Giorgio Ciccarelli (ex Afterhours) presenta l'album solista 'Le cose cambiano' - INTERVISTA

Giorgio Ciccarelli (ex Afterhours) presenta l'album solista 'Le cose cambiano' - INTERVISTA

La sera della prima è una sera importante, non ce n'è. Lo si percepisce chiaramente dal pubblico silenzioso dell'Ohibò di Milano, in attesa dell'ingresso in scena di Giorgio Ciccarelli, sul palco per presentare il suo primo album solista, intitolato molto efficacemente “Le cose cambiano”. E a ben vedere le cose nella vita di Giorgio sono cambiate davvero: un'esperienza la sua che si è trasformata in un nuovo impulso creativo che ha coinvolto anche Tito Faraci, amico ritrovato nonché scrittore e penna di prim'ordine del mondo dei fumetti.

Un progetto che segna una svolta artistica del musicista, ben rappresentata dal motto che ne accompagna l'uscita: “per rinascere bisogna prima morire" – dal romanzo di Faraci “La vita in generale”, pubblicato nel giugno 2015. 

Già voce e chitarra di Sundowner, Echidna e Sux!, Giorgio Ciccarelli per 15 anni ha fatto parte degli Afterhours, fino alla sua brusca uscita dalla band nel novembre del 2014. Uno strappo difficile, percepibile fin dal titolo dell'album che richiama apertamente il senso di alterazione provato dall'epilogo di questa lunga esperienza lavorativa. Scritto a quattro mani con Faraci che ne ha curato i testi, “Le cose cambiano” è composto da 13 brani - tutti rappresentati graficamente dall'inchiostro di altrettanti disegnatori (dalla Cavazzano a Baronciani, passando per Tuono Pettinato, per citarne alcuni) - legati a doppia trama dai sentimenti di un uomo che si è trovato a fare i conti con le proprie ceneri.

Sul palco il musicista appare chiaramente emozionato e felice dell'accoglienza. Parla poco, ma le interazioni col pubblico non mancano: ci sono gli sguardi d'intesa, i sorrisi e la sincera gratitudine per il calore riservato. E' accompagnato da una nuova band - essenziale: chitarra, basso e batteria - che lo seguirà in questo tour di presentazione, partito proprio con la performance all'Ohibò. Lo spazio è dedicato esclusivamente alle canzoni del disco, riproposto integralmente, con tre brani che verranno eseguiti nuovamente come bis (“Trasparente”, “Più vicino” e “Questo sì che è un no”). Canzoni dirette, in grado di colpire l'ascoltatore anche quando i toni si fanno più morbidi, ma tutte convergenti verso l'idea che sì, le cose cambiano, sempre e comunque, quando non te l'aspetti. Una performance energica di cuore e di pancia, con la consapevolezza che tutto ciò che è stato è fondamentale per capire cosa sarà.

Dopo lo show, abbiamo avuto il piacere di incontrare Giorgio Ciccarelli nel backstage e fare con lui una bella chiacchierata sui cambiamenti avvenuti nella sua vita da un anno a questa parte.

(Marco Di Milia)

Sei un frequentatore abituale del palco, sei stato in giro in lungo e in largo in Italia e anche all'estero, eppure stasera si è potuta percepire un'emozione particolare. E' quella della prima volta?
Io ogni volta che salgo sul palco mi cago addosso! Devi sapere che nei tre minuti prima di salire sul palco mi dico: “ma perché lo fai, cosa ti è saltato in mente?” E' sempre così. Poi, magicamente, alle volte l'emozione se ne va, altre volte rimane e cerco di incanalarla in maniera positiva.

 

Nella tua carriera hai sempre fatto parte di band, che effetto fa adesso esporti in prima persona e metterci la faccia?
Ho fatto con i Sux! quattro album e prima ancora uno con i Sundowner dove fondamentalmente facevo l'autore e cantavo i miei pezzi, per cui non c'è per me una grossa novità. Sì, c'è il mio nome ma questa novità non mi ha sconvolto molto. Quello che manca è la condivisione della band, le gioie e i dolori. Quando sei solo devi smazzarti tutto quanto, diciamo che la differenza è questa.

 

Il sentimento che sembra permeare questo album è quello di una rottura col passato. Che rapporto hai con i cambiamenti, ti spaventano o sono portatori di nuove opportunità da cogliere?
I cambiamenti sono sempre forieri di nuove esperienze, nuove cose sempre positive. Certo, ci sono cambiamenti negativi e cambiamenti positivi, la cosa importante è saper cogliere anche in quelli negativi le opportunità per poter andare avanti.

 

Il claim del disco afferma che per rinascere bisogna prima morire. Ti sei sentito un uomo morto?
Questo disco è nato dalle ceneri di un'esperienza andata male e in questo senso per rinascere bisogna prima morire perché è stato davvero un momento pesante in cui mi sono sentito destabilizzato, ma è stata anche l'occasione per rimboccarsi le maniche.

 

I cambiamenti ti hanno travolto ma hai saputo cogliere nuove opportunità, quindi?
Certo, la canzone dice proprio questo: non ci si arrende al cambiamento ma lo si prende per andare verso una nuova direzione.

