Il “piano segreto” (ah ah!) dei Beatles per sostituire George Martin: come nasce un falso scoop

Il “piano segreto” (ah ah!) dei Beatles per sostituire George Martin: come nasce un falso scoop

Da qualche giorno sta girando per i siti (inglesi e americani) la notizia del ritrovamento di una lettera inedita del chitarrista dei Beatles, scritta il 7 maggio del 1966 al disc jockey Paul Drew di Atlanta, George, nella quale George Harrison, in un post scriptum, scrive “Hai saputo che per poco non registravamo a Memphis con Jim Stewart? Ci sarebbe piaciuto molto, ma troppa gente spara cifre pazzesche al solo sentir nominare la parola ‘Beatles’, e la faccenda è caduta nel nulla”.

I primi a pubblicare la notizia sono stati quelli di “Rolling Stone” americano, il 25 maggio, e dagli Stati Uniti la notizia è rimbalzata in Inghilterra, dove il “Daily Mail” il 26 maggio l’ha, come sua abitudine, spettacolarizzata in chiave scandalistica intitolandola “Il piano segreto dei Beatles: una lettera inedita di George Harrison rivela che alcuni brani di ‘Revolver’ sono stati sul punto di essere registrati con un produttore diverso (da George Martin)”.

Quando la notizia mi è stata segnalata dalla redazione per la mia “competenza beatlesiana”, ho risposto che la notizia non era certo fresca – lo spiegherò meglio più avanti – e che non era il caso di riprenderla, se non spiegando appunto che si trattava di un falso scoop (e in quel momento non avevo tempo di mettermi a fare il precisino, come invece sto facendo adesso pur senza averne voglia).

Così Rockol non ha ripreso la notizia, né da “Rolling Stone” né tantomeno dal “Daily Mail”.

Però oggi, 27 maggio, un sito italiano che abitualmente si definisce “autorevole” (l’Huffington Post, per non fare nomi – non farò però il nome dell’autrice dell’articolo) spara in pagina questo titolo:

“Beatles, la lettera inedita di George Harrison svela il piano segreto per sostituire il produttore George Martin”.

E allora, fare il precisino mi tocca per forza, perché finché la notizia rimaneva fuori dai nostri confini d’accordo, ma se esce su un sito italiano “autorevole” chi la leggesse probabilmente si stupirebbe per non averla letta prima su Rockol.

Dunque, se avete voglia di saperne di più, mettetevi comodi.

Ecco cosa scriveva, nei primi mesi del 2008, il competentissimo studioso dei Beatles Dave Rybaczewski:

“Siamo stati sul punto di registrare in America” ha dichiarato McCartney nell’agosto del 1966, “ma avrebbero preteso una quantità esagerata di denaro per farci usare uno studio statunitense. Abbiamo pensato che fosse meglio lasciar perdere, dato che evidentemente stavano cercando di approfittarsi di noi perché eravamo i Beatles. Per un po’ abbiamo pensato di andare a registrare là… ma penso che soltanto due canzoni dell’album (“Revolver”) sarebbero riuscite meglio, se le avessimo registrate in America: ‘Taxman’ e ‘Got to get you into my life’, perché avrebbero beneficiato di quella ruvidezza che, per qualche ragione, si riesce a ottenere solo negli USA”.

Rybaczewski continua:

Quando i Beatles erano a Memphis quel mese, durante il loro ultimo tour americano, un giornalista chiese loro: “Si era sentito dire che avreste registrato ‘Revolver’ a Memphis. Perché non è successo?”. La risposta di Paul fu: “Qualcosa si è messo in mezzo, una questione di denaro, tipo. Volevamo venire. Un paio di canzoni sarebbero riuscite molto meglio, se le avessimo registrate qui. Volevamo Steve Cropper, un chitarrista di Booker T & The MG’s, per sovrintendere alle registrazioni. E’ il migliore che conosciamo”.

Queste informazioni, che come ho spiegato erano note da quasi cinquant’anni (e che, lo dico tanto per farmi un po’ di pubblicità, sono ampiamente riportate nel mio “Il libro bianco dei Beatles”, uscito per Giunti da qualche anno), si sono trasformate in “una rivelazione” per “Rolling Stone” e in “un piano segreto” per l’Huffington Post. Un bel piano segreto, proprio: così segreto da essere stato annunciato dai Beatles in una conferenza stampa, che non è proprio il modo migliore di “sostituire George Martin” senza che lui venisse a conoscenza di quell’intenzione…

Ditemi voi se questo è il modo di fare il giornalista. Non lo è nemmeno fare le pulci ai colleghi, lo so e me ne dispiaccio: ma come diceva quello, quando ce vo’ ce vo’.

Franco Zanetti

PS (anch’io scrivo un post scriptum, come Harrison): se siete curiosi di saperne ancora di più, vi rimando a questa intervista a Steve Cropper pubblicata tempo fa da “Early blues”, che, abbastanza curiosamente, è stata ripresa il 19 maggio di quest’anno da Somethingelsereviews.com: il 19 maggio, una settimana prima che “Rolling Stone” desse notizia del ritrovamento della lettera di George Harrison…

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