Slayer e Anthrax all'Alcatraz di Milano: live report - fotogallery

Slayer e Anthrax all'Alcatraz di Milano: live report - fotogallery

L’atmosfera è bella carica già uscendo dalla metro: i bagarini ti apostrofano più insistenti del solito, non appena metti la testa fuori dalla rampa di scale della Linea 3. E il pubblico è quello – come il vademecum delle locuzioni giornalistiche insegna – delle “grandi occasioni”. Il che non significa certo che ci siano vip e personalità da tabloid, ma tanti appassionati/e di metal, ad affollare l’Alcatraz e le pertinenze circostanti.

Puntuali, iniziano gli opener, ovvero i Kvelertak, norvegesi con oltre un lustro (quasi due) di attività. Sorprendono per la freschezza e l’agilità della loro proposta musicale – un misto fra intemperanze turborock alla Turbonegro/Gluecifer, sludge, metal più melodico stile NWOBHM, black metal e pennellate punk/protopunk. Rendono molto bene, divertono e coinvolgono (nonostante un impatto visivo che ricorda un’improbabile jam session fra membri dei Turbonegro e dei Coldplay). Bravi, potenti e interessanti.

Una brevissima pausa e giunge il momento degli Anthrax, che con Slayer, Metallica e Megadeth costituiscono il santissimo quartetto degli imperatori del thrash metal. La band newyorkese parte in tromba, con una versione da panico di “Caught in a mosh”, poi snocciola un’esibizione che alterna momenti quasi da commuoversi (chi c’era ai tempi d’oro, sentendoli così ispirati e convinti, torna indietro nel tempo) a frazioni decisamente off – vedi una “Indians” trascinata che sembra durare ore e lascia spaesati. Come già da tempo, rispetto alla line-up classica manca Dan Spitz (ora sostituito da Johnathan Donais, arrivato nel 2013).

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È davvero peculiare il live degli Anthrax: a tratti esaltano, a tratti scivolano nella quasi-parodia di se stessi, tipo cover band – ma probabilmente è solo un effetto dovuto alla percezione mutata e all’averli visti live nella loro golden age, negli anni Ottanta... del resto nessuno ringiovanisce e non si possono avere la stessa energia e convinzione dei propri 20 anni, a più di 50. Ad ogni modo, “Madhouse” e “Among the living” sono due dei momenti più sentiti di tutta la serata, quindi Scott Ian e i suoi portano a casa una buona prestazione nel complesso.

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Il cambio di palco per l’ultima band è molto lungo e allietato da una dose da cavallo di AC/DC pompati dall’impianto. Poi, dopo quella che sembra un’eternità (in realtà una mezz’ora circa), si scatena il putiferio. Quando Tom Araya, Kerry King, Gary Holt e Paul Bostaph attaccano, c’è poco da stare allegri: il pogo invade i 20 metri di fronte al palco e l’energia compressa esplode inondando tutto l’Alcatraz.
La performance degli Slayer (che pesca soprattutto dal periodo classico) è come sempre impeccabile: suoni buoni, disinvoltura estrema e violenza purissima sono gli ingredienti. A tratti si percepisce la presenza di una sorta di pilota automatico, come se ormai questa macchina da guerra facesse il proprio lavoro di distruzione guidata da un software preciso e infallibile, ma un po’ troppo meccanico... ma sono solo momenti, perché alla fine della fiera, un’atmosfera così tesa e malvagia, violenta, asfissiante, solo loro riescono a crearla. E non mancano mai di riuscirci.
A dispetto del tempo e dei decenni, la vecchia guardia del thrash continua a tenere altissima la bandiera del genere - e scusate se è poco.

(Andrea Valentini)

SETLIST SLAYER

Repentless
Postmortem
Hate Worldwide
Disciple
God Send Death
War Ensemble
When the Stillness Comes
Vices
Mandatory Suicide
Chemical Warfare
Die by the Sword
Black Magic
Implode
Seasons in the Abyss
Hell Awaits
Dead Skin Mask
World Painted Blood

Bis:
South of Heaven
Raining Blood
Angel of Death

SETLIST ANTHRAX

Caught in a Mosh
Got the Time
Madhouse
Antisocial
Evil Twin
Fight 'Em 'Til You Can't
Indians
March of S.O.D.
In the End
Among the Living

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