Aurous, a pochi giorni dal debutto arriva subito la causa della RIAA: 'E' il nuovo Grooveshark'

Aurous, a pochi giorni dal debutto arriva subito la causa della RIAA: 'E' il nuovo Grooveshark'

Non è Napster prima maniera, ma nemmeno Spotify: Aurous, la nuova piattaforma che ha debuttato in Rete da pochi giorni, è uno strumento informatico ibrido - e sofisticato - che mantiene esattamente ciò che promette il claim col quale è stato presentato al pubblico, "enjoy music how you want to for free", cioè - più o meno - "goditi la musica quanto gratis vuoi". In sostanza, il servizio sviluppato da Andrew Sampson (classe 1995, con già la propria firma sulla piattaforma di training per sviluppatori CodeHere e collaboratore della Endnight Games) offre una panoramica sulle fonti dove reperire un tale brano o album, organizzandola dalle più legali come Youtube, Spotify, Deezer e via dicendo, a quelle tutto meno che tali, come i siti di torrent illegali.

Una sorta di motore di ricerca, che non ospita sui propri server alcun file protetto da diritto d'autore, e che qui - teoricamente - dovrebbe essere al riparo da qualsiasi azione legale da parte delle associazioni di categoria di discografici.

Come non era difficile immaginare, d'altra parte, la discografia non è stata a guardare e ha messo il moto il proprio esercito legale: la RIAA - su mandato delle tre major mondiali Universal Music Group, Sony Music Entertainment e Warner Music Group - ha già depositato una causa legale volta a stroncare sul nascere Aurous. Nelle carte consegnate ai giudici si legge:

"Il suo modello di business è nuovo, ma il suo piano è vecchio: fare profitti con la pirateria musicale (...). Proprio come Grokster, Limewire o Grooveshark, [Aurous] non opera né rispettando le necessarie licenze né nell'ambito della legalità. Non permetteremo a un servizio del genere di calpestare i diritti dei creatori di musica"

Dal canto suo, Sampson ha dichiarato di non sentirsi toccato da tali accuse: la sua creatura, infatti, non ospita né file da scaricare né tantomeno link con accesso diretto a streaming audio. Il vero reato, secondo la linea di difesa adottata sino ad oggi, non sarebbe su Aurous, ma semmai sui "bersagli" che lo stesso Aurous indica ai propri utenti.

Gli osservatori internazionali, tuttavia, di dubbi ne hanno pochi: la discografia, dai tempi di Napster in poi, pare aver imparato la lezione. Il mandato impartito dai piani alti delle major ai legali della RIAA pare sia quello di uccidere nella culla qualsiasi tipo di software che possa causare un'emorragia a già quasi esangue mercato discografico. E Aurous sembra essere la vittima perfetta, anche per mandare un messaggio - riassumibile più o meno con "non pensateci nemmeno" - ai tanti sviluppatori più o meno maggiorenni che là fuori stiano pensando a qualcosa del genere.

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