D'Angelo & the Vanguard, il “Second coming tour” a Milano: il report del concerto

Generalmente quando si parla di Michael Eugene Archer, in arte D'Angelo, si usa il termine "Nu Soul" per intendere una rispettosa fusione di r'n'b, soul degli anni 70 e sonorità più vicine all'hip-hop. In effetti due dei tre dischi di D'Angelo si possono perfettamente ascrivere sotto questa etichetta: però l'ultimo “Black Messiah” e sopratutto il concerto visto ieri sera, 7 luglio, a Milano all'EstaThé Market Sound si discostano da questo mondo sonoro, per abbracciare il meglio della black music degli ultimi 50 anni, dal jazz al r'n'b, dal soul al rock e sopratutto tanto torrido funk.


Lo si capisce subito dai primi minuti del funk psichedelico “Ain't that easy” che la band sul palco (11 elementi : 2 chitarre, 2 fiati, 3 coristi, tastiera, basso e batteria e D'angelo che si muove dalla chitarra alle tastiere) è una macchina da guerra imbattibile e inarrestabile. Inarrestabile non è una parola detta a caso, perché nella prima ora e un quarto la band non si ferma davvero mai e copre i continui cambi di abito di D'Angelo con intro musicali godibilissime. Già nel “Vanguard Theme” si entra in pieno territorio Prince fine anni 80, quando era davvero posseduto dal genio e produceva progetti jazz funk come i Madhouse.

“Betray my heart” diventa il terreno per i Vanguard per sfoderare il tiro più jazz con continui stop-and-go e per D'Angelo con l'eccellente corista Kendra Foster l'occasione di sfoderare brillanti coreografie.

D'Angelo è in forma strepitosa sia fisica e sensuale sia vocale; per fortuna dieci anni di assenza dalle scene conditi da droghe e alcool non hanno intaccato sulla voce che ha ancora una gamma invidiabile, dal falsetto fino ai timbri più bassi. Con “Spanish Joint” e “Really love” si entra nella parte più soul del concerto, e il pensiero corre subito a Marvin Gaye e a Curtis Mayfield che da lassù guardano soddisfatti, mentre con “The Charade” entra in campo anche il lato più politico di D'Angelo: la canzone è dedicata alle vittime nere della violenze della polizia degli Stati Uniti e il muro di chitarre rock nel finale del pezzo racconta meglio la tensione che si respira a Ferguson più di qualsiasi speech politico.

Ma il concerto nel D'Angelo pensiero – e nel nostro - è anche un gigantesco party: la mezzora che segue è forse quella che da sola vale ampiamente le 40€ del biglietto. “Brown Sugar” e “Sugah daddy” diventano delle lunghe jam funky in cui D'Angelo si improvvisa perfetto master of ceremony e direttore di orchestra con tutto il campionario di “take 'em to the bridge” à la James Brown, ma con un tiro, una perfezione e una leggerezza davvero uniche. E così ai 30 gradi percepiti si aggiungono quei dieci gradi in più cortesemente offerti dal funk.

Il pubblico balla, suda, risponde perfettamente ai giochi di D'Angelo e tu vuoi che quel momento non finisca mai più. La band gira che è un piacere: su tutti il mitico Pino Palladino al basso fretless e il batterista Chris Dave, che fu alla corte di Prince.

Tornati sul palco è il tempo di “Till it's done”, sempre dall'ultimo album e a seguire la madre di tutte le ballad strappamutande che è “Untitled (How does it feel?)” dove D'Angelo mette in mostra tutta quella carica sensuale che solo un campione come Marvin Gaye riusciva a ricreare. Durante il brano il resto della band, uno per volta, si allontana dal palco; alla fine rimane solo D'Angelo alle tastiere, e pare davvero soddisfatto di essere ancora lì, vivo e acclamato dal suo pubblico, dopo esser passato dall'inferno.

Il nome del tour “The Second Coming” non è messo a caso, con buona pace di Francis Scott Fitzgerald, il quale diceva che non vi è un secondo atto nelle vite americane. 

Due piccole note negative: il suono e il missaggio non così perfetti da poter godere appieno delle sfumature di ciascun musicista (specialmente Pino Palladino e il chitarrista più black rock Jesse Johnson, ex Time, con livelli più bassi rispetto agli altri) ma che non hanno impedito di godere il concerto. E poi il pubblico, piuttosto scarso nel grande spazio dei Mercati Generali milanesi, colpa forse del caldo impossibile che si respira in questi giorni a Milano e di una certa pigrizia che non permette di vedere le proposte che si distaccano dai soliti nomi..

Cari milanesi - parafrasando D'Angelo - come ci si sente ad essersi persi un concerto di tale grandezza?
 

(Michele Boroni)

SETLIST
Ain't That Easy
Vanguard theme
Betray my heart
Spanish Joint
Really Love
The Charade
Brown Sugar
Sugah Daddy



Encore:
Till It's Done (Tutu)
Drum Solo
Untitled (How Does It Feel)

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