NEWS   |   Recensioni concerti / 13/03/2015

L’internazionale del folk di Joan Baez: il report del concerto di Milano

L’internazionale del folk di Joan Baez: il report del concerto di Milano

C’è un posto dove ti senti giovane anche se hai superato i 40 anni. Quel posto è un concerto di Joan Baez. Non è solo una questione anagrafica. Anche se i tuoi gusti musicali sono solo pallidamente avventurosi ti senti audace e moderno in mezzo a sciure che fanno “ta-ta-tata-ta” su “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones”. Non c’è più nulla d’ardito, eccitante o tagliente nella musica della cantautrice americana. È una cartolina di un tempo che fu, un amarcord reso involontariamente struggente dall’incapacità della cantante di avvicinarsi alla potenza espressiva che possedeva in quell’epoca lì, negli anni in cui la sciura che canta “ta-ta-tata-ta” era giovane, bella e progressista. Si va a un concerto di Joan Baez come si va a prendere il tè da una signora che racconta storie d’altri tempi. È scortese chiedere qualcosa di più forte?

Giunta all’ultima tappa del tour italiano, Baez sale sul palco alle 21:20. Completo scuro, sciarpa rossastra lunghissima che le cade sul davanti, imbraccia una chitarra acustica e attacca “God is god”, il pezzo scritto appositamente per lei da Steve Earle. Se negli ultimi quindici anni Baez non ha pubblicato album destinati a fare la storia, per lo meno non ha smesso di cercare canzoni degli autori giusti. Il boato che accoglie “Farewell, Angelina” – e l’accoglienza che più tardi riceveranno “It’s all over now, baby blue” e “Blowin’ in the wind” – tradisce la presenza in sala di una bella pattuglia di dylaniani. Lei cambia chitarra, alternando sei e dodici corde, ma suona un po’ così. Alla quarta canzone la raggiungono il percussionista Gabriel Harris e il polistrumentista Dirk Powell, che nel corso del concerto metterà le mani su banjo, chitarra, basso, mandolino, violino, fisarmonica, pianoforte. Bravi sono bravi, e pure versatili, tanto da ravvivare la performance.

Si capisce subito che la voce di Joan Baez è quella che è. La signora ha compiuto 74 anni in gennaio, non potrebbe essere altrimenti. Il colore è sempre distintivo e affascinante, il fraseggio regge per lo più, ma c’è una nota quasi strozzata non appena s’avvicina al registro più alto. Alla gente non interessa granché. Lei sorseggia tè e introduce molti pezzi in italiano, leggendo da un foglio. “Questa canzone è dedicata alla gente coraggiosa della Val di Susa” ed ecco “Joe Hill”. Il pezzo sull’attivista americano giustiziato esattamente cent’anni fa, lo stesso che Baez cantò sul palco di Woodstock, diventa un inno No Tav dedicato a chi vuole la “valle bella e pura”. Il pubblico ci va matto. Piacciono pure le escursioni terzomondiste, quella specie d’internazionale del folk che Baez porta anche sul palco di Milano: c’è la canzone per il Nicaragua, quella della tradizione ebraica e subito dopo quella araba, roba che neanche a Oslo nel ’93. Piace da matti “Un mondo d’amore”, altro momento karaoke per noialtri italiani. A un certo punto sale sul palco l’assistente della signora, Grace Stamberg. “Mi fa il tè e mi prepara i pigiami”, spiega la folksinger che dice “pigiami” proprio così, in italiano. Stamberg è anche una singer-songwriter, stasera fa i cori e si prende una strofa della ballata pianistica di Powell “Just the way you are”.

Il concerto va così, col suo tono intimo da folk club e la nostalgia buona per chi ancora chiama “formidabili” gli anni ’60. Niente scossoni, tutto molto ovvio e tiepido, ma non per il pubblico che è caldo, eccome. Ci sono la grande tradizione americana e il country. C’è l’intermezzo di “Give me cornbread when I’m hungry” in cui Powell lascia il banjo e balla con la cantante con l’accompagnamento di Harris. E ovviamente c’è “Gracias a la vida” che chiude la performance. La pausa dura un niente, Baez torna sul palco da sola per “C’era un ragazzo” e poi, col gruppo, rifà “Imagine” di John Lennon. La volge al plurale (“You may say we are dreamers”), recita i versi prima di cantarli e la trasforma in un inno folk, un po’ come quella inclusa nel recente “Diamantes”. Dopo una mezza standing ovation, Baez è di nuovo sola per “Here’s to you”, dal film su Sacco e Vanzetti, e infine con la band per “Blowin’ in the wind” e i saluti finali. In scaletta qualcuno ha scritto a biro “The boxer”, ma non se ne fa niente. Paul Simon c’è, ma è la voce registrata di “The only living boy in New York” che dopo un’ora e mezza ci accompagna all’uscita. Un po’ di rum nel tè non avrebbe guastato.

(Claudio Todesco)


SET LIST:
"God is God"
"Farewell, Angelina"
"There but for fortune"
"Lily of the west"
"It’s all over now, baby blue"
"Mi venganza personal"
"Joe Hill"
"Un mondo d’amore"
"Jerusalem"
"Just the way you are"
"Diamonds and rust"
"Swing low, sweet chariot"
"Dona dona"
"Jaria hamounda"
"Seven curses"
"Give me cornbread when I’m hungry"
"The house of the rising sun"
"Long black veil"
"Gracias a la vida"
"C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones"
"Here’s to you"
"Blowin’ in the wind"

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