David Byrne scrive un editoriale e chiede trasparenza sulle revenue dello streaming

David Byrne scrive un editoriale e chiede trasparenza sulle revenue dello streaming

L'eclettico artista David Byrne, in un nuovo editoriale scritto appositamente per il "New York Times", è tornato a occuparsi del tema della musica in streaming. In passato aveva sostenuto le proprie tesi con vigore - chiedendo sostanzialmente maggiori compensi per gli artisti, da parte delle società che si occuano di streaming - e ora chiede una maggiore trasparenza nel rendicontare le modalità in cui revenue e compensi derivanti dallo streaming vengono suddivisi e corrisposti.

L'articolo di Byrne è intitolato "Open the Music Industry's Black Box" (letteralmente traducibile come: "Aprire la scatola nera dell'industria musicale") ed evidenzia come sia quasi impossibile sapere esattamente come le somme pagate dagli utenti che si abbonano a un servizio vengano suddivise fra gli aventi diritto. Di conseguenza, l'ex Talking Heads sostiene che sapere nel dettaglio come questi soldi vengono distribuiti sarebbe il tassello principale per creare un sistema di pagamenti più giusto ed equo.

Byrne dice di avere provato a prendere contatto con grandi compagnie come YouTube e Apple Music per farsi spiegare puntualmente le modalità di distribuzione delle revenue, ma senza risultati di sorta:

Ho domandato ad Apple Music di spiegarmi come vengono calcolate le royalty nel periodo di prova [quello di tre mesi, gratuito - ndr]. Mi hanno detto che lo potevano spiegare solo ai detentori dei diritti di copyright (ossia alle etichette). Io ho la mia etichetta personale e detengo il copyright di alcuni miei dischi, ma quando ho ricontattato il servizio la risposta è stata: “Non puoi visionare l'accordo, ma puoi sempre chiedere al tuo avvocato di chiamare il nostro legale e allora, forse, potremmo darti alcune risposte”.

Fra le altre questioni sollevate da Byrne c'è una supposta arbitrarietà nel modo in cui le etichette hanno corrisposto i compensi agli artisti dei loro roster, giustificato dall'affermazione secondo cui non è il numero secco degli streaming a determinare chi riceverà più soldi. Inoltre ci sono altre modalità che producono revenue, che però operano solo fra servizi di streaming ed etichette, e sono tenuti nascosti agli artisti.

LEGGI QUI L'INTERO EDITORIALE DI BYRNE SUL "NEW YORK TIMES"

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