Nick Cave e Warren Ellis nel deserto algerino: ascolta in anteprima la colonna sonora di ‘Loin des hommes’ - INTERVISTA

Nick Cave e Warren Ellis nel deserto algerino: ascolta in anteprima la colonna sonora di ‘Loin des hommes’ - INTERVISTA

Un dilemma morale, la guerra d’Algeria alle porte, una tempesta di sabbia, un’amicizia virile. L’ultima avventura di Nick Cave e del suo braccio destro Warren Ellis è la colonna sonora del film di David Oelhoffen “Loin des hommes” presentato a Venezia nel 2014.

Sono tre quarti d’ora di musica d’atmosfera prodotta unendo strumenti acustici, elettrici ed elettronici, un viaggio nelle suggestioni del paesaggio e nella psicologia dei personaggi. La pellicola è ispirata al racconto del 1957 di Albert Camus “L’ospite” ambientato in Algeria e contenuto nella raccolta “L’esilio e il regno”: un prigioniero arabo (nel film Reda Kateb) viene consegnato nelle mani di un riluttante insegnante (Viggo Mortensen) affinché lo conduca in prigione. La potete ascoltare in anteprima su Rockol. E ne abbiamo parlato con Ellis in una pausa del “solo tour” con Nick Cave. .

Hai letto il racconto di Camus che ha ispirato il film?
Sì, negli anni ’80 quando ero un suo avido lettore. “Lo straniero” è stato il primo libro che mi ha appassionato, con cui mi sono sentito in connessione. Riscoprire Camus è stata una gioia. Lui è come Cormac McCarthy, molto mascolino, minimale, dritto al punto. Per prepararmi ho letto anche della guerra d’Algeria. Vivo in Francia e qui è un argomento ancora tabù. È stata una guerra orribile e disgustosa, su entrambi i fronti. L’occupazione in Algeria ha un posto singolare nella psiche francese. A scuola non ne parlano, è ridicolo.

La devono ancora elaborare…
È un problema persino farci un film, nel 2015. Ed è sempre stato così: la prima grande pellicola sull’argomento, “La battaglia di Algeri”, è stato fatta da un italiano, Gillo Pontecorvo.

Avete scritto le musiche guardando scene nel film?
No, ci siamo basati sulla sceneggiatura che ci ha inviato il produttore. Avevamo lavorato in America sulla colonna sonora di “Lawless”, cercavamo qualcosa di completamente diverso. Come questo film francese, con un budget modesto e uno script fantastico.

Oelhoffen ha detto che la funzione della vostra musica è illustrare l’evoluzione delle relazioni fra i due protagonisti. È quello che volevate?
Abbiamo deciso che la musica sarebbe stata neutrale, controllata, minimale, per evitare l’effetto “Brokeback Mountain”. Abbiamo lavorato per sottrazione. L’idea era esporre brevi accenni melodici all’inizio del film, facendo emergere la melodia in modo più compiuto col graduale consolidarsi dell’amicizia fra i protagonisti.

Eppure ascoltandola ho avuto l’impressione che tu e Nick stesse dipingendo dei paesaggi, più che psicologie…
Effettivamente ci siamo domandati quali musiche avrebbero funzionato col paesaggio in cui è ambientato il film, un enorme deserto percorso da due piccoli uomini.

In un certo senso, questa colonna sonora ricorda quella di “The proposition”, solo che lì il deserto era australiano. Il punto è che la musica ariosa lascia spazio alle immagini. È roba semplice, ci sono degli archi, ma neanche te ne accorgi. All’inizio doveva essere interamente acustica, poi è venuta fuori l’idea di usare l’elettronica un po’ come abbiamo fatto per “West of Memphis”. Lavoriamo su mood generati da una loop station, che poi è il metodo che abbiamo usato per “Grinderman” e “Push the sky away”. Nick ha un’abilità straordinaria quando si tratta di scrivere melodie, ha una musicalità che la gente non gli riconosce, concentrata com’è sui testi.

È un oud quello che sento in “Mountain scramble”?
No, non abbiamo suonato strumenti tradizionali. Sarebbe stato disonesto da parte nostra cercare di replicare la musica algerina o nordafricana, di cui peraltro non so granché. Suono violino elettrico, chitarra, sintetizzatore, viola, flauto, Nick il pianoforte e il vibrafono con l’archetto. Abbiamo fatto cose strane, tipo manipolare il suono di alcune bottiglie di champagne. Non è poi dissimile da quello che fanno nell’hip-hop, dove suoni e riff entrano ed escono dalla musica.

Per me è evidente che i metodi produttivi dell’hip-hop stanno influenzando il rock. Che ne pensi?
Parecchia musica rock suona di merda, almeno alle mie orecchie. Mi pare che le produzioni rock siano limitate, di questi tempi. È tutto omogeneizzato. E invece ci sono cose pazzesche nell’hip-hop, per certi versi più eccitanti che nel rock. Amo “Yeezus”, un disco fantastico. Dovessi scegliere fra Kanye West e Foo Fighters non ci sarebbe partita. Il punto è cercare musiche sfidanti, come lo sono stati “Raw power” degli Stooges, ma anche Igor Stravinsky o Miles Davis.

Scrivere colonne sonore influenza il lavoro con Bad Seeds e Grinderman?
Tutto quel che facciamo lo influenza. È stato il lavoro svolto sulle prime colonne sonore a spingerci a fondare i Grinderman. Ci mettiamo lì e vediamo cosa succede, senza porci troppe domande. C’è un grande senso di libertà. Lo stiamo facendo anche adesso: stiamo producendo dei demo e non sappiamo se verrà fuori il nuovo dei Bad Seeds o altro.

Che ne pensi del documentario su Nick “20,000 days on earth”?
Mi è piaciuto il tentativo di fare qualcosa di diverso, fuori dalla logica dei documentari. Cosa ancora più importante per un artista, è un film sul presente, non sul passato.

Hai riconosciuto il vero Nick?
Per molti aspetti sì. Non c’è nulla di irreale, anche se alcune cose sono volutamente distorte. Ma è il senso del film: l’importanza della percezione. L’idea era restituire al rock la dimensione mitica che aveva un tempo. Oggi tutto deve essere normale e comprensibile. Non c’è più mistero.

La scena di Nick con Blixa Bargeld mi ha fatto pensare alla mancanza di socialità nei gruppi rock, che invece sono visti in genere come gang…
E in parte lo sono, quel tipo di mentalità c’è davvero.

Però sul palco o in sala d’incisione le cose vanno veloci, sono situazioni estreme e la socialità ne risente. Non a caso molti membri delle band vivono in Paesi differenti… Mi viene in mente una scena del documentario sui Ramones “End of the century”. Joey sta morendo eppure Johnny non va a trovarlo in ospedale. Quella freddezza m’ha fatto stare male, poi ho compreso che nelle band le cose a volte vanno così. Siamo tutti assieme sul palco, ma quando scendiamo torniamo nel mondo reale, ognuno per la sua strada. E quindi non avrebbe avuto senso per Johnny andare a trovare Joey in ospedale. Sarebbe stato disonesto. È dura da ammette, ma funziona così.

(Claudio Todesco)

 

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