Collodi, Grillo, Renzi e gli italioti: Edoardo Bennato racconta il nuovo album ‘Pronti a salpare’ – INTERVISTA

Collodi, Grillo, Renzi e gli italioti: Edoardo Bennato racconta il nuovo album ‘Pronti a salpare’ – INTERVISTA

Le parole non escono dalla bocca di Edoardo Bennato. Esondano. Attacca a parlare e non si ferma più. Per raccontare la canzone che dà il titolo al nuovo album “Pronti a salpare”, il primo d’inediti da cinque anni a questa parte, il cantautore napoletano tira fuori la melanina e i flussi migratori, canta il pezzo imitando Bob Dylan, cita Fabrizio De Andrè. Profetizza che a forza di usare parole inglesi la lingua italiana morirà come il latino, recita Carducci con l’inflessione di Francesco Guccini, dice che i grandi cantautori come Ivano Fossati sono stati obbligati a farsi da parte. “Se ‘Pronti a salpare’ l’aveste sentita alla radio cantata da Bob Dylan vi sareste stupiti. Ma siamo poveri italiani. Anzi, italioti. Il titolo l’avevo in mente dal 2012, il testo no. L’attualità m’è venuta incontro: racconto l’immigrazione evitando buonismo, retorica, luoghi comuni. È quel che faccio nella mia mostra di quadri ‘In cammino’ che si trova a Expo. Ho dipinto quelle tele ispirandomi ai vu cumprà che vanno avanti e indietro sulle nostre spiagge, emblematici di un’umanità dolente e amara in cammino da migliaia di anni, in cerca di salvezza. Ma pronti a salpare dovremmo essere anche noi occidentali benpensanti. Dobbiamo prepararci ad affrontare un mondo che cambia sempre più velocemente”.

L’italianità è un fatto importante per Bennato. “Quando sono in auto”, dice, “ascolto R.E.M. e Black Rebel Motorcycle Club, ma pure Rossini”. E proprio dal libretto del “Barbiere di Siviglia” di Cesare Sterbini ha preso una parte dell’aria “La calunnia è un venticello” trasformata in una canzone dedicata a Mia Martini e a Enzo Tortora sul modo subdolo in cui le voci messe in giro ad arte possono rovinare una persona. “Pure i ragazzini dovrebbero andarsi a vedere ‘Il barbiere di Siviglia’. È come un musical. Ma l’episodio più folle del disco è ‘Non è bello ciò che è bello’, che è suonata con un quartetto d’archi. La scrissi per Pavarotti. Mi invitò al Pavarotti & Friends nel ’96 e mi disse che ‘Dotti, medici e sapienti’ era trait d’union fra quello che faceva lui e il rock. Andavo spesso a trovarlo. Si lamentava perché gli affidavano solo canzoni tristi. Mi chiese di scriverne una per lui. Non se ne fece niente perché alla Decca dissero che ‘Non è bello ciò che è bello’ era troppo leggera. O forse è stata Nicoletta… Comunque, io col quartetto d’archi sono andato all’estero. È l’unico modo per non farsi guardare come copie patetiche dei modelli anglo-americani”. Modelli a cui Bennato e il produttore del disco Brando (Orazio Grillo) comunque guardano. “Ci unisce la passione comune per il rock americano”, spiega Brando. “E perciò abbiamo voluto fare un disco vero, sincero, registrato in analogico. Il motto che chiudeva i messaggi che ci scambiavamo era: che John Lee Hooker sia con noi”. Qualcuno fa notare a Bennato che alcune canzoni del nuovo disco hanno la forza dei primi album. Lui tira fuori una vocina da cartoon: “Effettivamente negli ultimi vent’anni mi ero rimbambito. Mi hanno fatto un paio d’iniezioni di ricostituente e ho riacquistato vitalità, energia e creatività”.

Bennato rivendica di essere stato il primo a coniugare il blues col dialetto napoletano. Si dice orgogliosamente distante da “padrini e padroni dell’industria del disco”. Si definisce un saltimbanco, non uno che fa comizi. “Negli anni ’70 mi esibivo ai festival organizzati da Lotta Continua e Avanguardia Operaia, ma ero lì op-por-tu-ni-sti-ca-men-te. Faccio ironia su tutto e tutti. Chi fa rock non deve sventolare una bandiera. Deve essere controcorrente, contro l’establishment, contro il potere. Evitare tutto ciò che è retorico, melenso, superficiale, mieloso, finto. Rock è non farsi fagocitare dal sistema”. Minimizza la polemica innescata lo scorso marzo quando disse a Panorama d’Italia che l’unico modo per pubblicare il disco era passando da Sanremo. “Non volevo essere polemico, ma io geneticamente appartengo a un altro mondo”. Ricorda il tour negli stadi del 1980. “Si usciva dalle devastazioni ai concerti di Lou Reed e Santana. Gli impresari inglesi e americani non volevano più lavorare in Italia. Nel ’78 feci il primo concerto nello stadio di Napoli. Scrissero: Bennato riapre gli stadi. Nell’80 feci una dozzina di concerti sempre negli stadi, praticamente un giorno sì e uno no. Dopo Massa Carrara riunii i miei collaboratori sulla spiaggia e dissi loro: San Siro non si fa, l’impianto è insufficiente, non possiamo fare un a pessima figura davanti a 80.000 persone. Nel giro di due giorni riuscirono a trovare l’amplificazione adatta e chiudemmo la tournée a Milano”.

Pieno di citazioni del repertorio passato di Bennato – dal Raffaele di “Pronti a salpare” che è lo stesso di “Venderò” all’”Isola che non c’è” che in “Io vorrei che per te” diventa una comunità alimentata da energie rinnovabili – il nuovo album contiene una canzone intitolata “Il mio nome è Lucignolo” che sarà inclusa nel musical di Bennato dedicato a Pinocchio. Si intitola “Burattino senza fili”, è basato sull’omonimo album del 1977 e debutterà il 18 febbraio 2016 al Teatro Brancaccio di Roma, per la regia di Maurizio Colombi. “Ho immaginato il grillo parlante come uno che dà lezioni di morale e Lucignolo come un PR”. E proprio un pezzo scritto per il musical ma non incluso nel nuovo album, “Al diavolo il grillo parlante”, è stato interpretato come un attacco al leader del Movimento Cinque Stelle. “Con Grillo ci suono assieme quando viene a Napoli. La sua vera aspirazione è suonare il blues, il resto lo fa per sbarcare il lunario. Dice tutte cose ineccepibili. I suoi sono onesti, al limite sprovveduti. Renzi è uno che ci sa fare… nel suo piccolo. Se Collodi fosse vissuto oggi avrebbe scritto di Grillo e di Renzi. Avrebbe detto che fanno il gioco delle tre carte: alla fine gli italiani non vincono mai”.

(Claudio Todesco)

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