Il 2015 è il nuovo 1992: il report del concerto dei Litfiba a Milano

Il 2015 è il nuovo 1992: il report del concerto dei Litfiba a Milano

Accade durante “El diablo”. Piero Pelù smette di cantare, mentre i suoi continuano a suonare. “Adesso facciamo un sit-in di protesta, qui, per le puttanate fatte dall’Expo. Dovrebbe parlare di nutrire il pianeta ed è sponsorizzato da MerDonald e Coca Cola” (no, MerDonald non è un refuso). Poi alza il tono della voce. “Il concerto non va avanti se non vi mettete tutti a sedere, cazzo. Tutti giù, porca puttana!”. E a quel punto succede: quasi tutti i presenti all’Alcatraz si siedono e Pelù ottiene il suo mini sit-in anti Expo. La scena racconta bene la natura di un concerto della band fiorentina, di questi tempi, dove si consuma una sorta di sfida Marvel fra i buoni del rock e i cattivi del potere, che poi sono i soliti, uguali a quelli di ieri. E così uno esce dall’Alcatraz di Milano, dal primo di due sold out consecutivi, pensando che forse il 2015 è davvero il nuovo 1992, e lo dicono anche i Litfiba, non solo Stefano Accorsi con la sua serie. Ma il tour della tetralogia degli elementi è anche altro. È divertimento. Sono i cori impressionanti che durante “Dimmi il nome” quasi coprono la voce di Pelù, le braccia al cielo di “Lo spettacolo”, l’ancheggiare di “Spirito”, i salti durante “Ritmo”. È uno spettacolo che fa leva su un linguaggio rock stagionato e collaudato. E funziona.

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Prima di arrivarci, all’Alcatraz, bisogna passare attraverso un percorso a ostacoli che prevede richieste da bagarini che compravendono biglietti, banchetti con t-shirt con la scritta “maudit” e il disegno di un dito medio alzato, venditori di fasce dei Litfiba a 5 euro, spacciatori di birre messe sotto ghiaccio in carrelli della spesa del Carrefour. Dentro l’Alcatraz, pieno e bollente, l’atmosfera è festosa. I Litfiba portano in concerto il repertorio degli album “El diablo” (1990), “Terremoto” (1993), “Spirito (1994) e “Mondi sommersi” (1997), quelli più rock e diretti, quelli della svolta, in un tour che hanno presentato in anteprima proprio qui, in gennaio. Accompagnati da Ciccio Li Causi al basso, Luca Martelli alla batteria e Sago Sagona alle tastiere, Pelù e Ghigo salgono sul palco alle 21.15 e dedicano “Resisti” agli antifascisti del ’45 e di oggi. Ma siamo a Milano e alla fine della canzone Pelù – pantaloni neri e t-shirt attillata col cuore rosso con le corna – chiede al pubblico se è pronto alla “più grande figura di merda mondiale dell’Expo”. Prima di eseguire “Africa” domanda 30 secondi di silenzio per le vittime dei barconi della speranza, e dopo un paio di tentativi ne ottiene una decina. Presenta “Dinosauro” parlando della “politica italiana, questa fottutissima baldracca” e include in “Sotto il vulcano” un omaggio al Pino Daniele di “Je so’ pazzo”. Chiama l’Italia Paese di trasformisti e puttane, parla nuovamente di Africa “continente schiavizzato e sfruttato”, canta “Ora d’aria” con addosso una maschera da arte marziale giapponese e per “Bambino” s’arrampica su una scala, come faceva vent’anni fa.

Il suono è muscolare, metallico, molto anni ’70. Il protagonista è Ghigo. La sua chitarra elettrica in primissimo piano nel mix è una vera macchina da riff, di assoli col wah wah, di suoni monstre. Durante “Dottor M” suona sul manico, mentre in “Ritmo” stacca inavvertitamente il cavo dello strumento. La sezione ritmica è dinamica e dà nerbo a canzoni vecchie quasi un quarto di secolo. Sagona suona tastiere su tre livelli, tirando fuori ora suoni di piano, fondamentali per il groove di “La musica fa”, ora timbri sintetici lancinanti, ora suoni di organo che fanno tanto Deep Purple. Pelù torna nei bis in gilet a petto nudo. “Siete un po’ spentini stasera, devo venire a farvi la respirazione bocca a bocca?”. Inizia la parte più coinvolgente del concerto con “Ragazzo” dedicata a Stefano Cucchi, Riccardo Magherini e a chi è stato “massacrato dentro la Diaz”. Durante l’assolo di Ghigo, Pelù scrive su un enorme cartello “Mafie merda” con la “e” di euro e la “a” cerchiata degli anarchici. Per l’ultimo bis, “Lacio drom”, torna senza gilet e fa ballare i “ragazzacci”, come chiama i fan dei Litfiba, presenta i musicisti e chiude dopo due ore e venti.

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La musica e le esternazioni di Pelù, che si diradano nella seconda parte del concerto, sono l’unico spettacolo concesso. C’è qualche luce e qualche proiezione geometrica alle spalle dei musicisti, niente schermi o effetti speciali, solo pile di Marshall. Un po’ per scelta, un po’ perché stasera si fa il bis e la scaletta sarà lievemente diversa, il quintetto fa a meno di grandi successi dell’epoca della tetralogia come “Maudit”, “Gioconda”, “Cangaceiro” o “Proibito”. E così il concerto diventa una specie di rito in cui lo spirito del 1992 – o del 1993, l’anno di “Terremoto” che con le sue sonorità potenti sembra il punto di riferimento di questa versione dei Litfiba – rivive per colpire i nuovi simboli del potere. Non c’è spazio per sottigliezze, mistero, sottintesi, per quel vago senso di minaccia che trasmetteva la band prima della svolta dei palasport. Oggi il linguaggio di Pelù somiglia alla musica di questi Litfiba: diretto, sloganistico, barricadiero.

(Claudio Todesco)

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SET LIST

Resisti
Dimmi il nome
Africa
Dinosauro
Sotto il vulcano / Je so’ pazzo
Lo spettacolo
A denti stretti
El diablo
Dottor M
Linea d’ombra
Bambino
Tammùria
Woda-woda
Ora d’aria
Siamo umani
La musica fa
Ragazzo
Spirito
Regina di cuori
Il mistero di Giulia
Ritmo 2#
Lacio drom (Buon viaggio)

Dall'archivio di Rockol - Le pillole di saggezza dei Litfiba
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