Scorpions al Palalottomatica di Roma: REPORT DEL CONCERTO E FOTOGALLERY

Scorpions al Palalottomatica di Roma: REPORT DEL CONCERTO E FOTOGALLERY

Nella giornata in cui si celebra il ventiseiesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino, al Palalottomatica di Roma è andato in scena un grande evento musicale.

Sul palco sono saliti gli Scorpions, band tedesca con sonorità che spaziano dall’hard rock all’heavy metal. Per molti sono “quelli di Wind of change”, hit del 1991, ma per chi ha un minimo di cultura musicale rappresentano una fetta consistente di storia del rock. Solamente tre giorni fa hanno festeggiato cinquant’anni di carriera, andandosi ad affiancare a gruppi del calibro dei Rolling Stones, ed oggi sono in città con la prima data ufficiale, a traguardo raggiunto, del ‘Return to forever – 50th Anniversary Tour’. Per solennizzare una ricorrenza così importante sono stati ristampati, con l’arricchimento di materiale finora inedito, otto dei diciotto album registrati in studio, tra i quali si annoverano pietre miliari come “Lovedrive”, “Blackout” e “Love At First Sting”.

Il pubblico che riempie il palazzetto sembra essere di tutte le età, questo a dimostrazione che il rock non solo non muore mai, ma si riproduce costantemente. Ci sono intere famiglie con madri, padri e figli uniti dal nero delle magliette, gruppi di amici con le classiche fascette legate in testa, e non mancano i rappresentanti del metal, musicisti o ex musicisti, immediatamente riconoscibili come una tribù.

Ore 21 e 23, le luci si spengono e dalle casse arriva il suono di una sirena antiaerea. Su un gigantesco telone è disegnata una corona, logo del tour e metaforica proclamazione. Partono le chitarre, cade il telone e sul palco esplodono Rudolph Schenker e Matthias Jabs, esaltati dalle ottave di Klaus Meine. L’emozione è forte, come partenza funziona meravigliosamente. Il brano di apertura è “Going out with a bang”, tratto dall’ultimo lavoro discografico, in cui viene subito messo in chiaro che “if you think we’re not fighting like we used to do, so are you ready for this: you might learn a bit, a trick or two, because all those years of rockin’ hard have thaught us how to rise and how to fall. We’re still standing tall” (Se pensi che non stiamo lottando come al solito, allora ascolta: potresti imparare qualcosa, giusto un trucchetto o due, perché tutti questi anni in cui abbiamo fatto del rock, abbiamo imparato come ci si innalza e come si cade. Ancora siamo in piedi).

