Il Teatro degli Orrori all'Orion di Ciampino: REPORT DEL CONCERTO E FOTOGALLERY

Il Teatro degli Orrori all'Orion di Ciampino: REPORT DEL CONCERTO E FOTOGALLERY

Ritorno alle origini. Con queste tre parole si potrebbe sintetizzare il concerto vissuto all’Orion, live club in provincia di Roma. Ci sono le origini stilistiche, quelle della musica de Il Teatro degli Orrori. Con il quarto album, a cui si è scelto di non dare un titolo, il gruppo segna non solamente un nuovo inizio allargando la formazione da quattro a sei musicisti, ma anche il ritorno ad atmosfere sonore e tematiche vicine a quelle degli esordi. Ci sono le origini del teatro. Non il gruppo musicale, ma il teatro inteso come rappresentazione teatrale, quella che ha originato i suoi stilemi nell’antica Grecia e li ha protetti fino ad oggi. Ci sono le origini, infine, del malessere dell’uomo contemporaneo, la solitudine spietata, il rifiuto per una reale condivisione ed una naturale comunanza.

Particolare interessante nell’analisi dell’evento diviene che il concerto abbia cambiato location solo qualche giorno prima a causa dell’elevata richiesta di partecipazione del pubblico. Combinazione volle che l’Orion sia un locale molto peculiare nella sua architettura. Probabilmente una ex discoteca degli anni Settanta, si caratterizza con piccole gradinate a semicerchio ed una pista centrale dove si affaccia il palco. Per chi conosce la tipologia del teatro greco antico, sarà immediata l’immagine di tre elementi specifici: la cavea (le gradinate), la scena (il palco) e l’orchestra (la pista centrale). Ora, ricordando che la rappresentazione teatrale nasce come rituale di rilevanza religiosa e sociale, come momento di aggregazione della comunità che si specchia ed educa attraverso la narrazione del mito, sarà facile intuire che gli strani percorsi del destino creano parallelismi affascinanti. Non credo possa esserci una band più adatta, attualmente, per condurre uno spettacolo con queste caratteristiche. La teatralità, espressa non solo nel nome del gruppo ma nella fisicità e dalla particolare tecnica declamatoria del cantante Pierpaolo Capovilla, permette una interpretazione moderna del teatro delle origini forse ancora più precisa di spettacoli filologicamente ineccepibili. C’è un ritrovo, una comunità che si guarda e si indirizza all’interno di una civiltà contemporanea fatta di decadimento, paura, rabbia. C’è un coro sotto il palco, non un pubblico eterogeneo, formato da giovani tra i venti ed i trent’anni. C’è un attore sul palco la cui furia ruota intorno a frustrazione, impotenza, privazione d’identità. Ma c’è anche amore, un amore profondo e lontano da come siamo abituati ad immaginarlo, un amore crudele che non ha sicurezze dietro cui potersi nascondere, un amore nudo. L’uomo sconfitto emerge, uno sconfitto che non trova pace nemmeno nella morte. Eppure proprio nella disfatta, brilla la possibilità di cambiamento. Esponendo la fragilità, mostrandola per ciò che è, appare ancora possibile entrare in comunicazione e condivisione. Il pubblico presente è formato da esseri umani fragili, qui per liberarsi, catalizzare attraverso la musica i propri disagi, urlare dove è concesso farlo, vivere un paio d’ore dove riappropriarsi di una spontaneità difficile da scorgere nel quotidiano. Sono gli insicuri, i frustrati, i violenti nello stato d’animo e mai nelle azioni, quelli che le rivoluzioni le bramano ma non son capaci di pensarle. Tutto questo si evidenzia durante lo spettacolo. Si percepisce ad esempio quando, durante l’esecuzione di “Majakovskij”, dalla platea non si riescono a sostenere quei trenta secondi di silenzio che la canzone richiede. L’imbarazzo porta a gridare sciocchezze, non permette di prendere (e perciò prendersi) seriamente, perché ciò potrebbe significare accettare di darsi un valore, prendere atto di una scelta. Allo stesso modo sull’ultimo brano in scaletta, “La canzone di Tom”, Capovilla si protende verso le prime file raccogliendo cinque o sei mani in una stretta unica. L’intento è quello di far entrare in contatto tra loro esseri umani attraverso la fisicità. Ma il gesto funziona finché la mano stretta è quella del personaggio mattatore della serata, quando il movimento viene esteso a sconosciuti sorgono vergogna e rifiuto. Così, anche questo momento non raggiunge la sua pienezza, ancora una volta per il sarcasmo del pubblico volto semplicemente a coprire imbarazzo.

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È stato un concerto di cui si potrebbe scrivere molto, tra significanti e significati. Ci sono stati episodi, contrattempi, ci sono stati messaggi lanciati dal palco, ci sono state sigarette lanciate dal palco, ci sono stati cantanti lanciati dal palco, c’è stata la musica che è poi la sposa che tutti desiderano portare a casa, ed è apparsa magnificente nel suo contrasto tra dolcezza e crudeltà. La formazione con Francesco Valente alla batteria, Gionata Mirai e Marcello Batelli alle chitarre, Giulio Ragno Favero al basso e Kole Laca alle tastiere, ha creato un suono potente e compatto, convincente e sempre comprensibile. La voce del frontman Pierpaolo Capovilla non è stata, al contrario, così decifrabile durante i brani. È andata migliorando in udibilità nel corso del concerto, ma avrebbe meritato una maggior cura. Tutt’altro bisogna dire della performance del cantante, che si è speso, dato, immerso, donato come pochi altri sanno fare.

Nella scaletta sono state inseriti tutti brani dell’ultimo lavoro e sette estratti dai precedenti album. Tra i brani del nuovo album ce n’è uno in particolare che la band ha voluto spiegare: “Slint”. Parlando di T.S.O. (Trattamento Sanitario Obbligatorio) e di Francesco Mastrogiovanni, ha chiarito la necessità che in Italia sia approvata una legge per il reato di tortura. Chi era presente ha accolto e applaudito calorosamente. Per chi non era presente e ne volesse sapere di più, la storia di Francesco Mastrogiovanni è facilmente reperibile. Slint, “Un sottilissimo raggio di luce che penetra dentro l’intercapedine” [cit. Pierpaolo Capovilla].

(Giorgio Collini)

Setlist:

Intro
Disinteressati e indifferenti
La paura
Cazzotti e suppliche
Benzodiazepina
Lavorare stanca
Genova
Una donna
Il lungo sonno (lettera aperta al Partito Democratico)
Sentimenti inconfessabili
Una giornata al sole
Bellissima
Slint

BIS:
Non vedo l’ora
Il turbamento della gelosia
È colpa mia
Compagna Teresa
Majakovskij
A sangue freddo
La canzone di Tom

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