Roger Waters, nelle sale in autunno il film di 'The wall live': 'Poi un ultimo album, e forse un tour nelle arene' - INTERVISTA

Roger Waters, nelle sale in autunno il film di 'The wall live': 'Poi un ultimo album, e forse un tour nelle arene' - INTERVISTA

Solo qualche ora prima l'abbiamo visto piangere, sullo schermo che proiettava l'anteprima per la stampa di "Roger Waters: the wall", lungometraggio - il cui arrivo nelle sale italiane è previsto per soli tre giorni, il 29 e 30 settembre e il primo ottobre, con prevendite a partire dal 19 giugno prossimo - che intreccia a una testimonianza e l'altra dal suo ultimo tour un onirico road movie di formazione, e nel quale il già sodale di David Gilmour ripercorre dalla sua Inghilterra fino a Anzio e Cassino, in Italia, la dolorosa storia della sua famiglia. Prima il nonno, caduto nella Grande Guerra, poi il padre, scomparso nel Secondo Conflitto mondiale: queste le cicatrici nell'anima dell'ex Pink Floyd, che scoppia in lacrime, davanti ai nomi dei suoi familiari iscritti sulle lapidi e sui monumenti dei sacrari, per mostrarsi al suo pubblico emotivamente nudo.

Quando lo incontriamo, in un hotel londinese, lo stesso elegante signore apparso piegato sotto il peso della storia - privata e non - sul grande schermo sorride. E ci dice che no, non è stato per niente difficile, per lui, mostrarsi in momenti di vulnerabilità così estrema: "Tutto lo show di 'The wall' parla di me. Delle mie posizioni circa la guerra, la politica, l'amore, la morte, la famiglia. In questi casi come questo più cose si rivelano, meglio è: quindi non avrei potuto fare altrimenti".

Quasi un passaggio necessario, quindi: metabolizzare la scomparsa del genitore è stato l'ultimo mattone a sbriciolarsi nel personale muro di Roger Waters? "E' una lettura interessante. Harry Shindler [il veterano novantunenne che l'aveva accompagnato a Anzio nel 2014] ha deciso di scoprire dove fosse morto mio padre: adesso io e lui siamo amici molto intimi. Mi ha detto che dovevo essere portato nel posto esatto dove mio padre fu ucciso, in modo da chiudere questa mia storia personale, e probabilmente aveva ragione. Ma chiaramente le due guerre mondiali, dove sono morti mio nonno e mio padre, continueranno a tormentarmi fino al giorno in cui morirò".

La storia, quindi. Anzi, le storie. Quella del mondo - "Che, mi spiace dirvelo, non è stato creato da Dio in sei giorni" - e la propria. E la guerra, topos immancabile nel corpus watersiano. Lui prova a eludere la questione - "E' un trauma comune a tantissime generazioni, capisco che possa ispirare, e io probabilmente lo sono stato, ma non saprei dire quanto: dopo tutto, non è il mio lavoro indagare in merito" - ma è inevitabile che, parlando di "The wall", si torni al punto. Anche perché sui titoli finale scorrono i volti e i nomi dei caduti di tanti tipi di guerra, dalle vittime dell'isteria dei giorni nostri come Jean Charles de Menezes ai vigili del fuoco scomparsi negli attacchi dell'11 settembre, fino a uno dei tanti militari italiani scomparsi negli attacchi di Nassiriya: "Quale sia il minimo comune denominatore di tutti i tipi di conflitto? Sono anni che me lo domando. Una volta le guerre si combattevano per il territorio, che - tradotto - significava ricchezza. Oggi mi pare che lo scopo dei conflitti sia più quello di massimizzare i bilanci dei profitti dalla vendita di armi. Che sono molto costose, e si vendono benissimo. E' come il Monopoli. 'La guerra è un racket condotto da gangster': non l'ho detto io, ma Smedley Butler, uno dei soldati più decorati nell'intera storia dell'esercito degli Stati Uniti. Tutti i governi comprano armi. 'Dobbiamo difenderci dai comunisti, dagli islamici', ci hanno detto negli anni, ma sono solo stronzate: l'unico vero scopo è fare soldi'.

Guerra come modello di business o business di guerra? Nelle scenografie del live di "The wall" dai bombardieri non cadono ordigni ma simboli: falci e martello, stelle di David, mezzelune, croci, ma anche la conchiglia della Shell e il logo della Mercedes. Il capitalismo, quindi, come nuova religione? "Certo, credo lo sia già. E anche la tecnologia. Non sono il tipo che vorrebbe andare in giro a distruggere tutti i computer, ma credo che dovremmo preoccuparci un po' di più per i bambini, e penso sia un bene che qualcuno conduca studi neurologici specifici per capire cosa succeda a stare tutto il giorno con la testa china su uno smartphone o un tablet. Andiamo, non può fare bene. Verrebbe da dire: 'Dai, esci a giocare un po'!'. Prima, salendo verso la mia stanza, ho visto dei ragazzini incollati ai loro telefoni. Questo, per me, significa essere 'Amused to death'".

