Ben Harper & The Innocent Criminals a Milano: il report del concerto

Ben Harper & The Innocent Criminals a Milano: il report del concerto

Il primo a salire sul palco è il bassista Juan Nelson, accolto da un’ovazione. Sì, perché gli Innocent Criminals stanno a Ben Harper come gli Heartbreakers stanno a Tom Petty: sono la voce più autorevole della sua ispirazione. E così i nuovi concerti con la band, i primi dal 2008, hanno riportato il musicista californiano all’essenza della sua musica, alla sua manifestazione più spettacolare e convincente. La performance di ieri sera al Postepay Milano Summer Festival – che sarebbe poi il festival che si tiene nel parcheggio del Forum di Assago – ha dimostrato che anche nel 2015 questa vecchia forma di rock, dove confluiscono echi dei classici anni ’60-’70, di soul e funk, dei padri del blues e degli antieroi del folk, ha legittima cittadinanza nonostante non sia più “la” musica da ascoltare per comprendere lo spirito dei tempi. Le canzoni si trasformano in jam session basate sull’interplay fra musicisti che non sbagliano un colpo. Che suonino in acustico o in elettrico, che evochino i suoni carnali dei film blaxploitation o la spiritualità di Bob Marley, gli Innocent Criminals trasformano ogni gesto musicale in un atto di comunicazione. Sono completamente devoti alla musica.

Camicia a quadri sopra a una t-shirt, Les Paul fra le braccia e in testa un Borsalino, Ben Harper attacca col reggae di “Jah work”. La formazione è quella allargata di una dozzina d’anni fa: i membri storici Nelson, Leon Mobley (percussioni) e Oliver Charles (batteria), ma anche i musicisti aggiunti Jason Yates (tastiere) e Michael Ward (chitarra), Non sono semplici rifinitori, ma co-protagonisti. Bandana in testa e aria da hippie, Yates sembra uscito da un concerto anni ’70 dell’Allman Brothers Band e cava dal suo strumento suoni di piano e soprattutto di organo. Ward ha un passato al fianco degli Wallflowers e si ritaglia buona parte dei momenti solisti. È la quarta data in Italia, e Harper mischia un po’ le carte. Piazza come secondo pezzo “Diamonds on the inside”, title track dell’album che l’ha reso famoso dalle nostre parti, e subito dopo l’acustica “Masterpiece”. La voce è integra, il carisma pure. Il mood è rilassato fino a “Glory & consequence”, una della prime jam session della serata: riff zeppeliniano, intreccio fra i pattern di batteria e percussioni, Ben che usa il plettro come slide sul manico della chitarra. Le esecuzioni rimandano spesso a qualcosa d’altro – è il caso del riff stonesiano di “Burn to shine” o del funk di “Brown eyed blues” – ma senza alcun fastidioso effetto rétro.

“Forgiven” inaugura la parte di set col cantante seduto, le chitarre poggiate sulle ginocchia. La prima è la Asher che prende il nome da Ben Harper, sorta di ibrido tra le forme della Weissenborn, il timbro di una vecchia Les Paul, il sustain di una lap steel. Il suono che il musicista ne cava è ululante, grezzo, imperfetto: uno spettacolo. Non è da meno “Homeless child”, questa volta con la Weissenborn, un blues che cresce lentamente, con intensità. La soffice “Please me like you want to”, che Ben invita ad ascoltare su YouTube nella versione con l’amico Jack Johnson, è usata per introdurre i musicisti, “Steal my kisses” porta alla ribalta i membri storici Nelson e Mobley. La band non sbaglia un timbro e piazza uno dei momenti più intensi con “Don’t take that attitude to your grave”, che incorpora un estratto da “Concrete jungle” di Bob Marley, una lezione di interplay e dinamica a chi pensa che il rock sia stordirsi suonando col distorsore a manetta.

Si arriva alla fine del concerto passando per l’intensità di “Ground on down”, con Ben che alza al cielo la Asher con la mano destra continuando a suonarla con la sinistra, lo spettacolo di chitarra acustica e percussioni di “Burn one down”, la potente “With my own two hands”, che sembra eseguita da una versione rock dei Wailers, e la corale “Better way”, tripudio di distorsioni e pugni alzati. È raro ascoltare musicisti che suonano con tanta naturalezza e coscienza di cinquant’anni di rock, e non solo. Nei bis, anziché prolungare il climax, Harper si siede, ringrazia e piazza quattro pezzi acustici prima della finale “Amen omen”. Dice che quello milanese è il pubblico più silenzioso e rispettoso che ha incontrato in Europa nell’ultimo mese. Poi legge un cartello di due freschi sposi che si trovano in prima fila e dedica loro l’intensa “When she believes”: il silenzio che l’accompagna è irreale per un posto così grande, e all’aperto. Ben Harper è così: ti stravolge con un groove feroce, ti fa ballare col sorriso sulle labbra, evoca gli spiriti di Hendrix e Marley, e poi ti stende con una canzone sussurrata sul miracolo che accade ogni volta che una donna crede nel suo uomo.

(Claudio Todesco)

SETLIST

“Jah work”
“Diamonds on the inside”
“Masterpiece”
“Glory & consequence”
“Burn to shine”
“Brown eyed blues”
“Forgiven”
“Homeless child”
“Roses from my friends”
“Please me like you want to”
“Steal my kisses”
“Don’t take that attitude to your grave / Concrete jungle”
“Waiting for you”
“Ground on down”
“Burn one down”
“With my own two hands”
“Better way”
“Power of the gospel”
“All my heart can take / Mutt”
“Walk away”
“When she believes”
“Amen omen”

 

 

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