 

Rivedo molto te stesso e la tua esperienza personale nei testi, eppure sono frutto della collaborazione con Tito Faraci. Come mai hai scelto questa strada anziché parlare di te in prima persona, come invece effettivamente sembra che tu faccia sul palco?
Questa è una cosa meravigliosa! Il goal che siamo riusciti a fare io e Tito è proprio questo: condividere le cose che diciamo nelle canzoni. E' un'esperienza bellissima vedersi, trovarsi, collaborare e capire come suona ogni singola parola. E' stata del tutto nuova per me perché mi sono sempre scritto i miei testi da solo eppure questa volta sentivo l'esigenza di avere un punto di vista differente dal mio, forse perché questo disco l'ho fatto tutto io, l'ho registrato da solo e non avevo molti confronti. Per cui sono andato a cercare questo confronto altrove e ho trovato Tito! Ci siamo ritrovati dopo anni e anni che non ci si vedeva e io non sapevo nulla di lui, non frequentando il mondo dei fumetti. Insomma, sono davvero molto contento di questa collaborazione.

 

E' nata per caso?
Noi ci siamo rincontrati dopo vent'anni. Ci siamo frequentati tanto a metà degli anni '80, eravamo amici e poi abbiamo preso strade diverse. Ci siamo rivisti nel backstage di un concerto e ci siamo subito ritrovati. Quello era il momento in cui stavo cercando di capire cosa fare delle mie canzoni e così gli ho chiesto non di scrivere un testo, ma tutti i testi dell'album e da lì è nato tutto.

 

La scelta di “Venga il mio regno” come primo singolo sembra una vera e propria dichiarazione di intenti. Hai deciso di urlare a muso duro il tuo ritorno?
Sì, è una scelta voluta. Il primo singolo doveva essere qualcosa di dirompente e volevo fosse chiaro che non sono il solito cantautore, perciò ci siamo buttati su quel tipo di suono, nonostante il disco sia fatto anche di altre sonorità mi piaceva l'idea di partire subito in quarta!

 

E' un urlo rivolto a qualcuno o qualcosa in particolare o è semplicemente un'affermazione di sé?
Ognuno nei testi ci vede quello che vuole! Questo è il motivo per cui io non spiego mai i miei testi. La cosa stupenda delle canzoni è che ognuno ci vede esattamente quello che crede di sentire. E' una magia questa: se il testo riesce a coinvolgerti allora hai raggiunto l'obiettivo. E credo di esserci riuscito con Tito.

 

E' un album in convivono diversi aspetti, sia quelli più legati alla forma canzone classica, al cantautorato e alla ballad, che a quelli rock più aggressivi, alle sperimentazioni e al lato più noise. Qual è il tuo aspetto migliore?
Tutto questo. Non c'è un aspetto migliore, dipende dal mood del momento. Anche dal vivo, certe sere mi piace fare alcune cose e altre sere altre.

 

Le cose cambiano” è anche un'esperienza visiva: le immagini realizzate dagli artisti che hanno reso graficamente le canzoni dell'album sono il terzo elemento di questo progetto. Com'è stato “vedere” la tua musica?
Fantastico! Una soddisfazione immensa perché è un altro punto di vista della canzone. Perché convergono diversi punti di vista: c'è quello del musicista; c'è quello di chi sente la musica e scrive un testo - cioè di Tito il romanziere - e poi c'è quello del disegnatore. Noi abbiamo dato loro carta bianca e certe tavole sono state davvero sorprendenti, riuscendo a farmi cogliere degli aspetti delle mie canzoni che non avevo considerato, oppure ne hanno centrato in pieno il significato. Mi riferisco in particolare al disegno di Silvia Ziche che ha colto clamorosamente il senso della canzone o a Bruno Brindisi che ha centrato il climax della canzone. Io lì c'ho visto il mio pezzo!

 

La diversità di stili di disegno rappresenta i diversi stili musicali dei brani?
No, non direi così, trovo che ci sia una linea di coerenza in tutti i pezzi. Ovviamente i disegnatori essendo persone diverse con una propria sensibilità hanno per forza di cose realizzato qualcosa di personale.

 

La copertina di Paolo Castaldi raffigura un uomo con un buco a forma di cuore sul torace. L'espressione del viso ricorda gli automi di Asimov – il robot sulla cover di News of the World dei Queen ad esempio – è in cerca di sentimenti o è la mancanza di questi a renderlo automa?
Ci puoi vedere quello che vuoi. Come dicevo è un altro modo di vedere la canzone, un punto di vista differente!

 

A livello compositivo, cosa puoi dirci delle canzoni?
Alcuni pezzi erano già formati. Facendo canzoni, lo sbocco principale era la mia band, i Sux! o chi per essi, poi con l'ingresso negli Afterhours non è stato più possibile lavorare a tutti i brani che proponevo perciò molte cose sono rimaste nel cassetto. Alcune le ho prese per questo disco, altre sono state composte ex-novo.

 

C'è qualcosa che individui come punto di collegamento tra il passato e il presente?
Assolutamente sì! Io sono quello che ho fatto nel passato e sono quello che ho fatto adesso, quindi certo.

 

Ricordare il passato serve per il futuro, così non ripeterai gli stessi errori ma ne inventerai di nuovi. Come sono le cose adesso che sono cambiate?
Adesso va molto, molto bene! In realtà è inutile pensare alle negatività, bisogna semplicemente accettare questi cambiamenti, caricarsi sulle spalle l'esperienza e andare avanti.

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