TIDAL, le prime critiche di peso: 'Fottuti plutocrati', 'versione low-cost di Pono'

La prima a fare quasi - nei confronti di TIDAL - quello che fece il ragionier Fantozzi all'ennesima proiezione di "La corazzata Potëmkin" fu Lily Allen: la popstar britannica, pur riconoscendo a Jay-Z i giusti meriti da artista e imprenditore, nel coro unanime di ammirato stupore per la pattuglia di star scese in campo nel settore della musica online mosse al nuovo servizio di streaming una semplice critica, quella del prezzo.

"Amo molto Jay-Z, ma credo che TIDAL sia troppo costoso rispetto agli altri servizi di streaming, che pure funzionano perfettamente (...). Il rischio è che la gente torni ad ascoltare musica sui siti pirata"

Bisogna dare atto alla cantante che scelse di intitolare una delle sue canzoni "Fuck you" di essere stata un prodigio di diplomaziona, perché altri suoi colleghi sono stati decisamente più tranchant. E' il caso, per esempio, dei connazionali Mumford & Sons, una delle band più popolari, nelle ultime stagioni, sul panorama mondiale. Intervistati dall'edizione statunitense di Daily Beast in vista della pubblicazione - prevista per il prossimo 4 maggio - del loro nuovo album di inediti, "Wilder Mind", i londinesi non hanno avuto parole di elogio per il nuovo servizio di streaming. Anzi. I più espliciti, in materia, sono stati lo stesso Marcus Mumford e Winston Marshall. Il primo ha dichiarato:

"TIDAL? Non avremmo aderito nemmeno se ce lo avessero chiesto. Non vogliamo fare parte di una tribù. E poi le band più piccole hanno opportunità migliori, oggi, dato che non serve più un contratto discografico per far ascoltare la propria musica in tutto il mondo. Per il resto, artisti di un certo calibro non dovrebbero lamentarsi, perché hanno altri modi - rispetto allo streaming - di fare soldi. Loro dicono che sia un servizio controllato dagli artisti, ma sono tutti artisti ricchissimi"

Più diretto è stato Marshall:

"Sono dei fottuti plutocrati. Non vogliamo né far parte della 'rivoluzione streaming' di TIDAL né fare come Taylor Swift, che è contraria tour court. In ogni modo non capisco la questione, che mi pare leggermente travisata. La musica sta cambiando. Cazzo, se sta cambiando. E come viene ascoltata oggi dalla gente? In streaming. Sono i gruppi che devono essere capaci di cambiare. Non dico di dare la propria musica alla pubblicità: noi concepiamo il nostro disco come un'opera d'arte unitaria, ma anche come sorta di 'spot' per i nostri concerti"

A far sentire la propria voce in dissenso nei confronti di TIDAL è stato anche Steve Albini, già a capo di Shellac e Big Black e produttore tra i più rinomani - in ambito "alt" - su piano internazionale: nella sua approfondita osservazione, affidata a Vulture, l'artista ha scelto di centrare il proprio discorso sul rapporto qualità (di riproduzione della musica)/prezzo, bollando il nuovo servizio di Jay-Z come "una versione low-cost di Pono [il lettore mp3 ad alta definizione elaborato da Neil Young]":

"Se vuoi far suonare la tua musica semplicemente schiacciando un bottone, la convenienza batterà la qualità della riproduzione nel 100% dei casi"

Ecco perché la trovata del marito di Beyoncé secondo Albini potrebbe non funzionare. Il progresso, irrimediabilmente, la sorpasserà, magari sotto forma di una app capace di intercettare musica in Rete ovunque, dal download allo streaming, per poi compattarla in un unico flusso diretto alle orecchie del fruitore:

"Storicamente, ad ogni progresso tecnologico corrisponde un format più conveniente di quello pioniere. Quindi la domanda giusta da porsi è: esiste un formato più conveniente dello streaming. E la risposta, ovviamente, è sì"

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