Il teatro psichedelico dei Verdena: il report del concerto di Milano

Il teatro psichedelico dei Verdena: il report del concerto di Milano

Succede durante i bis. L’attacco di “Luna” è sbagliato e la musica si ferma. Non è la prima volta che accade e non sarà l’ultima. Alberto Ferrari ci scherza su: “Siamo fighi di brutto, vero?”. A volte si sbraccia con espressione allarmata in direzione dei tecnici. Non tutto gira alla perfezione. Succede persino che qualcuno vada fuori tempo. E la musica ogni tanto si perde. È la terza data del tour e il concerto è perfettibile. Ma in fin dei conti questi sono i Verdena: suonano in bilico fra trionfo e disastro, sembrano trarre energia dal caos. Vederli suonare può essere un’esperienza che da frustrante si fa eccitante nel giro di pochi secondi. Trasmettono la sensazione che tutto possa accadere. Sembrano lottare fisicamente con la musica. E alla fine vincono loro.

Arrivati a Milano sull’onda del successo del primo volume di “Endkadenz”, che hanno eseguito quasi interamente, i Verdena hanno conquistato l’Alcatraz sold out con un set di 27 canzoni, due ore e passa di musica viscerale e intensa. Grazie alla presenza di una tastiera e del musicista aggiunto Giuseppe Chiara – reclutato con un annuncio on line: “Gruppo rock avviato in zona Bergamo cerca musicista esperto. Richiesto molto tempo, impegno e soprattutto passione” – si sono proposti in varie configurazioni: gli autori di ballate semi-acustiche; gli sperimentatori di timbri inusuali; i rocker dall’impatto viscerale, soprattutto. Le basi preregistrate e i bordoni elettronici non hanno raggiunto un grande effetto, forse per via del suono saturo e distorto. In compenso, pezzi come “Valvonauta” e “Ovunque” hanno impressionato per impatto e partecipazione, e sono stati accolti dal pubblico come autentici inni.

Illuminati da una fila di fari dietro le spalle, accompagnati occasionalmente da alcune proiezioni, i Verdena hanno comunicato quasi solo attraverso la musica e il suono mostruoso. A vederli chini sugli strumenti sembrano artigiani rock che stanno affinando le loro creazioni lì, sul momento. Sono violenti negli staccati, poderosi nei crescendo, poetici nelle melodie che s’intravedono nelle canzoni, come nell’“Inno del perdersi” che dal vivo possiede un’intensità quasi dolorosa. Alberto Ferrari è il regista inquieto e s’alterna fra chitarre e tastiere, passa da un mezzo falsetto a un tono roco, e lancia occhiatacce a Chiara. Suo fratello Luca è una macchina ritmica inarrestabile, il motore del gruppo in grado di passare da momenti di pura potenza – il suono della batteria è molto “fisico” – a parti percussive dinamiche. Roberta Sammarelli, che imbraccia bellissimi bassi Gibson “diavoletto” e Hofner, aggiunge distorsioni viscerali, ma le frequenze del suo strumento sono fatalmente penalizzate.

Dal vivo le canzoni di “Endkadenz” sembrano piccole suite per persone affette da sindrome da deficit d’attenzione. È come stare sulle montagne russe, è un continuo cambiamento d’atmosfera, una specie di teatro psichedelico che fa tenere il fiato sospeso. Se una persona digiuna di rock fosse entrata all’Alcatraz si sarebbe fatta un’idea strana e sfortunatamente distorta di dove va la musica italiana. Prima i Jennifer Gentle, con la loro folle giostra psichedelica, poi i Verdena e il loro linguaggio segreto. Entrambi cercano di riscrivere le regole della canzone rock rifacendosi con personalità a modelli senza tempo. I primi stanno assieme da una quindicina d’anni, i secondi suonano da due decenni, eppure hanno ancora fame di musica e fantasia da vendere. E trasmettono una voglia contagiosa di libertà.

(Claudio Todesco)


SET LIST:
“Ho una fissa”
“Un po’ esageri”
“Sci desertico”
“Loniterp”
“Diluvio”
“Puzzle”
“È solo lunedì”
“Derek”
“Starless”
“Attonito”
“Lui gareggia”
“Caños”
“Castelli per aria”
“Trovami un modo semplice per uscirne”
“Inno del perdersi”
“Valvonauta”
“Vivere di conseguenza”
“Contro la ragione”
“Scegli me”
“Muori delay”
“Rilievo”
“Nevischio”
“Razzi arpia inferno e fiamme”
“Luna”
“Ovunque”
“Don Calisto”
“Funeralus”

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