Portare su grande schermo uno show così complesso e maestoso come "The wall live" non è stata una passeggiata: "Musicalmente parlando, forse l'aspetto più delicato è stato quello di restituire un buon suono, specie quello delle chitarre: c'è stato un grande lavoro di editing, perché nei cinema il suono deve essere molto compresso, condensato. Dal punto di vista scenografico, per rendere l'idea delle dimensioni dell'allestimento scenografico ci sono state molto utili le riprese fatte con gli elicotteri in Quebec e a Buenos Aires: il fatto, però, è che ogni posto è diverso, e in sede di montaggio spesso ce ne siamo accorti". Nessun rimpianto, per qualche eventuale sequenza rimasta esclusa dal final cut? "Sì, ci sono cose che siamo stati costretti a lasciare fuori. L'assolo di chitarra di 'Mother', per esempio, o il mio discorso al pubblico del Quebec. Era lungo, tutto in francese [ride, ripetendo dei passaggi in lingua]: non potevamo piazzare un discorso di dieci minuti nel bel mezzo del concerto, così ne abbiamo salvato un pezzo come introduzione di 'Mother' - quando invito la platea ad augurarmi buona fortuna dicendo 'Dit moi merde'. Il resto, però, è stato tutto tagliato".

Potrà rappresentare la chiusura di un ciclo, quindi, "Roger Waters: the wall", ma di certo non segnerà la fine della carriera di quello che, fino al 1985, fu considerato l'ideologo dei Pink Floyd, perché il cantante, bassista e compositore di Great Bookham nella sua faretra di frecce ne ha ancora. Non moltissime, a quanto pare, ma abbastanza da tenere col fiato sospeso una nutrita schiera di fan: "Sto pensando a un nuovo spettacolo", ci spiega, "Elaborando il concept, mi sono detto: 'Wow, questo live sarebbe perfetto per le arene'. Quindi sì, non girerò più gli stadi: forse mi limiterò alle arene. Però dobbiamo ancora vedere come farlo funzionare. Non sono troppo sicuro che il mio pubblico sia pronto per qualcosa di nuovo: di fatto quando la gente viene ai miei concerti vuole le canzoni vecchie. Tuttavia sì, ho ancora un disco da fare e portare in tour. Uno soltanto". Il canto del cigno, quindi. Lo stesso ritorno al rock di Waters dai tempi di "Amused to death" che dovrebbe iniziare con il verso "If I had been God"? "Sì, quello. Ci sto ancora lavorando. E sì, 'If I had been God'... [ride]".

Nell'agenda di Waters, per il momento, c'è solo il concerto al Folk Festival di Newport, che proprio quest'anno celebrerà i cinquant'anni dalla famosa svolta elettrica di Bob Dylan che fece entrare il palco della rassegna negli annali del rock. "Sono già passati cinquant'anni: è incredibile, non riesco nemmeno a pensarci". Ci sarà qualche accenno, nel suo set, alla famosa - e all'epoca scioccante - mossa a sorpresa del collega di Duluth? "Certo, sarà divertente. Non vedo l'ora di esibirmi lì, perché per me non sarà il solito concerto: suonerò il pomeriggio, e mi diverte l'idea di avere davanti una decina di migliaia di persona sotto la luce del sole".

Doveroso, prima dello scadere del tempo, è chiedere se "Roger Waters: the wall" porterà il suo messaggio anche sugli schermi israeliani: una questione ancora tutta da dirimere, data la linea intransigente tenuta da Waters nei confronti del governo di Tel Aviv. "Ancora non lo so, sul serio, ma è una faccenda della quale presto mi dovrò occupare. E' una domanda molto interessante, perché io appoggio il movimento di boicottaggio contro Israele. Ci devo ancora pensare, e parlarne con i miei amici del movimento. La gente potrebbe pensare che io sia contrario a priori, ma su questo aspetto è doveroso che faccia chiarezza: sono stato attaccato moltissime volte nel corso degli ultimi anni per le mie prese di posizione, ma lasciate che vi dica che queste non hanno nulla a che fare con l'ebraismo, gli ebrei, o i fedeli di religione ebraica. Le mie obiezioni sono alla politica dello stato di Israele nei territori occupati. E anche nello stesso stato di Israele, perché razzista, discriminatoria [nei confronti della popolazione palestinese], colonialista e un po' di altre cose alle quali sono contrario. E' interessante, a questo punto, notare come Israele attacchi il movimento di protesta con mezzi legali. In Israele il boicottaggio è illegale, ed è stata presentata una proposta di legge al Congresso degli Stati Uniti perché qualsiasi persona o azienda che appoggi il boicottaggio a Isreale possa diventare passibile di azioni legali. E questa, dal mio punta di vista, è merda che mette paura: ci sarà tolto anche il diritto di protestare?".

(Davide Poliani)

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