Mark Ronson, intervista: 'Il mio lavoro è quello del produttore, non del frontman'

Mark Ronson, intervista: 'Il mio lavoro è quello del produttore, non del frontman'

Occhiali da sole neri, ciuffo ingelatinato, camicia scura: più che una superstar, Mark Ronson sembra uscito dritto dai Blues Brothers. Il produttore e musicista è di passaggio, per l’ennesima volta, in Italia: il suo “Uptown special” è uscito a gennaio, ma è già considerato uno dei dischi dell’anno, grazie al successo di “Uptown funk”, la prima grande hit internazionale di questo 2015. Reduce qualche settimana fa da un’ospitata durante la settimana della moda milanese, oggi Ronson ha colto l’occasione di una visita lampo nel nostro paese per fare qualche intervista in radio e fare due chiacchiere con la stampa.
 

A sentirlo parlare, Ronson è coerente con il suo look: è la coolness personificata. Parole lente, misurate, con l’accento inglese ormai sparito da tempo - visto che si è trasferito a New York da ragazzino. E New York salta quasi sempre fuori nelle sue risposte: è lì che ha iniziato a fare musica: “Tutti pensano che il periodo in cui sono cresciuto sia il migliore. Ma devo dire la N.Y. degli anni ’90, quella di Puffy, Biggie, era fa era un mix di culture e persone fantastiche. C’era un’energia incredibile e sono felice di aver visto quel periodo.  Oggi New York è ancora bella, ma non mi sembra che la musica sia al centro”.


E’ una belle strada, quella da DJ da club a mega-produttore, a star con il suo nome in primo piano, non a fianco di qualcun altro o nei crediti di un album. Ma la sua coolness si intuisce anche da come racconta il suo lavoro.  “Il mio lavoro è produrre dischi altrui. Ogni tanto faccio un disco per me, perché accumulo e sviluppo idee che non potrei lavorare per altri. E’ strano, perché ora i miei dischi sono più famosi di alcune delle cose che produco. Sapevo che era passato molto tempo dal mio disco precedente”, dice, ricordando “Record collection” (2010). “Sapevo che dovevo fare il mio disco migliore. La musica cambia, cambiano i personaggi e i generi: se volevo che qualcuno fosse interessato a me nel 2015 dovevo realizzare qualcosa del genere”. E poi sminuisce i paragoni con Pharrell Williams, che nel 2014 è passato da produttore a star: “Sono un suo fan dai tempi dei Neptunes, ma lui è una star, è cantante ed un frontman più tradizionale. Io sono appunto un produttore che ogni tanto fa dischi”.


Le scelte per rendere rilevante questo album sono di quelle che si fanno notare: l’amico Bruno Mars per il primo singolo Stevie Wonder tra gli ospiti, il premio Pulitzer Michael Chabon ha scritto i testi. “Lo seguo dai tempi de ‘Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay’, e l’avevo incontrato solo ad una sua presentazione di un libro. Gli ho scritto una mail, non sapevo se era interessato a fare qualcosa, magari pensavo mi avrebbe mandato qualche idea vaga. Invece mi mando un serie di testi completi. Così mi ha raggiunto in California e abbiamo provato ad adattare le canzoni, assieme al produttore, a sperimentare. A volte siamo partiti dai testi, scrivendo le melodie, altre volte il contrario. All’inizio c’è stata la tentazione di fare un racconto completo. Poi ho scritto ‘Uptown funk’ con Bruno Mars. E abbiamo pensato: beh, cosa facciamo scriviamo una storia di un night club? le canzoni sono più interessanti quando ognuna è una storia in sé ed è l’ascoltatore che decide cosa vogliono raccontare”.


La relazione con Bruno Mars è forte, ed è inevitabilmente un altro dei temi che saltano fuori a ripetizione durante la chiacchierata. La sua coolness non si scompone neanche all’ennesimo paragone con Michael Jackson: “Bruno ha un modo incredibile di far arrivare le melodie… e ha un gran carisma: proprio come Michael Jackson, è in grado di colpire tutto il pubblico, dai bambini in su. Quanto a me, più che Jackson il mio mito è Quincy Jones”, dice citando il grande produttore di Jacko (e icona della musica black). Sempre lì si torna, e allora cerchiamo di capire come lavora con gli artisti, e quali sono i suoi preferiti nella lunga schiera di quelli con cui ha lavorato: Adele, Amy Winehouse, Kaiser Chiefs, Paul McCartney. “Avrei lavorato ancora con Amy ma ovviamente  non è stato possibile. Con Bruno c’è una forte empatia: abbiamo lavorato sui rispettivi dischi. Molti artisti con cui lavoro sono più interessati alla sfida e quindi finisce che ci lavori assieme una volta sola. Come li scelgo? Potresti incontrarli in un bar, parlare di musica… non devi avere gli stessi gusti… Ogni volta è diverso, ma mi deve piacere la musica che fanno. Anche a me piace sperimentare, l’ho fatto con band come i Kaiser Chiefs, ma non è il mio genere e il mio lavoro migliore. La musica di ‘Uptown special’ è quella che mi viene meglio. E poi i miei eroi sono gente come come Stevie Wonder, che si produceva la musica da sola. Avrei voluto produrre almeno una canzone di Biggie”, dice, tornando alla sua amata scena newyorchese, che riemerge anche quando gli si chiede del suo curiosissimo look: “Non ho mai pensato allo stile, inizialmente ero solo un DJ hip hop nei club di NY. Quando mi sono fissato di più sulla musica degli anni ’60, sulle copertine della Blue Note, mi sono interessato un po’ a quel modo elegante di presentarsi che avevano quegli artisti. C’è una relazione forte tra la musica e la moda, ma forse anche un po’ sopravvalutata, a volte, eccessiva. Quando pensi a persone stilose, pensi a gente come Bob Dylan al Greenwich; c’era gente che imitava il suo modo di vestire, ma era per il suo talento musicale, non per i suoi vestiti…

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