concedono molto tempo. Alla fine, però, è meglio così: se son rose, come si dice, fioriranno. E se non dovessero fiorire io ho una bella azienda agricola dove c'è spazio per tutti. Anche se non l'avrei mai sostenuta se non avessi creduto da subito nel suo talento...".

A proposito di talento: cosa ascolta, oggi, Zucchero? "I classici 'recenti', come il disco che Clapton ha fatto per J.

J. Cale ["The breeze" del 2014], qualcosa di Avicii, ma di vecchio, quando giocava col country: quei pezzi non mi dispiacevano, poi però quando arrivava il 'tunz tunz' spegnevo. Paolo Nutini, che a Lucca ho avuto anche modo di conoscere. E Adele, che apprezzavo già prima e della quale attendo il nuovo disco. I Coldplay? Chissà. In ogni caso, credo che le novità ce le si possa aspettare più dall'Europa che dagli States, perché lì il mainstream è più patinato. Ah, e l'ultimo disco di De Gregori: .il suo lavoro sul repertorio di Dylan è stato eccezionale". E dei rapper cosa ne pensa, il bluesman emiliano? "Alcuni mi piacciono, più che per l'aspetto musicale, per il fatto di avere la capacità di dire certe cose in un modo che al rock e soprattutto al pop ormai non appartiene più. I rapper vanno 'contro' qualcosa, i rocker no, perché adesso il rock è il pop sono diventati un po' troppo educati...". E il resto? "Negli ultimi anni ci stanno abituando a gran panini farciti di merda: il pubblico generalista ci si è così abituato che se un giorno ci trova dentro una fettina di cipolla si rifiuta di mangiarlo, un po' perché cambia il solito sapore, e un po' per paura che gli puzzi il fiato. Ecco, questo è quello che succede oggi. E mica solo in Italia...".

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