Jovanotti, l’intervista di Rockol, pt. 1: il suono di "Lorenzo 2015 cc" - VIDEO

Jovanotti, l’intervista di Rockol, pt. 1: il suono di "Lorenzo 2015 cc" - VIDEO

Lorenzo Cherubini è soprattuto uno che sa raccontare e raccontarsi, che canti una canzone, organizzi una conferenza stampa come fosse uno show o faccia un concerto.
E’ il sogno e l’incubo di ogni giornalista: ogni frase che Lorenzo dice meriterebbe un’intervista a parte e spesso un titolo. Ogni risposta non è una risposta, ma apre altri dubbi e altre domande. E non si tira indietro su nessun argomento. Fargli domande diventa una sfida: chiedergli qualcosa che non gli abbiano già chiesto, fargli dire qualcosa che non abbia già detto.
“Lorenzo 2015 cc” è un disco seriale e reticolare, ma anche un monolite da 30 canzoni. E’ rock ’n’ roll e pieno di strumenti e stratificato. Ci siamo presi un po’ di tempo per ascoltarlo, e poi abbiamo provato a far parlare Lorenzo di musica, e solo di musica, dal suono del disco, alle passioni sia per l’elettronica che per l’EDM, ai futuri concerti. Una lunga intervista, talmente densa che ci abbiamo tirato fuori non uno, ma due video e l'abbiamo divisa in due parti. Ecco cosa ci ha raccontato. 

 

Hai detto più volte che “Lorenzo 2015 cc” è un disco istintivo, rock ’n’ roll. Ma il suono dell’album è molto ricco, non stratificato. 
Non c’è tanta roba, in realtà: le canzoni stanno in piedi con poche tracce. E’ un disco che potrebbe essere fatto con un vecchio 24 piste: batteria, basso, qualche tastiera, un po’ d’elettronica, ma poca. Per esempio non ci sono archi, non ci sono grandi tappeti di tastiere, non ci sono tanti overdub di voce, abbiamo volutamente tenuto alcune imprecisioni. L’Electric Lady, lo studio di New York, ci induceva a questo, è votato a quel tipo di linguaggio. Se pensi a cosa registrano lì, dagli Arcade Fire ai National.… E’ uno studio rock'n'roll.

Però ci sono molti strumenti diversi. 
Quello sì, ma senza voler essere un antropologo musicale. Ci sono tante batterie diverse e tanti batteristi diversi. Ho usato strumenti come il kanoon, o il dulcimer in un paio di pezzi. Ma non è un disco alla Peter Gabriel, con quel tipo di sonorità ricercate. E’ un disco che potrei suonarti in quartetto, con un power trio.

LEGGI QUA LA SECONDA PARTE DELL'INTERVISTA A JOVANOTTI

Lo strumento centrale mi sembra la batteria.  Quanti batteristi hai usato e come li hai scelti? 
Sì, la batteria Arriva dritta in faccia, e non è trattata: è venuto Pino Pischetola a registrarla con noi in America, non è manipolata, non è neanche messa a tempo. Ho usato quattro batteristi. Daru Jones è strepitoso, mi piacerebbe farci un tour ma è impegnato con Jack White. Poi Omar Hakim, che è IL batterista. C’è Mark Guliana, che è di origini italiane, il nome si chiamava Giuliana poi sai come succede, che è stato eletto miglior batterista del mondo da “Modern drummer”: è un funambolo. E poi c’è il batterista degli Antibalas, è un ragazzetto giovane di 20 anni.

E poi c’è la chitarra. E’ il tuo disco più chitarristico, questo: sei d’accordo?
Forse sì. Sicuramente degli ultimi anni, ma ora che ci penso forse di tutti. Ce ne sono tante: analogiche, modelli e pedaline diversi, un po’ acustiche, un po’ semiacustiche. E questa volta le ho suonate un po’ anche io: è la prima volta che le suono in un mio disco. Volevo proprio un po’ sgrammaticarla, la chitarra. Non è che la suono male volutamente, è che la suono così.

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Quando hai deciso che la chitarra sarebbe stata così centrale nel disco?
Sai, non sono partito per fare un disco così. Sono partito chiamando i miei musicisti, e quello è già un segno - se fossi partito dal computer avrebbe preso un’altra piega. Invece è nato da una jam session: ho pensato che volevo partire non dalla sintesi, ma dalla realtà. Poi quella realtà mi è piaciuta. 
Sentivo tanta EDM, tanta musica elettronica, però, perché ne sentivo tanta, mi sembrava di entrare in una stanza molto affollata - quindi c’è un po’ di quella roba lì nel disco, ma c’è altro. C’è una forma canzone quasi tradizionale nella scrittura: strofa, ritornello, strofa, ritornello, bridge e inciso. Poi c’è un tentativo di scrivere diversamente, e un approccio vocale diverso, più alto nella tonalità. 

Un nuovo modo di cantare, quindi?
Quello è figlio dei concerti. Tanti miei pezzi sono cantati sul registro basso: "Fango", "Mi fido di te"… Poi quando li porti dal vivo è più difficile cantarli su quel registro. I cantanti che fanno grandi spazi spingono molto sulle canzoni. Istintivamente mi veniva da spingerli al limite della mia tonalità, che non è certo quella di Sting, quindi rimane comunque abbastanza media.

L’EDM, dicevi. Da “Ti porto via con me” a “Lorenzo 2015 CC”, metti spesso i tastieroni nelle tue canzoni. Ti piace questa nuova ondata di musica elettronica?
Sì, mi piace. Mi piace quando mi piace, perché in realtà c’è tanta fuffa. Mi piace tutto l’arco costituzionale della dance, da Skrillex a Diplo, alle cose più dubstep, alla dance più minimale, fino al garage. Però quella zona da luna park, quella di Guetta, di Tiesto, di Calvin Harris a me piace. Mi gaso con quei riffoni di tastiera, che poi sono i riff di chitarra di oggi. 
Se vai nei grandi negozi di strumenti, te ne accorgi: la zona delle chitarre si restringe sempre di più, mentre quella dei tool, dei software, degli strumenti da DJ si allarga. E’ un percorso abbastanza irreversibile, nei grandi numeri. Poi ci sarà sempre il ragazzino che suona la chitarra, le sorprese arriveranno sempre da lì. Hai presente King Krule? Mi fa impazzire…

(Gianni Sibilla)

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