Ufficiale: l'industria discografica è morta. Il killer? Spotify. Il commento di Franco Zanetti.

Che Spotify stia vivendo un vero e proprio magic moment è fuori discussione e le notizie recenti, sul conto dell'azienda, sono tutte più che positive - tanto per citarne due: un incremento del 53% delle revenue da pubblicità nel corso degli ultimi 12 mesi e una nuova iniezione di finanziamenti da ben 400 milioni di dollari (che preludono, probabilmente a una IPO). A ciò si aggiunge quanto riportato dal "Wall Street Journal", che in un articolo firmato da Matt Weinberger spiega come attualmente il valore complessivo stimato di Spotify - soprattutto dopo il mega-finanziamento a cui si accennava - sia arrivato a superare le revenue raccolte dall'intera industria musicale statunitense nel 2014.

In pratica, Spotify è valutata al momento 8,4 miliardi di dollari, mentre le revenue dell'industria musicale made in USA per il 2014 (comprensive di vendite di supporti fisici, di file digitali e streaming) arrivano a 6,97 miliardi di dollari - stando ai dati ufficiali diffusi dalla Recording Industry Association of America.

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Come fa notare "Consequence of Sound", anche se si tratta di un confronto che oggettivamente paragona "oggetti" molto differenti (il valore stimato di un'azienda e le revenue effettivamente raccolte durante un'annata), le cifre sono significative.

 

Il titolo che abbiamo dato a questa notizia è, ovviamente, ad effetto. Ma non è così lontano dal vero. Da tempo, ormai, chi frequenta i luoghi in cui si incontrano professionalmente gli addetti ai lavori della discografia si sente come il bambino protagonista del film "Il sesto senso": vede la gente morta.
Ora, le cifre del "sorpasso" di cui riferiamo sopra non fanno altro che certificare l'avvenuto decesso. R.I.P., e così sia. Ma quel po' di dispiacere che provo nell'assistere alla fine di un'epoca è attenuato dalla consapevolezza che l'industria discografica non è stata uccisa, ma si è suicidata lentamente (anzi, nemmeno troppo lentamente). E non si tratta solo di una questione di denaro: ché, anzi, le notizie dell'ultimo anno parlano di timidi aumenti complessivi dei fatturati discografici. Quel che mi addolora un po' è la consapevolezza che l'industria discografica ha completamente rinunciato - per salvare qualche stipendio (dirigenziale, perché i peones sono stati le vittime sacrificali dei clamorosi errori dei vertici)  - al suo ruolo di creatrice di intrattenimento, per assumere quello assai meno prestigioso di fornitrice di contenuti a terzi che non solo non investono un centesimo per produrli, ma ne ricavano un profitto sproporzionato.
E così, con tutto il fastidio che sempre provo quando vedo certe manifestazioni di superbia ("hybris", come mi insegnava il mio professore di lettere al liceo), non posso non provare anche simpatia per Jay-Z e i suoi compari di Tidal: almeno loro, con uno scatto d'orgoglio, stanno provando a prendersi il rischio di vendere direttamente la loro merce. Per guadagnare di più? Sì, certo: e allora? Perché far guadagnare qualcun altro, che sia la discografia o che sia qualche intermediatore, se si può farne a meno?
Questi sono i miei pareri personali, e non necessariamente rispecchiano quelli di Rockol. Credo che oltre quarant'anni vissuti da parte attiva e testimone diretto dell'industria discografica italiana, pace all'anima sua, mi diano il diritto di esprimere il mio pensiero. Il dibattito, naturalmente, è sempre aperto, e benvenuto. Le pagine di Rockol sono qui per ospitare anche i diversi pareri.

Franco Zanetti

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