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'La mia reazione al rap italiano': Guè Pequeno presenta l'album 'Vero' - INTERVISTA

'La mia reazione al rap italiano': Guè Pequeno presenta l'album 'Vero' - INTERVISTA

Non è uno che passa inosservato. Un pesante bracciale d'oro sbatte di continuo contro il tavolo, toglie e mette grossi anelli, indossa t-shirt e cappellino neri con la scritta "trap", al polso ha un orologio vistoso e addosso tatuaggi a non finire. Guè Pequeno è sempre più lontano dai Club Dogo. Col terzo disco solista "Vero", che esce il 23 giugno, il rapper milanese mira a sviluppare il suo brand, così lo chiama.

"Non è musica leggera, è un disco pesante perché così dovrebbe essere l'hip-hop. È la mia reazione al rap italiano di oggi che è roba da palloncini colorati e Big Babol. Troppo teen". Un annetto fa ha postato su Facebook una foto in cui lo si intravedeva seduto in poltrona con un cocktail in mano e lo stato: "Stavo pensando al rap italiano, a quanto non me ne fotte un cazzo". Nel nuovo disco, in "Bosseggiando", rappa che la scena gli "sta stretta come una pussy dall'Indocina". "Vivo l'hip-hop in una dimensione internazionale e questo m'ispira. Se mi permettete un po' di spocchia - e la spocchia sta al rap come le chitarre elettriche stanno al rock - sono meglio di tanti. Non perché io sia chissà che, ma perché la scena italiana è provinciale e il sistema troppo pop. Ho fatto 'P.E.S.', quindi non voglio fare il purista. Però questa volta ho voluto sganciarmi dai miei colleghi, fare un disco più hip-hop, più vero". Non è quello che ha fatto Fabri Fibra con "Squallor"? "Lui ha fatto una cosa ancora più estrema, era ancora più scoglionato di me".

In tour dal 28 gennaio 2016 con uno spettacolo che comprenderà un batterista, un campione di turntable, un tastierista-polistrumentista "e spero un po' di ballerine mulatte", da settimana prossima Guè Pequeno è impegnato in un tour instore.

A Milano, al posto di fare il classico firmacopie in una libreria, s'è inventato un suo temporary store al Borderline di Milano, zona Ticinese, dove il 22 e 23 giugno saranno disponibili le varie versioni dell'album (e il 23 pomeriggio le firmerà). Ce ne sono quattro: la standard con 16 tracce; la deluxe con tre brani in più disponibile solo da GameStop; la superdeluxe con t-shirt; la digitale con 17 canzoni. L'album esce per la Def Jam, l'etichetta che negli anni '80 aveva sotto contratto Public Enemy, Beastie Boys, LL Cool J, e poi Jay-Z che l'ha guidata per un paio d'anni. "Mi accusano di americanismo? E allora faccio l'americano. È un progetto italiano, ma Def Jam ci ha concesso l'utilizzo del logo e ha approvato musica, grafica, video, non ci ha messo solo un marchio". Le ambizioni internazionali si riflettono nelle collaborazioni con Akon ("Lui è una superstar e 'Interstellar' una bomba, un pezzo che era destinato a Jason Derulo"), Therapy2093, Major Seven, il francese Joke perché "dai tempi dell'Interrail vado a Parigi dove sono avanti nel rap rispetto a noi. Lui è un A$ap Rocky francese, uno fashion come me". .

Seguendo l'esempio degli americani, Guè Pequeno ha lanciato una linea d'abbigliamento street chiamata Zen.

