Un concerto post folk: Mumford & Sons all'Arena di Verona – LIVE REPORT E INTERVISTA

Un concerto post folk: Mumford & Sons all'Arena di Verona – LIVE REPORT E INTERVISTA

“La misura dell’intelligenza”, diceva Albert Einstein, “è data dalla capacità di cambiare quando è necessario”.

Non sappiamo se i Mumford and Sons siano più furbi o più intelligenti, ma con il loro nuovo “Wilder mind” si dimostrano di certo coraggiosi. Il nuovo capitolo discografico della band londinese segna la virata dei Mumford al rock: non ci sono più banjo e gran cassa a farla da padrona, e di folk c’è rimasto ben poco. Lo stile musicale così tanto inflazionato che ha caratterizzato “Sigh no more” (album d’esordio uscito nel 2009) e di cui grondava “Babel” (2012), disco che li ha confermati il nuovo fenomeno della musica folk mondiale, regalando loro il primo posto in classifica (UK Albums Chart e Billboard per quanto riguarda gli USA) e il Grammy Awards nel 2013 per la categoria "Miglior album”, sembra essere stato accantonato. Non che ci abbia sconvolto più di tanto, a dire il vero se ne potrebbe anche essere felici visto che il rischio sarebbe stato quello di sentirsi un altro album come i precedenti. E che ci sarebbe di strano? Nulla, se non che per molti il cambiamento non è mai visto di buon occhio. Hanno cambiato stile troppo presto? Hanno meno tiro perché non cavalcano più un trend musicale? Questi quesiti li abbiamo girati direttamente a Ben Lovett e Ted Dawne dei Mumford and Sons (rispettivamente tastierista e contrabbassista della band): “Amiamo la musica perché è il modo perfetto per parlare delle nostri emozioni e di quello che viviamo”, hanno raccontato, “Quando scriviamo una canzone non pensiamo per forza agli strumenti da utilizzare o allo stile musicale, ma semplicemente a raccontare qualcosa che abbiamo vissuto in prima persona e che parli di noi. Poi che sia suonato con uno stile più nostalgico e romantico come è quello folk o più moderno come quello rock, non fa molta differenza”.

Due delle cose che saltano subito all’orecchio sono la presenza costante della batteria, registrata interamente da Marcus Mumford, frontman della band, e la collaborazione con Aaron Dressner, tastierista dei National, con cui hanno registrato parte del disco nel suo studio a Brooklyn: “Alcune canzoni del disco sono stare registrate nello studio in cui abbiamo dato vita a ‘Sigh no more’. Avevamo bisogno di riprendere contatto con una dimensione più intima e familiare. Non volevamo affittare uno studio enorme e sentirci spaesati, abbiamo preferito uno luogo che ci facesse sentire a casa”. “Con Aaron Dressner ci siamo incontrati in diverse occasioni come al Lollapalooza a Chicago. Siamo da subito entrati in sintonia, diventando amici e frequentandoci anche oltre la sfera lavorativa. E’ in questo modo che ha preso forma il disco, anzi, in realtà abbiamo registrato una quarantina di brani per poi selezionare i migliori da inserire nel disco”. Il risultato sono canzoni forse più dilatate, più trascinate, ma sempre molto intense e alcune anche meno urlate rispetto alle precedenti. Anche i testi sembrano migliorati: “E’ difficile lavorare tutti insieme su un testo. A volte proviamo a metterci ad un tavolo e ragionare, ma in realtà funziona molto di più quando ognuno arriva con le proprie idee. Abbiamo anche deciso di non mettere i testi nel libretto del disco, vogliamo che ognuno possa interpretare come crede le nostre canzoni”.


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Poco dopo la chiacchierata, i due raggiungono Marcus Mumford (voce, chitarra e gran cassa) e Winston Marshall (banjo) sul palco.

L’Arena è piena, ha registrato il sold out (dodici mila persone) già a marzo, poche ore dopo la messa in vendita dei biglietti. La sensazione è che i quattro ragazzotti di Londra si ricorderanno questa serata per un bel pezzo, anche perché il pubblico è parte fondamentale della buona riuscita del live, e questo di Verona sembra essere il pubblico più bello di sempre. Il concerto inizia. Sul palco i Mumford si presentano in total black (niente più risvolti ai pantaloni, niente più gilerini sopra camicie sbottonate), uno accanto all’altro, con l’aggiunta di due batterie sopraelevate alle loro spalle (una corredata anche di batterista, l’altra lasciata in attesa di Marcus), fiati e violino. Si parte subito con il botto: “Lovers eyes” e “I will wait” tratti da “Babel”, scaldano con facilità gli animi grazie ad un’esecuzione pressoché perfetta. Durante l’intervista Ted e Ben ci avevano un po’ anticipato quello che avremmo visto: “Sarà un percorso narrativo dei nostri dischi. Non abbiamo voluto riarrangiare niente per seguire uno stile più folk o più rock. Ci abbiamo provato, alcune cose uscivano anche bene, ma abbiamo pensato a come avrebbe reagito il pubblico e abbiamo deciso di lasciare le canzoni così come sono. L’avremmo fatto forse più per noi, invece è giusto pensare ai nostri fan. Hanno vinto loro”.



