L’eroe del popolo: Vasco Rossi a San Siro – LIVE REPORT

L’eroe del popolo: Vasco Rossi a San Siro – LIVE REPORT

È andata come doveva andare.

Due ore e mezza di musica, venticinque canzoni, due medley, cori impressionanti per i pezzi nuovi, cori ancora più impressionanti per quelli vecchi, suono monstre (in tutti i sensi), “Albachiara” e coriandoli dorati sparati su fino al terzo anello. Praticamente un rito. Il Live Kom 015 di Vasco Rossi passato ieri sera dallo Stadio San Siro di Milano (si replica stasera) non offre novità radicali rispetto al copione dell’anno scorso, per lo meno concettualmente. Cambiano le canzoni: piacciono e molto quelle di “Sono innocente” – ok, non c’è un pezzo, vecchio o nuovo che sia, che non venga accolto da un boato – e ci sono un paio di new entry in scaletta che accontentano chi vuole qualcosa di vintage, ma non scontato. È una scelta coraggiosa, specie in un tour negli stadi: si ascoltano “Deviazioni”, “Credi davvero” e un accenno di “Mi piaci perché”, ma non canzoni dall’effetto sicuro come “Un senso”, “Liberi liberi”, “Gli spari sopra”, “Senza parole”.

Il Commissario del Popolo per la Difesa del Rock entra in scena alle nove meno un quarto introdotto dalle musiche composte da Dmitri Shostakovich per il film sovietico del 1944 “Zoya” dedicato alla partigiana catturata, torturata e impiccata dai nazisti durante la battaglia di Mosca del 1941. Eroina del popolo lei, eroe del popolo lui che parte con “Sono innocente ma…”. Il suono è pessimo, impastato, gli strumenti quasi irriconoscibili, le parole inintelligibili, per lo meno dalla tribuna stampa. Andrà meglio nel giro di tre, quattro pezzi. Due passerelle a L s’allungano sul prato, otto strutture-luci romboidali s’alzano e si abbassano, quattro schermi trasmettono quel che accade sul palco a beneficio soprattutto di chi sta sulle gradinate. La prima novità è “Deviazioni”: l’arrangiamento anni ’80 strizzava l’occhio alla musica da discoteca, questo all’hard rock. Sulla “svolta metal” di Vasco si sono spese tante, troppe parole. È evidente che questo non è un concerto metal, ma è pur vero che la scelta di alcuni timbri è stata fatta guardando al mondo dell’hard. Non è quel che Vasco Rossi e Guido Elmi hanno sempre fatto? Negli anni ’80 prendevano idee a quello che oggi viene chiamato classic rock – ascoltate “Dimentichiamoci questa città” e poi “Living after midnight” dei Judas Priest. Questa band è la continuazione di quel discorso con altri mezzi (superiori, s’intende) e un aggiornamento del catalogo di suoni, che è poi uno dei motivi per cui alla batteria oggi siede Will Hunt e Stef Burns ha tanto spazio.

“Benvenuti, bentornati a San Siro”, dice Vasco che ha cantato per la prima volta qui venticinque anni fa. Non parlerà più se non nei bis. Non corre molto, si risparmia, prende una pausa nel backstage mentre la band suona “Rock star”. Anche le pose da canaglia sono tenute a freno se non durante “Rewind” che canta unendo pollici e indici e che chiude con un “fammi un p... iacere”. Basta la sua sola presenza a esaltare mezzo San Siro. Le tribune cominciano a tremare durante “L’uomo più semplice” e il primo momento di tregua è offerto da “Dannate nuvole”, e fa un certo effetto sentire decine di migliaia di persone cantare un testo sulla morte di Dio. La band di otto elementi suona, eccome. Sul palco compaiono chitarre a 7 corde, Vince Pastano è ben integrato nella formazione, Burns che ha una fluidità e suono più spettacolari si prende assoli acuti, con timbri da shredder.

Il medley acustico che comprende “Nessun pericolo... per te”, “E...”, “L’una per te” e “La noia” apre la seconda parte con un repertorio scelto apposta per far cantare il pubblico. Nei bis c’è un medley rock, un po’ tamarro e “ignorante” basato su “Delusa” interpolata ad altri pezzi a tema tra cui “Mi piaci perché”. Nel finale arrivano “Sally” col lavoro prezioso del bassista Claudio “Gallo” Golinelli; “Siamo solo noi” con un arrangiamento che estremizza i vuoti e i pieni e la presentazione della band da parte dello stage manager Diego Spagnoli; “Vita spericolata” per voce e piano; “Canzone” dedicata a Massimo Riva, e ovviamente “Albachiara”. Vasco-il-motivatore se ne va dicendo: “Siete fantastici, siete i più grandi, ce la farete tutti”.

L’ultima è la parte più scontata, ma chi non vuole sentire “Vita spericolata” a un concerto di Vasco Rossi? È stato più interessante verificare che i pezzi degli ultimi quindici anni, quelli che critici e detrattori considerano minori, sono stati trattai dal pubblico di San Siro come veri e propri inni. Ma il boato più grande l’ho sentito all’attacco di “Vivere”. Potete deridere Vasco per la sua età, per l’incapacità di riscrivere “Siamo solo noi”, per la semplicità dei testi, per gli “ehhh” e gli “ohhh”, perché è il simbolo con Ligabue del rock nazionalpopolare e un po’ tamarro. Ma quando 60.000 persone intonano una canzone sul fatto che la vita la puoi vivere oppure subire, vuol dire che qualcosa sta accadendo. E forse i veri protagonisti del concerto di ieri sera sono stati i ragazzi del pubblico, gente d’ogni età segnata in modo profondo oppure superficiale dalle canzoni di Rossi. Li ho visti giù nel prato mettersi in cerchio – a gruppi di dieci, venti persone – e cantare guardandosi negli occhi, senza più curarsi di quel che accadeva sul palco.

(Claudio Todesco)

SETLIST

Sono innocente ma...
Duro incontro
Deviazioni
L’uomo più semplice
Dannate nuvole
Quanti anni hai
Siamo soli
Credi davvero
Guai
Blues della chitarra sola
Manifesto futurista della nuova umanità
Rock star
Nessun pericolo... per te / E... / L’una per te / La noia
Quante volte
…Stupendo
C’è chi dice no
Sballi ravvicinati del 3° tipo
Rewind
Vivere
Come vorrei
Gli angeli
Delusa / T’immagini / Mi piaci perché / Gioca con me
Sally
Siamo solo noi
Vita spericolata
Canzone
Albachiara

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