Ibeyi, intervista alle gemelle che esorcizzano la morte con i canti Yoruba

Ibeyi, intervista alle gemelle che esorcizzano la morte con i canti Yoruba

Una inizia una frase e l’altra la finisce. A volte parlano all’unisono, a volte battibeccano su un concetto, una data, un giudizio. “Siamo complementari”, dicono di sé. Le gemelle Lisa-Kaindé e Naomi Díaz, in arte Ibeyi, sono a Milano per parlare del loro omonimo album di debutto prodotto dal boss dell’etichetta XL Richard Russell, uno che ha collaborato con Gil Scott-Heron e Damon Albarn fra gli altri. Lisa, voce principale del duo, è più pacata e matura, innamorata delle grandi cantanti jazz del passato; Naomi è più esuberante e ha gusti moderni. La gemellanza è al cuore del loro progetto, una miscela suggestiva di armonie vocali delicate, semplici percussioni e manipolazioni elettroniche. Francesi, figlie del percussionista cubano Miguel Angá Díaz noto per avere suonato con il Buena Vista Social Club, hanno discendenza Yoruba. Presso il gruppo etnico dell’Africa occidentale la percentuale di parti gemellari è insolitamente alta, perciò nella loro cultura le gemelle assumono un significato speciale. Si dice che condividano la stessa anima. “Siamo l’una l’opposto dell’altra. Uniscici e otterrai una persona perfetta”.

La parola stessa Ibeyi significa “gemelle” ed è il nome di una divinità Orisha, la religione Yoruba basata sul culto degli spiriti. Nell’album ne compare un buon campionario, da Oya a Oshun alla stessa Ibeyi. Le gemelle Díaz evocano le antiche divinità in canti tradizionali in lingua Yoruba che aprono, chiudono e punteggiano il disco. “Sono preghiere”, spiegano, “ma non ne conosciamo il significato parola per parola. Risalgono a secoli fa e oggigiorno a Cuba nessuno parla più la lingua Yoruba, a parte i sacerdoti. Abbiamo imparato quei canti a Parigi con nostra madre e con l’amico di famiglia Orlando Poleo, un meraviglioso percussionista”. Per le Ibeyi le divinità Orisha non sono un vezzo, né un esotismo. “Ci crediamo profondamente”, spiega Lisa portandosi la mano al petto. “Non è superstizione, le abbiamo nel sangue. Ci aiutano a dare un senso alle cose della vita”. E anche ad esorcizzare la morte. Lisa e Naomi hanno dovuto affrontare la scomparsa della sorella maggiore Yanira nel 2013 e del padre nel 2006. Alla prima dedicano la canzone omonima, al secondo “Think of you”. E poi c’è “Oya”, ovvero “una preghiera alla divinità che veglia sui morti”. Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, non è stato Angá Díaz a spingere verso la musica le figlie, oggi diciannovenni. Naomi ha toccato le prime percussioni il giorno dopo la morte del padre, una coincidenza che lei definisce “inconscia e spirituale”.

Nate a Parigi, Lisa-Kaindé e Naomi Díaz hanno vissuto brevemente da bimbe a Cuba. Ogni anno tornano a visitare l’Avana e Pinar del Río, dove vive il ramo paterno della famiglia. “L’isola cambia di anno in anno”, raccontano. “Ora i cubani hanno il permesso di aprire un’attività e così ci sono sempre più bar e ristoranti. Ma lo spirito è intatto”. Nella loro musica l’influenza afro-cubana passa attraverso i suoni delle percussioni cajón e batá ed è abbinata a melodie pop e canti tradizionali. Con un po’ di fantasia, loro chiamano la miscela “contemporary negro spiritual”. “Ibeyi” è un disco ammaliante e discreto, minimale e sensuale, basato su sottili stratificazioni sonore dove l’antico incontra il moderno. Chi ha avuto l’idea di mischiare i due elementi? “Lei!”, risponde Lisa. “Io!”, dice contemporaneamente Naomi alzando la mano. “Volevo che nell’album ci fossimo noi due con un tocco d’elettronica e qualche beat hip-hop. Ero certa che avrebbe funzionato. Anzi, per la prima volta in vita mia ero sicura di qualcosa”. Lisa: “Abbiamo lavorato per sottrazione in modo che ogni singolo suono fosse importante. Abbiamo tolto il superfluo per arrivare all’essenza”. Anche dal vivo le Ibeyi si esibiscono in due e non si preoccupano delle platee numerose. “Hai le luci puntate negli occhi, neanche te ne accorgi. È peggio suonare per due persone che per duemila. Ma il pubblico peggiore è quello composto da amici e famigliari. Ti conoscono e perciò se hai fatto schifo te lo dicono in faccia”. Probabilmente le vedremo in azione in Italia quest’estate.

L’autarchia, per così dire, è fondamentale per le Ibeyi. “Un paio d’anni fa”, spiega Lisa, “siamo state in studio per registrare un EP con un altro produttore, Benjamin Constant. È stato lui a convincerci a non pubblicarlo dopo che ci ha viste dal vivo: l’EP non vi rappresenta più, ci ha detto, ora siete in grado di suonare la vostra musica da sole. Quello stesso giorno abbiamo chiuso l’accordo con la XL. Perciò era importante che suonassimo tutto da sole, con l’aiuto di Richard ovviamente che ci ha guidate e messo a disposizione strumenti e apparecchiature. Ecco perché l’album è così personale. È il nostro primo disco: è fondamentale che ci rappresenti al 100%. Non vogliamo guardarci indietro fra qualche anno e vergognarcene. E poi, essendo donne, provavamo il desiderio di sentirci forti, di avere il controllo della nostra musica”. Noemi si lamenta: “Oh mio Dio, nel business della musica sono tutti uomini…”. Conclude Lisa: “Sai, la gente ti giudica in base alla bellezza. Sei carina? Allora non sei capace”.

(Claudio Todesco)

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