AC/DC, 35 anni da "Back in black": esce in Italia uno dei migliori libri sulla band australiana. LEGGI

AC/DC, 35 anni da "Back in black": esce in Italia uno dei migliori libri sulla band australiana. LEGGI

"Le migliori pagine che abbia mai letto sugli AC/DC": se lo dice Mark Evans, che della band australiana è stato il bassista fra il 1975 e il 1977, c'è da credergli. In effetti, "La dinastia Young - Storie degli AC/DC" di Jesse Fink non è propriamente la "solita" biografia rock. Fink racconta la storia della famiglia Young (George, Malcolm e Angus) non con il solito schema cronologico ma con l’analisi approfondita di 11 canzoni cruciali del repertorio AC/DC. Per farlo ha scavato tra le pieghe più trascurate della loro storia, intervistando anche chi era sempre rimasto nell’ombra, come il batterista di origine italiana Tony Currenti che ha suonato nel primo album della band.
Dal libro, che viene pubblicato in italiano da Giunti con la traduzione di Andrea Valentini e Franco Zanetti, vi offriamo - grazie alla cortesia di Giunti e di Riccardo Bertoncelli - le prime pagine del capitolo dedicato a "Back in black": un piccolo regalo ai fans degli AC/DC nel quarantennale della pubblicazione dell'album, avvenuta nel luglio di 35 anni fa.
Domani pubblicheremo un quiz che permetterà ai cinque elettori più competenti e più veloci di ricevere in omaggio una copia del libro "La dinastia Young - Storie degli AC/DC" di Jesse Fink (Giunti Editore). State connessi!

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‘Back In Black’ (1980)

Back In Black non solo introduceva un sound più scuro e pesante che avrebbe contraddistinto il decennio a seguire per gli AC/DC, ma ancora oggi segna il momento in cui Angus e Malcolm hanno raggiunto la loro maturità come musicisti. E, lo si può dire senza timore di esagerare, come uomini.
Malcolm aveva 27 anni e Angus ne aveva compiuti 25. Avevano cambiato manager, avevano dovuto accettare che il loro fratello maggiore George venisse estromesso a livello artistico e spirituale e avevano perso il loro cantante, amico, guida, musa e autore dei testi. Adesso c’era un tizio con una testa di riccioli là davanti e ce n’era un altro, ancora più strano, dietro al mixer – uno più esigente e schizzinoso, ma inconfutabilmente più brillante di tutti quelli che avevano incontrato nel music business. Dopo quattro settimane di registrazioni a Compass Point, a ovest di Nassau, sull’isola caraibica di New Providence, e poi 12 giorni  di mixaggio agli Electric Lady Studios di New York, pubblicarono non solo un grande disco, ma i pezzi migliori di tutta la loro carriera: la title track è uno dei pezzi degli AC/DC più influenti nella cultura popolare. L’hanno risuonata Santana, i Muse, Shakira, i Foo Fighters e i Living Colour (questi ultimi in maniera davvero brillante); è stata campionata da Nelly, Limp Bizkit, Eminem, Public Enemy, Beastie Boys e Boogie Down Productions. Ma perché?
“È un pezzo importantissimo nella storia del rock’n’roll, e in generale esprime l’idea di passare oltre, nella vita”, spiega l’ex batterista dei Guns N’Roses Matt Sorum. “Quella canzone per me è il manifesto definitivo del ‘non mollare mai’. La più grande resurrezione di una band nella storia”.
“Quei riff, quelle linee che s’inventavano”, incalza Jerry Greenberg. “Oh, mio Dio. Era roba incredibile. Per me era uno dei più grandi dischi rock di sempre, e avevo ragione”.
Ma non tutti erano di questo avviso. Il responsabile dei singoli della Atlantic, Larry Yasgar, che si occupava degli ordini per i negozi di dischi, era preoccupato del fatto che Brian Johnson potesse non piacere ai fan.
“Non sapevamo se i ragazzi avrebbero apprezzato o meno quello che stava per succedere”, dice. “Be’, lo abbiamo scoperto: non ha avuto conseguenze”.

“HIGHWAY TO HELL e BACK IN BLACK sono due album basilari per la band perché con la loro uscita tantissime cose sono andate a sistemarsi”, spiega Tony Platt. “In quel momento gli AC/DC erano al loro culmine e avevano la loro migliore scaletta di pezzi. Azzarderei che il gruppo era al proprio primo grande picco, e anche Mutt Lange era al suo primo, a livello di produzione. In più il fatto di avere sofferto una così tragica perdita, con tutto il bagaglio emotivo che impregnava la musica, si è verificata una vera tempesta perfetta”.
“I brani erano diretti e potenti, loro suonavano con un impatto incredibile, non c’era una nota fuori posto. E poi non si devono trascurare l’entusiasmo e la bravura di Brian Johnson, unite alla volontà di dare prova delle sue capacità”.
Anche Mark Opiz, che dovette curare l’inserimento dei fonici Mark Delaney e Tony Platt nel passaggio da Vanda & Young a Lange, è d’accordo nell’’affermare che gli Young con BACK IN BLACK hanno davvero fatto qualcosa di speciale.
“BACK IN BLACK è davvero ottimo”, spiega. “HIGHWAY TO HELL era OK. Ma è chiaro che era un momento di transizione, per loro. POWERAGE era il disco del ‘va bene, ci siamo spinti troppo a sinistra; ora dobbiamo girare a destra perché l’etichetta lo chiede e noi dobbiamo imparare come si fa’. Questa dinamica era palese. Se BACK IN BLACK fosse stato un fallimento, loro se ne sarebbero tornati a casa. È stato fondamentale. Un grande album. Già dal titolo. Cazzo. Se dobbiamo fare qualcosa, deve essere grandioso, cazzo. E daremo tutto, comunque vada. E ci chiuderemo in una stanza con Mutt; lui ci capisce, cazzo. Se ascolti BACK IN BLACK e poi qualcosa tipo HYSTERIA dei Def Leppard – due dischi diversi, ma con il medesimo produttore – capisci che quello che era necessario fare in HYSTERIA era superfluo in BACK IN BLACK. Sicuramente. Perché quei ragazzi sapevano suonare davvero”.
Nel video, molto semplice, per la title track e negli altri cinque (girati tutti in un giorno a Breda, Olanda) con Rock Eric Mistler ed Eric Dionysius, i registi di AC/DC: Let There Be, Malcolm Young sembra piccolissimo rispetto alla Grestsch Falcon bianca che ha a tracolla. Ma era davvero lui a suonare quel riff pazzesco? Johnson ha l’aspetto di uno che potrebbe staccarti la testa in una rissa al bar. Ma quel tipo piccolino? Eppure è lui a tenere in piedi la baracca. Poi c’è Phil Rudd, con la sua batteria secca e pesante, che viene messo in ombra dal lavoro di chitarra degli Young, ma è comunque una componente importante del sound degli AC/DC, tanto quanto i riff da tre accordi e gli assolo svolazzanti.

 

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