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Il palco ha due livelli, su quello più alto è montata la batteria con doppia cassa dello statunitense James Kottak, mentre su quello inferiore si muovono gli altri. Al centro è posta una passerella aggettante, costantemente solcata dai musicisti per il visibilio dei fortunati spettatori posizionati nei pressi. Il fondale è completamente coperto da schermi dove vengono proiettate le immagini che accompagnano ogni brano. Non ci sono amplificatori visibili. Oltre ai musicisti ed alle aste dei microfoni, gli unici altri elementi si trovano al centro esatto del palco e credo siano un ventilatore, un teleprompter, e un case sul quale sono appoggiati dei tamburelli, un campanaccio e fasce di bacchette che Klaus Meine regala puntualmente al pubblico. La scaletta prosegue con brani composti a cavallo degli anni Ottanta, procedendo con un armonico medley di canzoni estratte dagli album editi tra il 1974 ed il 1977. Gli Scorpions, dopo un mese di riposo dal tour che li aveva visti protagonisti negli Stati Uniti d’America e in Canada, si presentano in piena forma fisica. Meine ringrazia non appena può, esprimendosi in italiano per salutare dopo il secondo brano: “Buonasera, come state?”, e più volte durante lo spettacolo con una sequenza di “Grazie mille”. Quindi rivolgendosi in inglese al pubblico chiede se sappia perché gli Scorpions sono ancora sul palco. La risposta arriva diretta con le note di “We built this house”. Quando si costruisce una casa su una roccia non può crollare, rompersi o cadere giù. Sono Scorpions decisamente maturi quelli dell’album “Return to forever”, ed è un piacere ascoltarli. Guardando tra il pubblico, vedendo scorrere le immagini sugli schermi di un padre che insegna al figlio come suonare la chitarra, respirando l’atmosfera che c’è intorno, fa sorridere percepire quanto sia molto più solido e genuino chi ha scelto di appartenere a questo particolare modo di essere. Fa ridere invece che gli Scorpions siano stati censurati per delle copertine che attualmente sarebbero troppo sobrie per qualsiasi campagna elettorale, o che, fino a non troppi anni fa, amare il loro stile fosse accostato a scelleratezza e pericolosità sociale. Davanti a chi ha scelto di essere presente stasera ci sono tre rocker di 60, 67 e 67 anni capaci di divertirsi come adolescenti, trasmettendo la purezza del divertimento in modo del tutto spontaneo e naturale. Capaci anche, in scaletta, di toccare le fragili corde dei sentimenti inserendo una parentesi di intimità con l’arrangiamento di alcuni loro classici in acustico. Così in comunione con gli spettatori, e tre microfoni piazzati all’estremo della passerella, nascono alcune tra le emozioni più delicate della serata. L’apice viene toccato con la seguente e celeberrima “Wind of change”, le cui parole fanno vibrare l’architettura risuonando nel palazzetto per liberarsi una volta all’esterno. Ma non è sulle ballate che il gruppo ha costruito una carriera. Lo ha fatto grazie all’energia, alla carica, all’esplosività, ed è ora di tornare a premere sull’acceleratore. Sono impresse nella mente le riprese video di concerti in cui chitarre e microfoni volavano nell’aria per essere poi presi al volo, si costruivano piramidi umane per salutare gli spettatori, ed erano percorsi chilometri correndo su e giù per il palco. La generosità non è stata intaccata dal tempo e la potenza del passato riecheggia nella carica di “Dynamite”. In platea l’aria è elettrica e sui volti delle persone si legge la felicità di esserne partecipi. Il concerto prosegue accelerando, scatenando l’entusiasmo generale, deflagrando sul finale. Non ci sono confini tra palco e platea, e gli Scorpions si concedono senza remore. Alle 23:00 ringraziano e salutano Roma, uscendo dal palco con una bandiera italiana ed il pupazzo di uno scorpione lanciati dal pubblico.

Fino qui ho preferito non scendere nei particolari, citando solo alcuni dei brani proposti e non descrivendo tutte le stimolanti sensazioni provate. Questa scelta è dovuta al fatto che sono ancora due le date che la band terrà in Italia, e per chi vi parteciperà è bene mantenere qualche elemento di sorpresa. A costoro suggerisco di interrompere qui la lettura, evitando di andare a guardare la scaletta immediatamente sotto.

Per tutti gli altri conservo ancora tre fotogrammi del concerto. Le chitarre di Rudolf Schenker e Matthias Jabs, uno spettacolo nello spettacolo di Gibson Flying V e Gibson Explorer. Il bassista Pawel Maciwoda in fila con i tre Scorpions storici durante “Big city nights” con movimenti a sincrono. Il solo di batteria dove quattro carrucole tra getti di fumo sollevano la pedana e James Kottak regala istanti di grande istrionismo (ed una cover di “Rock and Roll” dei Led Zeppelin).

(Giorgio Collini)

Setlist:

Going out with a bang
Make it real
The zoo
Coast to coast
Top of the bill / Steamrock fever / Speedy’s coming / Catch your train [70’s medley]
We built this house
Delicate dance
Always somewhere / Eye of the storm / Send me an angel [Acoustic Medley]
Wind of change
Rock ‘n’ roll band
Dynamite
In the line of fire
Kottak Attack [Drum solo]
Crazy world
Blackout
Big city nights

BIS
Still loving you
Rock you like a hurricane

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