NEWS   |   Italia / 12/05/2015

Beppe Carletti racconta il nuovo album dei Nomadi ‘Lascia il segno’ - INTERVISTA

Beppe Carletti racconta il nuovo album dei Nomadi ‘Lascia il segno’ - INTERVISTA

Dice che questa volta hanno voluto essere Nomadi fino in fondo. Ovvero: un gruppo di orchestrali che raccontano amore, rabbia e realtà. “È un disco ‘nomade’ in tutto e per tutto, tanto le grandi radio comunque non ci trasmettono”. Seduto alla scrivania dell’ufficio milanese del gruppo, Beppe Carletti ascolta il nuovo album dei Nomadi “Lascia il segno” e lo commenta per Rockol canzone per canzone. “Qualche volta, in passato, siamo usciti dal solco tracciato cinquant’anni fa. Non in questo album che farà felici i fan, quelli che non ci hanno mai traditi. Questi sono i Nomadi: canzoni di amore, rabbia e realtà”. Lanciato dal singolo “Non c’è tempo da perdere”, il disco esce il 19 maggio ed è frutto di sei mesi di lavoro. “Non abbiamo niente da dimostrare, però abbiamo voglia di dire qualcosa. E poi un disco nuovo serve a stimolare il pubblico, a far capire che non viviamo nel passato, a dare ai membri più giovani del gruppo la possibilità di essere partecipi di questa grande storia”.

 

Non c’è tempo da perdere

“È una canzone sul senso d’urgenza che sento in Italia. Dobbiamo fare delle scelte se non vogliamo cadere nel baratro. Sai, quando hai inciso oltre 300 canzoni rischi di cantarti addosso. E allora è meglio mettere in musica la realtà, piccole situazioni di vita, ché tanto di grandi ideali non ce n’è più”.

 

Io come te

“Qui si parla d’integrazione. Mi stupisco che un concetto come la dignità dell’uomo non sia ancora scontato. Abbiamo tutti lo stesso sangue, la stessa faccia, cambia solo il colore della pelle. In Italia si chiude la stalla quando i buoi sono scappati ed ecco che l’integrazione, al posto di essere guidata, diventa forzata. Siamo nel pieno di una guerra psicologica. È la Terza guerra mondiale, l’ha detto anche il Papa e io, con rispetto parlando, prima di lui. Solo che una volta sapevi chi era il nemico, ma oggi chi è? L’Isis? Le banche?”.

 

Figli dell’oblio

“C’è un verso che dice ‘Ho creduto alle canzoni come credo in Dio’. Negli anni ’60 si sperava che la musica contribuisse al cambiamento, oggi non ci crede più nessuno. Guccini dice che non ascolta più le radio perché trasmettono solo rap. Noi italiani siamo grandi importatori del nulla e allora avanti, importiamo anche il rap che non fa parte della nostra cultura. ‘Dio è morto’ e ‘Noi non ci saremo’ sembrano scritte oggi. E invece le canzoni di adesso durano sì e no tre mesi. Dove sono i nuovi De André, i nuovi Guccini?”.

 

Animante

“È la storia di un’intrattenitrice che lavora nei villaggi turistici, un’idea di un ragazzo marchigiano, Nino Marino. Anche noi Nomadi siamo animanti. A me piace dire che non facciamo concerti, che è una parolona buona per la musica classica. Noi facciamo serate. Vogliamo che la gente vada a casa contenta, e che gli resti qualcosa dentro”.

 

Tutto vero

“Una canzone speranzosa, un invito a non arrendersi, a vivere con passione. Il suono è quello di un Hammond, un organo vero, non un computer. È una scelta volutamente anni ’60/’70, del resto la nostra cultura musicale viene da lì. Però l’ingresso in formazione di nuovi musicisti ci ha influenzati. Se fossimo ancora i Nomadi degli anni ’60 non saremmo qua. Mi piace definirmi il ventitreesimo componente del gruppo, nel senso che in questi cinquant’anni ho suonato con altri 22 musicisti. Sono stati questi cambiamenti non voluti a tenere il gruppo in vita”.

 

Rubano le fate

“Ci hanno rubato i sogni e ci hanno messi con le spalle al muro. È il testo più duro dell’album, nato da uno spunto di un ragazzo che vive in Calabria e in passato ci ha già fornito idee e intuizioni. È uno sconosciuto, sì. Ci piace collaborare con chi non fa parte dei Nomadi, anche con gente che per mestiere non scrive canzoni. Ci mandano idee, spunti, testi, noi li prendiamo in considerazione e se ci piacciono ci lavoriamo su. Non abbiamo la presunzione di saper fare tutto”.

 

Lascia il segno

“Un’altra canzone attuale, è quella che dà il titolo all’album. Dice che sei qualcuno solo se riesci a lasciare un segno nella vita degli altri. Noi Nomadi abbiamo visto passare tante generazioni sotto il palco, oggi vengono a sentirci i figli dei figli dei nostri primi fan. Vuol dire che un segno l’abbiamo lasciato”.

 

Chiamami

“È l’unica canzone d’amore dell’album e ci sta perché l’amore fa parte della vita, no? È uno di quei pezzi dove il nuovo cantante Cristiano Turato dà molto. Ha una voce particolare. Abbiamo scelto lui proprio perché ha un timbro diverso da chi l’ha preceduto, per evitare qualsiasi confronto. Cristiano si sta integrando in una storia che dura da mezzo secolo, non è facile”.

 

Tutti quanti a credere

“Qui cantiamo di un dittatore. Chi è? Da frasi come ‘Leggere nel suo messaggio la menzogna di un miraggio’ e ‘Sul viso aveva qualche ruga camuffata ma l’eleganza nel truffare era immutata’ si capisce che il nostro bassista l’ha scritta con in mente quello lì, quello che c’era prima in Italia. È un testo molto duro, senza il lieto fine. Il potere è sempre uguale a se stesso, non è mutato negli ultimi cinquant’anni”.

 

Esci fuori

“Questa l’ha scritta Cristiano. È la descrizione di quello che ha visto un giorno, dalla finestra di casa, affacciandosi sul mercato del suo paese Vigodarzere, in provincia di Padova”.

 

Dopo la pubblicazione dell’album, i Nomadi ripartiranno in tour. “Suoniamo dappertutto. I teatri li abbiamo finiti in aprile, ora torniamo nelle piazze e nei campi sportivi. Abbiamo venduto 16 milioni di dischi, ma abbiamo sempre campato grazie ai concerti”. Carletti non ha mai pensato di mollare tutto e ritirarsi, come hanno fatto Francesco Guccini e Ivano Fossati? “Forse loro si sentivano estranei al mondo della musica. Forse non volevano spegnersi lentamente come una candela. Forse erano nauseati. Forse avevano la coscienza di non riuscire più a dire cose importanti. A me il pensiero non mi ha mai attraversato la testa. Quest’anno compio 69 anni, ma suonare mi piace troppo. L’ho fatto dappertutto, dagli stadi alle balere, ma ho ancora voglia di andare sul palco e raccontare storie. Finché mi diverto tengo botta. Nasco come orchestrale e ancora mi considero tale, solo che oggi il pubblico non balla più: salta. Quando sto a casa due giorni sto male, mi sento un pesce fuor d’acqua. È brutto dirlo, ma non riesco a vivere la quotidianità della mia famiglia. Mia moglie lo sa. È più imbarazzante spiegarlo al mio nipotino di 7 anni, che mi chiede: ma perché sei sempre in giro a suonare?”.

 

(Claudio Todesco)

 

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