La lettere hanno due sbaffi che sulla "e" compongono il simbolo dell'euro. La felpa nera con lo squalo sul davanti e sulla schiena quattro pistole con la scritta "Milano 1980" viene 89 euro. A Lugano, dove vive e di cui apprezza "la multirazzialità e le ragazze esotiche", ha aperto un negozio di preziosi chiamato Nove25, come la percentuale d'argento con cui sono composti i gioielli. È uno da "o faccio i soldi o muoio". Alla narrazione del rapper impegnato e venuto dal basso - che comunque non potrebbe permettersi essendo di buona famiglia borghese: figlio di giornalisti, Liceo Parini di Milano, studi interrotti di filosofia - preferisce il vanto dello status. La sua musica e le foto che posta sui social dicono: ho i soldi, ho stile, sono circondato da un sacco di donne. A chi lo critica, e tanti lo fanno duramente, risponde su Facebook: "Divertitevi, vado a fatturare!". Nel pezzo più trash dell'album (definizione sua) - s'intitola "Nouveau riche" ed è confezionato con Crookers e un bel po' di Auto Tune - si dà da solo dell'arricchito volgare, memore di quel che gli dice sempre la madre quando vede quegli enormi orologi al polso. Vorrebbe che la gente capisse che il rap non viene dai centri sociali, dalla sinistra, dalle battaglie politiche. "Io lo dico sempre che le posse sono state un errore storico. Hanno lasciato un retaggio, misto a quello dell'italiano rosicone, per cui uno non ce la deve mai fare. Non puoi fare i soldi e infatti i grossi cantanti italiani stanno molto attenti e non esibirli. Cammini per strada in America, dove vivo per metà dell'anno, e mi dicono 'Hi man, nice watch', mentre qui da noi 'Ha fatto i soldi, il merda'. Io faccio cinque lavori, dalle 9 del mattino alle 9 di sera. Quello che ho me lo sono meritato".

Due anni fa s'è attirato gli anatemi degli antiberlusconiani d'Italia - tanti e agguerriti - uscendo con Nicole Minetti. Di lui si occupano persino i giornaletti da parrucchiera che mettono in fila l'elenco delle starlette con cui s'è messo, s'è lasciato, s'è ripreso, una contabilità gossippara che non si ricorda per altri rapper del nostro Paese. "Da tante bimbe ho bombato dovrei stare a Bombay", spiega elegantemente nella traccia d'apertura di "Vero", una sorta di autoritratto carico delle esagerazioni tipiche del rap inciso su una base vecchio stile, "per dimostrare quali sono le mie radici e che so rappare sul serio". Il tema si porta via quasi metà album, ma al fianco delle rime da seduttore seriale (tipo "Miserabile" e i suoi "Ci stoniamo e scopiamo", "Ti piego come un iPhone 6" e l'immagine dei due che fanno sesso mentre banconote volano al rallentatore, roba da immaginario videoclippettaro americano) ce ne sono altre che lasciano intravedere un certo grado di tenerezza e persino di vulnerabilità. "La dicotomia fra le cose spaccone e quelle introspettive funziona", dice. E i commenti dei fan più oltranzisti? "Me ne frego, sto sereno".

A Vittorio Zincone del Corriere della Sera ha detto un paio d'anni fa che ai Club Dogo "hanno offerto di fare la giuria di un fallimentalent" ovvero Star Academy, un succedaneo di X-Factor andato in onda nel 2011 su Rai 2: "Al posto nostro ci è andato quello sfigato di Roy Paci.

E la trasmissione ha chiuso dopo poche puntate". Oggi rivela di avere fatto "tre, quattro colloqui per entrare nella giuria di X-Factor, ma poi il posto me l'ha inculato Fedez. In tv non mi sento sicuro, non riesco a fare il gioppino, a fare finta che sia tutto bello". Non ha alcun preconcetto nei confronti della tv, "ma quando mi hanno chiesto di partecipare a Ballando con le Stelle ho detto di no, c'è un limite. Mi hanno invitato all'ultima edizione dell'Isola dei Famosi, ma a parte il fatto che i famosi erano la figlia di Caniggia e Valerio Scanu, ho detto: se devo andare a pisciare dietro a un cespuglio in questa fase della mia carriera datemi almeno 500.000 euro. Ho un contratto per quattro dischi, comincio a occuparmi di quelli. Magari i talent li farò fra qualche anno, quando dovrò grattare il barile, prima della fuga in Sudamerica". E i Club Dogo? "Per quanto mi riguarda, quello che dovevano dire l'hanno detto. È un gruppo che ha rivoluzionato il gioco, è passato dall'underground alle etichette indipendenti alle major e alle hit da classifica. Il gruppo mi ha dato tanto, non lo rinnego, ma è il momento di sviluppare il mio brand. Oggi mi sento più ispirato, coi Dogo mi sembrava di timbrare il cartellino. Non so se e quando ci sarà un altro album".

(Claudio Todesco)

 

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