Concerto del Primo Maggio 2015 a Roma: i set di J-Ax, Irene Grandi, Bluvertigo, Stato Sociale

Concerto del Primo Maggio 2015 a Roma: i set di J-Ax, Irene Grandi, Bluvertigo, Stato Sociale

E' il rap - in tutte le sue declinazioni - il genere che il pubblico di piazza San Giovanni mostra di aver più gradito, in occasione dell'edizione 2015 del concertone: J-Ax mette piede sul palco ed è subito un boato. L'ex Articolo 31 probabilmente se lo aspettava, e infatti calibra il suo show al millimetro: prima la nuova "Il bello d'esser brutti", poi "Uno di quei giorni", fino al duetto con Noemi - come del resto era prevedibile - su "Gente che spera". In mezzo, una riflessione - interrotta da un collegamento a bordo palco della Raznovich - sulla condizione della donna ("Guadagni meno, e se fai carriera diventi una stronza, ma c'è un lavoro che se farai farà contenti tutti: la escort") e immigrazione ("Chissà perché un italiano che va a Londra a lavare i piatti è un cervello in fuga e un ragazzo che ha due lauree e arriva su un barcone è un negro che cerca di rubarci il lavoro. La verità è che non dobbiamo difenderci dai barconi, ma che anche noi siamo su un barcone che affonda"), seguite da "Ribelle e basta" e - in chiusura - "Domani smetto". "Almeno il primo maggio conviene fare qualcosa di sinistra: qui sto così bene che occupo il palco", scherza Ax (autonominatosi nel frattempo co-host) in chiusura del suo set, prima di lasciare spazio a Irene Grande.

La cantante toscana apre con "Bruci la città" (ogni riferimento a quanto successo nel pomeriggio a Milano, teatro di scontri tra parte dei manifestanti anti-EXPO e forze dell'ordine è del tutto involontario, precisa la Raznovich da bordo palco), per proseguire con "Un vento senza nome": ci vogliono però "Se mi vuoi" e "Bum bum" per tornare a smuovere la platea, parsa momentaneamente disorientata, verso la metà del set.

I Bluvertigo - presenti a formazione più che completa, col primo chitarrista Marco Pancaldi e Megahertz - "sforano" il rigido countdown imposto dalla produzione salendo sul palco in ritardo: la regia decide di mandare un treno di spot che, inevitabilmente, mutila il loro set, ulteriormente martoriato dal solito collegamento a bordo palco. Non rimane - a chi guarda da casa - che assistere a un frammento di "Cieli neri", seguita da "L'assenzio", "Sono come sono" (che riserva uno spazio strumentale al frontman, impegnato anche al basso) e "Altre forme di vita", che precedono la nuova "Andiamo a Londra" ("Italiani nel presente e nel passato, sempre troppo vicini al papato", canta il frontman nel ritornello, ironicamente col Cupolone sullo sfondo). Morgan è incontenibile nel dividersi tra voce, basso e tastiere: la sua fortuna è avere alle spalle una band molto solida, che gli consenta di permettersi qualche sbavatura nella sua iper-attività.

Il set dello Stato Sociale sarà quello che farà più parlare, se non altro per ragioni extra-musicale: gli elementi della band bolognese iniziano la loro esibizione coperti da calzamaglie integrali "per esigenze di censura" (il gruppo avrebbe voluto eseguire il brano "Mi sono rotto il cazzo", ma i funzionari RAI, cadendo la loro esibizione ancora in fascia protetta - riferisce Repubblica - hanno negato il permesso), "come le forze dell'ordine, che non sono identificabili. Invisibili, come i migranti che muoiono sui barconi". Su "Abbiamo vinto una guerra" parte la provocazione all'indirizzo dei sindacati confederali ("Su le mani per Landini"), su "In due è amore in tre è una festa" il frontman e il chitarrista si scambiano un bacio sulla bocca, e prima della conclusiva "C'eravamo tanto sbagliati" si manda "un pensiero a Taranto" (dove è in svolgimento il "concertone" alternativo a quello di piazza San Giovanni) "e ai lavoratori dell'Ilva". La musica? C'è, e si sente, anche dai singalong che partono dalla piazza.

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