Marcus vola alla batteria per uno dei primi brani del nuovo disco.

Cambia anche la coreografia, le luci e gli effetti ricordano un live qualsiasi dei National o dei Coldplay, ma funziona. Winston Marshall abbandona il banjo e imbraccia la chitarra elettrica, così come Ted molla il contrabbasso e si amplifica a dovere. Dopo la bomba di “I will wait”, lanciata così, da subito, in mezzo al pubblico, sembra quasi strano scivolare piano nelle nuove canzoni. “Wilder mind”, che da il titolo al disco, ha una intro quasi new wave, tanto da ricordare (per pochissimi istanti) i Joy Division, per poi aprirsi in una bella e originale melodia. Tutto funziona, tutto fila liscio e qualcosa fa pensare che i Mumford in questo momento siano intoccabili ed implacabili. Fanno quasi invidia per come riescano a mantenere una carica emotiva così alta, e fanno quasi tenerezza sui primi brani per la concentrazione che hanno nel suonare, come se non fossero quasi più abituati a prendere in mano una chitarra o un normalissimo basso. Anche nel momento in cui la tensione sembra venire a meno, ecco che interviene il pubblico tenendo il tempo con le mani, perfetto da lasciare quasi increduli. Dopo qualche tentativo simpatico di parlare in italiano, partono “Awake my soul” (“Adesso vi facciamo ballare”), “Lover of the light” che sembra fatta apposta per mandare il pubblico in delirio, “Thistle & Weeds” e “Ghosts that we knew”. Il nuovo disco fa di nuovo capolino con “Believe”, quasi psichedelica ma di gran lunga accattivante rispetto ad altri brani di “Wilder mind”, e “Tompkins Square Park”, dal testo nostalgico e che ricorda molto i National anche se in questo caso è tutta farina del sacco dei Mumford, visto che il tastierista della band di Brooklyn non ci ha messo lo zampino. “The Cave” - singolo di successo del primo album “Sigh no more” - arriva dritta come un pugno in pancia e i Mumford continuano ad agitare il pubblico con “Roll away your stone”. L’ultima parte del live è centrata sui nuovi brani: “Only love”, “Dirtmans” (che forse dal vivo ha meno impatto rispetto a sentirla su disco), “Monster”, più blues e rock di molte altre, o semplicemente meno caricata di suoni e grida, e “Dust ball”. Il concerto si chiude con un’incursione dei Mumford in tribuna, da cui regalano alla platea due brani quasi completamente a cappella (l’ultima volta che gliel’ho visto fare è stato all’Alcatraz di Milano, ma questa volta il pubblico dell’Arena si è dimostrato più paziente e ha interrotto l’esibizione solo un paio di volte). Nel bis la band spara le ultime, letali, cartucce: la storica hit “Little lion man” e uno dei nuovi singoli, “The wolf”, senza dubbio uno dei meglio riusciti, sia su disco sia dal vivo.



GUARDA QUI LE IMMAGINI DEL CONCERTO ALL'ARENA


I Mumford si portano a casa un concerto stellare, leggermente sbavato da qualche problema di audio (una cassa o forse semplicemente il cavo del microfono da sostituire e che gracchiava un po’) e da un volume eccessivo della voce del frontman.

Ed è proprio Marcus che vorrei tenere sott’occhio. Tra tutti e quattro è quello che ostenta più sicurezza, con una leggerissima vena spocchiosa (perché, finito di suonare un pezzo alla batteria caro Marcus, devi dare un calcio al ride e lanciarlo giù insieme all’asta?) che però il pubblico di Verona riesce a far passare in secondo piano: “Scusate, riaccendete ancora per un attimo le luci ”, dice Mumford verso la fine del concerto, “voglio vedervi tutti quanti per l’ultima volta, siete bellissimi”.

(Daniela Calvi)

Setlist:

Lovers' eyes
I will wait
Snake eyes
Wilder mind
Awake my soul
Lover of the light
Thistle & weeds
Ghosts that we knew
Believe
Tompkins Square Park
The cave
Roll away your stone
Monster
Only love
Ditmas
Dust bowl dance

Acoustic on the Arena's central Balcony

Sister
Cold arms

Encore

Hot gates
Little lion man
The Wolf
 

 

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