Verdena all'Orion di Ciampino: REPORT DEL CONCERTO / FOTOGALLERY

Verdena all'Orion di Ciampino: REPORT DEL CONCERTO / FOTOGALLERY

Alle nove, il locale è già piuttosto pieno. Appena fuori alcuni ragazzi tra i venti e trent’anni attendono di entrare per finire birre che si sono portati da casa. Dentro, le luci sono basse e l’atmosfera è pervasa da un blu diffuso. Il palco è completamente buio e sotto ci sono già almeno una cinquantina di persone, in piedi, ad aspettare che inizi il concerto. Elevata è la presenza di giovani e giovanissimi, il che è degno di nota vista la complessità degli ultimi lavori dei Verdena e la lontananza dall’epoca in cui si sono affermati, epoca figlia di suoni ed abitudini decisamente diverse da quelle odierne. Evidente è che, per i presenti, l’evoluzione tecnologica, la facilità di accesso ai contenuti, l’atteggiamento multitasking e la diffusione dei talent show non abbiano inficiato curiosità e passione per un genere così poco addomesticabile. Lo stile che negli anni Novanta era definito “grunge” è stasera largamente rappresentato da generazioni che, al tempo, erano appena venute al mondo o forse non lo erano affatto. È senz’altro un’immagine curiosa che comporta domande su quali caratteri possano essere stati trasmessi nonostante i notevoli cambiamenti sociali intercorsi negli anni. Però, in fondo, ancora di più conta che la sala sia piena e che, qualsiasi siano le cause, abbiano tutti scelto di trascorrere il venerdì sera partecipando a questo evento.

Alle nove e trequarti sale sul palco Adriano Viterbini, già Bud Spencer Blues Explosion, accompagnato alla batteria da Fabio Rondanini e dal polistrumentista Josè Ramon Caraballo Armas. Quaranta minuti di esibizione regalano un’idea piuttosto precisa delle enormi capacità chitarristiche di cui è dotato il musicista. Ascoltando i cinque brani proposti, piuttosto eterogenei tra loro, ciò che colpisce è la grande sensibilità dinamica e sonora dell’esecuzione. Non capita spesso che, a Roma almeno, sia suonato un rock così energico e pulito, in grado di attingere a sonorità vicine alla gloriosa epoca degli anni Sessanta e Settanta. Il pubblico apprezza ed applaude senza remore.

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Alle dieci e quaranta, nel febbricitante entusiasmo di una platea in visibilio, giunge il turno dei Verdena. L’impatto è potente e distorto. La voce di Alberto Ferrari galleggia tra i toni medio-alti di chitarre sature. Roberta Sammarelli e Luca Ferrari rappresentano la sezione ritmica forastica, istintiva, capace di mantenere solida la base di ogni aleatoria ricerca melodica. Completa il movimento, per l’occasione, Giuseppe Chiara alla chitarra, tastiera e sintetizzatore. Il brano di apertura è “Cannibale”. L’intelligibilità della voce è piuttosto relativa, anche per gli effetti applicati al microfono, ma questo fa parte delle sonorità del gruppo. Anzi, probabilmente, fa parte della filosofia stessa della musica dei Verdena. I testi, a volte urlati a volte sussurrati, sono un’alchimia che non necessariamente sembra seguire un filo logico. È la parte emotiva a determinare cosa e come esprimerlo. L’impulso guida ed il linguaggio si piega ad assecondare. Proprio come un’emozione, il percorso testuale non segue ciò che ha logica preferendo ciò che ha sensibilità. Per quanto sia difficile da credere funziona perfettamente in chi ascolta. Lo dimostrano venti anni di carriera, sette album, numerosi riconoscimenti ed un fatto che può essere considerato una vera e propria peculiarità: ogni prodotto realizzato, per quanto distante dagli standard dell’industria musicale, ha puntualmente centrato l’obiettivo. Non importa quanto abbiano stravolto la forma canzone eliminando la concezione di strofa-ritornello, non è bastato mettere sul mercato un album doppio e poi un doppio album diviso in due volumi usciti a distanza di qualche mese, non è stata sufficiente nemmeno una ricerca sonora spudoratamente disinteressata al gusto del mercato, i Verdena hanno comunque conquistato vecchie e nuove leve. Durante le quasi due ore di concerto, propongono gran parte dell’album “Endkadenz Vol. 2” riscuotendo indiscusso consenso. Praticamente ogni nuova canzone viene intonata dal pubblico, e non sembrano esserci, durante l’esecuzione della scaletta, quei tipici cali dove gli spettatori cedono in attenzione per andarsi a rifornire di alcolici. Inutile, perciò, sottolineare i boati di entusiasmo per brani considerati dei classici come “Caños”, “Nova”, “Ultranoia” e “Mina”. Anche in questo caso emerge una caratteristica della band. Le canzoni ci mettono davvero poco a diventare dei classici, perché si possono definire ormai tali persino le più recenti “Puzzle” e “Un po’ esageri”, di “Endkadenz Vol. 1”, urlate a squarciagola dai presenti. Per ciò che concerne la musica sono almeno un paio le osservazioni che spiccano tra le molte che si potrebbero trovare. Hanno una impressionante capacità di costruire dinamiche musicali che spaziano dalla potenza distorta di un grezzo giro di basso, batteria e chitarra alla morbidezza dilatata di un accompagnamento piano e voce. Ciò che li rende davvero superlativi, e che ha sicuramente contribuito al loro costante successo, è il grande talento nella modulazione di questi passaggi sonori. Senza questo verrebbe meno il senso poetico della loro originale forma canzone e lì dove c’è condivisione emotiva, rischierebbe di esserci semplicemente un nonsenso letterario. Se i sentimenti si trasmettono immediatamente con lo sguardo, i Verdena lo sanno fare con la musica. Non importa la parola di per sé, ma sono l’intensità ed i colori sonori che l’accompagnano a restituirne il significato corretto. In questa sorta di magia scendono dal palco sulla coda del brano “Waltz del Bounty”, prima Roberta, poi dopo poco Giuseppe, Luca e il cantante Alberto in un’alienante sequenza di “ciao, grazie”. Lì per lì mi sono chiesto se ci fosse qualcosa di strano. Poi, una volta fuori, il telefono ha ricominciato ad avere linea.

Mi sembra il caso di chiudere con un appunto personale. Quando a Parigi sono iniziati gli attacchi terroristici i Verdena stavano ancora suonando. Scrivere il report di questa sera non è stato facile, affatto. Saputo cosa stava accadendo mi si è gelato il sangue ed ancora non passa. Il pensiero si sposta continuamente verso coloro che stavano facendo esattamente ciò che io stavo facendo, ma in un’altra città. E mi domando se sia giusto o meno parlare di musica adesso. Ci sono eventi che non siamo preparati a capire, troppo lontani dal nostro modo di pensare eppure così vicini da travolgerci. Cosa si fa in questi casi? Non lo so. Però, la bellezza che ho sempre trovato nella musica, negli spettacoli, negli sconosciuti incontrati, aspetta di essere cercata ancora. Forse con più tenacia.

(Giorgio Collini)

Setlist: Cannibale
Fuoco amico I
Fuoco amico II (Pela i miei tratti)
Nuova Luce
Canos
Dymo
Vivere di conseguenza
Nova
Colle immane
Muori delay
Letto di mosche
Identikit
Lady Hollywood
Nera visione
Puzzle
Badea blues
Un blu sincero
Caleido

BIS
Mina
Ultranoia
Un po’ esageri
Waltz del Bounty

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