Sony BMG: l'Europa dice sì alla fusione

Sony BMG: l'Europa dice sì alla fusione
Bruce Springsteen e Britney Spears, Jennifer Lopez e Carlos Santana, Eros Ramazzotti e Claudio Baglioni: da oggi (o quasi) tutti sotto lo stesso tetto. Come previsto, persino con qualche ora di anticipo sulla tabella di marcia, il commissario antitrust Mario Monti e la Commissione Europea hanno dato il via libera alla fusione tra le case discografiche Sony Music e BMG (gruppo Bertelsmann). Prossimamente, questione di ore, anche le autorità antitrust statunitensi e la Federal Trade Commission dovrebbero accendere la luce verde, e da quel momento il chiacchieratissimo “merger” potrà entrare nella fase operativa.
Nessuna sorpresa dell’ultima ora: le autorità europee hanno approvato la fusione incondizionatamente, senza cioè chiedere contropartite né in termini di cessione di rami aziendali né in termini di garanzie sulla trasparenza dei prezzi. Al termine delle loro indagini sul caso, Monti e i funzionari esecutivi della UE hanno dunque concluso che l’unione tra le due major non rappresenta un rischio per le condizioni concorrenziali del mercato discografico, né danneggia gli interessi dei consumatori.
Completata l’integrazione tra le due organizzazioni (l’accordo non include le società di edizioni musicali, la casa discografica giapponese della Sony e le fabbriche di produzione CD), Sony BMG diventerà la seconda major discografica del mondo, dopo Universal Music, con un giro d’affari annuo stimato tra i 4,5 e i 5 miliardi di dollari e una market share superiore, probabilmente, al 25 %. Ma negli Stati Uniti, in base alle statistiche più recenti, la nuova supermajor sopravanzerebbe la rivale, con il 32 % di quota di mercato. Come già annunciato, Rolf Schmidt-Holtz (BMG) assumerà la presidenza della nuova società discografica, con Andrew Lack (Sony) nel ruolo di amministratore delegato.
Nei giorni scorsi (vedi News) il Financial Times aveva pubblicato un’indiscrezione secondo cui i vertici del gruppo sarebbero intenzionati a tagliare gli organici del 25 % (circa 2 mila posti di lavoro) per conseguire un risparmio di 300 milioni di dollari all’anno: notizia smentita, peraltro, da un portavoce della Bertelsmann. Ma un piano di taglio dei costi è già stato redatto, e prevede, oltre a riduzioni nel personale, la vendita di proprietà immobiliari e la razionalizzazione dei sistemi informativi. Nei giorni, settimane e mesi prossimi affioreranno i dettagli della complessa operazione (anche in Italia, dove la fabbrica dei “rumours” è già in piena azione): intanto si attendono le reazioni delle etichette indipendenti che, attraverso l’associazione Impala, hanno finora osteggiato duramente il “merger” ritenendolo deleterio per l’industria discografica come per gli acquirenti di dischi.
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