Linkin Park in concerto all'Ippodromo delle Capannelle di Roma - LIVE REPORT

Linkin Park in concerto all'Ippodromo delle Capannelle di Roma - LIVE REPORT

È l’ultimo appuntamento di stagione per il Postepay Rock In Roma ed il nome in cartellone è imperdibile: Linkin Park con il loro ‘The Haunting Party Tour’. Per la prima volta a Roma, la band statunitense rappresenta il lussuoso “arrivederci” di un festival che da ormai sette anni restituisce lustro musicale ad una città per lungo tempo relegata ai margini della scena pop-rock internazionale. Ospiti d’eccezione, in una serata epica, sono i canadesi Simple Plan.

“We are the fortunate ones / who never faced oppression’s gun / we are the fortunate ones / imitations of rebellion”, cantano i Linkin Park nel brano “Rebellion”.

In questi versi c’è la chiave di lettura dello show. Apparteniamo ad una parte del mondo fortunata, perché per lo più lontana da dinamiche e realtà che osserviamo spesso con la distanza che ci restituisce un’immagine fotografica. La nostra condanna è quella di essere blande imitazioni di ribellione, esprimiamo la frustrazione generata dalla possibilità di avere accesso immediato ad ogni bene primariamente necessario, con rabbia ed intolleranza verso ciò che non sentiamo di possedere. Chi ama i Linkin Park spesso ne condivide tanto la positiva carica di energia, quanto quella più negativa di opposizione e rifiuto, musicalmente espressa da un muro di suono compatto e devastante, dalle urla graffiate di Chester Bennington, dal timing serrato della band. Quando attraverso il suono si trasmettono stati emotivi così forti, la tensione sale ed è importante non farla incanalare in modo negativo.

I Linkin Park ed il pubblico italiano, incontratisi a Roma, si sono armonizzati e sostenuti durante l’intera ora e quarantacinque di performance. Si capisce immediatamente che la serata sarà delle migliori, non appena il gruppo esplode sul palco in quello che sarà il primo brano “Papercut”. La carica si trasmette da persona a persona contagiando tutti i presenti. I Linkin Park hanno bisogno del pubblico, ma in questo caso accade qualcosa di più. Si sente attraverso le espressioni, i movimenti, i volti delle persone, che il pubblico ha bisogno dei Linkin Park, dell’energia e della rabbia che esprimono attraverso la loro musica. Le persone presenti hanno bisogno di sfogare, di tirare fuori la confusione, l’instabilità, il senso di disagio che la quotidianità procura loro ed incanalarlo in qualcosa. Si sono dati appuntamento qui, con i sei californiani. Non c’è consapevolezza di intenti, ma lo scambio riesce e si percepisce. I primi brani sono una scarica di adrenalina che parte dal basso e si libera sopra la zona dell’Ippodromo. Con “One Step Closer” si tocca un picco dove Chester si sporge dal palco, piegato, urlante e il pubblico si protende rispondendo con la stessa grinta. Parte da Roma l’autunno, comincia con determinazione Settembre. Impressionante far parte di questo momento, soprattutto per la forza e la vitalità con cui risuona ogni nota espressa. Non è solo volume, è ritmo dentro una superficie dura, a tratti violenta. È l’imprevedibile dinamismo che colpisce, l’armonia che scorre in imperfette curve emotive. Esistono lati affascinanti anche nell’aggressività, e il modo in cui emerge attraverso la musica è uno degli aspetti migliori con cui la si può osservare. Vengono riversati nel cantato e nel movimento la purificazione dalla negatività raccolta in pancia. La si butta fuori, alleggerendosi. Questo è uno dei presupposti per cui i concerti rock non passano di moda, ed i Linkin Park sono dei meravigliosi equilibristi di emozioni.

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Bisogna, infatti, trovare il tempo per riprendere fiato. “A line in the sand”, con il suo ingresso morbido, fa rilassare i muscoli tirati e lascia entrare aria nuova nei polmoni. Per poi ripartire. E’ solo un breve respiro, tra scariche di power chord e ritmo ostinato. È un accenno a ciò che sta arrivando, un generale abbassamento delle dinamiche. Quando si corre veloce è necessario rallentare gradualmente per non avere un collasso. Ed è il modo in cui procede la scaletta, che da un brano all’altro allenta il ritmo senza strappi eccessivi, passando da “Castle of glass” fino al medley “Leave out all the rest”-“Shadow of the day”-“Iridiscent”, cantato con voce morbida e appassionata insieme alla magia di un pubblico ormai sciolto dalla rabbia e non più ostile a ricevere poesia. Siamo solo a metà concerto, e sarebbero ancora molte le impressioni da approfondire. Ad esempio, la capacità di passare dal nu-metal a brani più vicini alla dance e al rap, come le due canzoni del progetto Fort Minor del polistrumentista e cantante Mike Shinoda, o il brano “Darker than blood” scritto insieme a Steve Aoki, l’impronta elettronica di “Robot boy”, il talento visionario di Mr. Hahn, la divertente e colorata coreografia di palloncini che travolge l’esecuzione di “Final Masquerade”, o l’esecuzione di classici capaci di mandare in visibilio come “Numb”,” In the end”, “What I’ve done”, “Bleed it out”.

Quello che colpisce maggiormente in questa serata, però, è la sintonia creata tra band e pubblico. Più volte entrambi i cantanti esprimono il loro stupore per il calore e l’entusiasmo ricevuto: “It’s incredibile” dice almeno un paio di volte Chester Bennington; “the best fans”, “unforgettable energy” sono alcuni tra i commenti espressi tra una canzone e l’altra. Ed il resto della band non è da meno, persino negli occhi dei due musicisti Brad Delson alla chitarra e Phoenix al basso, inquadrati sui maxischermi, è possibile scorgere la sorpresa mista ad entusiasmo. Si sente sulla pelle, nell’aria che qualcosa di particolare sta avvenendo. Rientrati per il bis, i Linkin Park scelgono di rendere speciale la loro notte romana inserendo una canzone fuori scaletta, “Place for my head”, dedicandola ad Alessandro Di Santo, giovane fan italiano morto in un incidente. “We love you Alessandro” sono le parole che precedono l’esecuzione del brano. Un gesto d’amore spontaneo, che rappresenta perfettamente quel tipo di affetto che si riceve all’interno di una famiglia dove si urla, si ama, e si sogna. Dove a volte le barriere sono così basse che le tensioni non hanno ostacoli per uscire, siano esse buone o cattive. Dove anche quando sono cattive, hanno sempre un motivo per ricomporsi.
 

(Giorgio Collini)

 


Scaletta

INTRO
PAPERCUT
GIVEN UP
REBELLION
POINTS OF AUTHORITY
ONE STEP CLOSER
A LINE IN THE SAND
FROM THE INSIDE
RUNAWAY


WASTELANDS
CASTLE OF GLASS EXP
MEDLEY – LOATR, SHADOW, IRIDISCENT
ROBOT BOY
NEW DIVIDE
BREAKING THE HABIT
DARKER THAN BLOOD (intro) [Steve Aoki]
BURN IT DOWN
FINAL MASQUERADE
REMEMBER THE NAME [Fort Minor]
WELCOME [Fort Minor]
NUMB/ENCORE
IN THE END
FAINT
PLACE FOR MY HEAD
WATING FOR THE END
WHAT I’VE DONE
BLEED IT OUT

 

 

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