NEWS   |   Recensioni concerti / 02/03/2015

I Decemberists dal vivo in Italia dopo otto anni: il report del concerto di Milano

I Decemberists dal vivo in Italia dopo otto anni: il report del concerto di Milano

di Mattia Ravanelli

Quando il pubblico è già bollente e ampiamente vinto, quando tutta la famiglia allargata dei Decemberists ha preso pieno possesso del palco, dell’atmosfera e Meloy ha già avuto modo di dedicarsi per un paio di momenti al suo bicchiere di vino rosso con fare da divertito intenditore, il leader della rumorosa fanfara di Portland si scusa a modo suo: “questa è una canzone nuova, o perlomeno è nuova pensando all’ultima volta che siamo passati in Italia”. E attacca The Gymnast, High Above Ground, un pezzo in realtà del 2003, tratto dallo splendido secondo album Her Majesty. I Decemberists mancavano dal Bel Paese addirittura dal 2007, otto lunghi anni che li hanno visti prima alle prese con un possente e complesso concept album (The Hazards of Love), poi raggiungere, un po’ a sorpresa, la vetta di Billboard con The King is Dead (2011) e ora tornare in grande e graditissimo spolvero con What a Terrible World, What a Beautiful World.

Per poco più di un’ora e mezza l’ensemble con multi percussionista, maestosa viola, mandolino, fisarmonica e una sezione ritmica da spellarsi le mani, non lascia al folto pubblico dei Magazzini Generali di Milano modo per lamentarsi del sovraffollamento. La sensazione è che, per il ritorno di una delle band più amate e peculiari dell’(ex?) scena indie a stelle e strisce, si siano affollate ben più delle 800 persone teoricamente destinate a colmare la capienza del locale meneghino. Ma alla fine, anzi anche all’inizio, chissenefrega: Meloy attacca subito senza lasciare spazio a discussioni con il brano d’apertura del nuovo album, quella The Singer Addresses His Audience che sembra una lettera aperta al “suo” pubblico e che, con la stessa voce potente, affidabile e capace che non lo abbandonerà neanche per un istante durante l’intero show, si tramuta in un perfetto brindisi alla festa che seguirà. Dentro c’è un po’ di tutto: c’è molto di questo nuovo disco naturalmente, con ampi apprezzamenti per Make You Better, il primo singolo, The Wrong Year, Better Not Wake the Baby e A Beginning Song. Un vero peccato la mancanza di Cavalry Captain, che idealmente collega questo LP con le origini di Castaway & Cutouts o Her Majesty, o della strepitosa Carolina Low, il cui tono soffuso e intimo, però, probabilmente mal si sarebbe coniugato con la serata divertente, ad altissimo tasso d’interazione con il pubblico.

Here I Dreamt I Was an Architect segna il primo dei due momenti in cui Colin si diverte a giocare con l’accompagnamento della folla a base di battiti di mano, suddividendo il pubblico in tre macro-membri aggiunti della band e tenendo alta l’adrenalina scatenata, poco prima, da Calamity Song e Rox in the Box. La sezione più allegra e scanzonata del concerto prosegue con spreco di aggettivi positivi e ideali travasi di amore dal pubblico verso il palco per Better Not Wake the Baby. Non solo buoni propositi, sorrisoni e battute nel classico italiano all’americana: la tripletta di A Bower Scene, Won’t Want For Love e The Rake’s Song trascina l’audience nelle spire affascinanti e misteriose di The Hazards of Love. È la prova che i Decemberists riescono a tenere lo show sospeso tra l’indole più divertita e frizzante delle canzoni da tre/quattro minuti, così come indugiare con totale conoscenza della materia nei pezzi lunghi e avvolgenti, come d’altronde certifica The Crane Wife 1 & 2 e The Crane Wife 3, eseguite una di spalla all’altra, dopo aver di nuovo incendiato le polveri con l’allegria polemica di 16 Military Wives. A sua volta perfettamente a suo agio nel raccogliere l’eredità di Down by the Water, tra le più apprezzate dal pubblico milanese.

A chiudere la serata una trascinante The Mariner’s Revenge Song, che riprende il ruolo che era già stato in passato di The Chimbley Sweep, con Meloy che istruisce il pubblico su come aiutare ad arricchire la ballata salmastra, tramutando idealmente il corridoio centrale dei Magazzini Generali nel pontile di un vascello fuori dal tempo e dentro lo stomaco di una balena che mastica la band e la risputa più applaudita che mai.

Era l’ultima data in Europa per i Decemberists, che ora tornano negli USA, ripartendo proprio dalla casa base di Portland. Un saluto esaltante, caloroso, divertente, tecnicamente impeccabile e che, si spera, non dovrà aspettare nuovamente oltre otto anni per replicare la sua alchimia a queste latitudini.

SET LIST:
“The Singer Addresses His Audience”
“Calamity Song”
“Rox in the Box”
“Here I Dreamt I Was an Architect”
“Better Not Wake the Baby”
“The Wrong Year”
“The Gymnast High Above Ground”
“A Bower Scene”
“Won’t Want for Love (Margaret in the Taiga)”
“The Rake’s Song”
“Down by the Water”
“Make You Better”
“16 Military Wives”
“The Crane Wife 1&2”
“The Crane Wife 3”
“A Beginning Song”
“June Hymn”
“The Mariner's Revenge Song”

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