Mumford & Sons, l'ascolto di "Wilder mind"

Mumford & Sons, l'ascolto di "Wilder mind"

Quando è uscito “Believe”, il primo singolo dal terzo album dei Mumford & Sons, le reazioni sono state più o meno del genere: “oddio, si sono trasformati nei Coldplay”. Beh, se siete tra quelli che hanno reagito così, fatevene una ragione: "Wilder mind" è tutto su quel filone. Dimenticatevi gli “oh” e gli “ah”, i battiti di mani, lo “stomp” e le chitarre acustiche e il banjo. Insomma dimenticatevi tutti i segni distintivi del revival folk che la band britannica capitanata da Marcus Mumford ha incarnato e portato al successo (se volete un ripasso, guardate questa stupenda parodia, “Start a Mumford band”) e che sono ormai tracimati in tutta la musica pop. 

Il nuovo corso dei Mumford non suona male, anzi - anche se sospettiamo che sia solo temporaneo. In fin dei conti è uno dei copioni più antichi della musica: un gruppo diventa famoso grazie ad un suono, ad uno stile. Poi, ad un certo punto, se ne allontana bruscamente, per poi tornarci al giro successivo. Scommettiamo che il prossimo album dei Mumford & Sons verrà presentato come un “ritorno alle origini”?

Ma nel frattempo c’è “Wilder mind”. Ascoltando il disco si hanno due impressioni, che corrispondono alle due tipologie di canzoni che contiene l’album.
La prima impressione è quella di essere dentro una puntata di "Grey’s Anatomy" - e lo dico non come un’insulto, ma da grande amante della serie e del modo in cui usa la musica. Avete presente quelle canzoni di rock atmosferico, che vengono usate per sottolineare una scena, un crescendo narrativo, un finale di puntata o di stagione? Ecco.  Buona parte delle canzoni del disco, soprattutto “Believe” e “Wilder mind” fanno quell’effetto. “Monster” ha delle chitarre che a tratti ricordano i Vampire Weekend rallentati, mentre “Snake eyes” e “Ditmas” partono piano e poi si apre come… i Coldplay.

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La seconda impressione è proprio quella di stare ascoltando una cover band dei Coldplay o degli Snow Patrol (che, guarda caso, sono diventati famosi proprio grazie a Grey’s anatomy”), o degli U2 o dei Frames (la band di Glen Hansard - che però sono un modello decisamente meno noto). Capita soprattutto nei brani più veloci e rock: l’apertura di “Tompkins Square Park” è un ritmo di batteria dritto, secco (sarebbe interessante fare un “blind test”, facendola ascoltare a qualcuno e vedere la reazione che fa (se non fosse per la voce di Marcus Mumford. Questo lato più secco ed energico è rappresentato da “The wolf”, anche questa già diffusa come "Believe". 

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Questo secondo gruppo di canzoni è in minoranza, e a prevalere sono decisamente i brani atmosferici, intensi e più rallentati e sono questi a rendere “Wilder mind” un bel disco. Fatta la tara alle aspettative, s'intende: probabilmente, avessero iniziato con canzoni come queste, i Mumford & Sons sarebbero stati bellamente ignorati - sarebbero stati semplicemente un’altra band brava, ma non molto originale. La storia della band, in questo caso, è un’arma a doppio taglio: da un lato ci fa ascoltare queste canzoni con curiosità. Dall’altro ce le fa giudicare pensando a quello che il gruppo ha fatto prima, il che è giusto solo in parte. Le canzoni sono scritte e prodotte bene, ma questo è un album che genererà reazioni opposte e farà pensare a molta gente: “ridateci i vecchi Mumford”. E' un peccato, perché la reazione opposta, quella di chi apprezzerà queste canzoni per quello che sono, è ugualmente motivata. In "Wilder mind" di selvaggio c'è poco, ci sono solo buone canzoni, diverse da quelle che ti aspetti.

(Gianni Sibilla)

 

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