Dargen D'Amico, 'D'io': 'Meglio poeta che politico' - INTERVISTA

Dargen D'Amico, 'D'io': 'Meglio poeta che politico' - INTERVISTA

Un disco riepilogativo di una carriera - specie se già di un certo peso - non è facile da assemblare: sono troppe le sfumature, le sterzate e i cambi di passo da mettere in conto, quando l'obbiettivo è quello di concentrare in un solo album la summa di un lavoro ormai più che decennale. Jacopo D'Amico ci ha provato, con "D'io", la nuova prova sulla lunga distanza del rapper milanese in uscita il 3 febbraio: "Non mi sono fai fermato a riascoltare i miei dischi, prima", ha raccontato lui a Rockol, "Quando ho iniziato a pensare a questo album, però, ho sentito il bisogno di farlo, per cercare di capire meglio quale fosse il percorso che mi ha portato dove sono.

Così dopo aver passato in rassegna tutta la mia carriera discografica ho realizzato come l'unico comune denominatore nelle mie canzoni fosse la tensione tra una dimensione intima e personale - io, appunto - e ciò che è unico, assoluto e fuori dal tempo. Di qui il titolo, 'D'io'. Tutto parte da qui, dall'oscillare tra questi due estremi. Ho cercato di mettere un punto, che potrebbe preludere o meno a una ripartenza, o a qualcosa di nuovo: non lo so. Almeno, adesso non ci sto pensando. Volevo riassumere in un disco tutto quello che ho fatto fino ad oggi: non ho idea se ci sia riuscito.".

Il volume di materiale da inserire, va da sé, era enorme: "Sì, può darsi che qualcosa sia rimasto fuori. Se è successo, però, riguarda più un'idea per un brano specifico. C'entra col modo che ho io di lavorare: non sono un musicista, non accumulo appunti per poi metterli insieme: quando ho un'idea, preferisco farla fermentare nella mia testa, per poi darle una forma quando inizia a diventare fastidiosa. E' così che succede...".

Dici Dargen D'Amico e pensi a Milano: "Non sarei chi sono se non fossi nato e cresciuto in questa città, che per me rappresenta ancora un ventre materno nel quale rifugiarmi. Per dire, per scrivere 'Modigliani' quest'estate sono stato un mese in Islanda: pensavo che un paesaggio così lunare e disumanizzato mi avrebbe portato ad avere un'ispirazione diversa. In parte è stato così, ma finché sono stato lì non sono riuscito a scrivere una parola. Quando sono tonato a casa, invece, non ho avuto problemi". Quella "Milano piena di difetti, infatti poi ci veniamo tutti", come canta lui in "Amo Milano": "Perché, alla fine, è il tipico controsenso di chi la giudica duramente per poi venirci ad abitare", spiega lui, "In questo caso, i difetti di Milano siamo noi che ci viviamo. Però è anche vero che siamo noi che ci viviamo a rendere questo posto unico". C'è poi l'altro lato della medaglia, cantato in "Lunedì chiuso", cioè la provincia che abbraccia la grande città: "Anche se l'Italia è un po' tutta provincia, Capitale compresa, è vero che vivere fuori da un grande centro urbano siamo duro, per chi ha in mente di fare l'artista: a pesare sono i giudizi delle persone, in primis quelle che ti stanno più vicine. Me ne sono reso conto parlando con colleghi più giovani: è un problema che si dà per scontato, magari forse anche superato, ma che c'è ancora...".

D'Amico ha le idee chiare, tanto chiare da aver scelto come brano apripista per "D'io" "La mia generazione", brano che già dal titolo - Who a parte - mira in alto: "E' l'unica canzone che mi ha provocato un certo senso di fastidio, perché è l'unico episodio non strettamente personale del disco. Mettiamola così: se tutti gli altri pezzi sono selfie, questo è una panoramica. E il timore che avevo era quello di arrogarmi il diritto di fare un affresco di questa generazione, quando altri - infinitamente più bravi di me, e penso a Gaber, tanto per citarne uno - sono già riusciti nell'impresa. Non nascondo che sia stata una sfida, in un certo senso: l'idea non era quella di parlare della mia generazione, ma di una generazione. Non è una canzone legata al tempo e all circostanze: se fossi nato nel Sessantotto, molto probabilmente avrei scritto le stesse cose. Anche se, attenzione: non sono un poeta o una scrittore, non scrivo libri".

Però che gli sia stata cucita addosso l'etichetta di "poeta" o "cantautore rap" è innegabile: "La poesia è tutto ciò che si definisce come tale: nel senso comune contemporaneo, in genere è un concetto che si associa alla parola non utilizzata per fini immediatamente utili. Quindi sì, come definizione non mi dà fastidio, anche se magari non mi ci ritrovo, perché io e i poeti italiani che si studiano a scuola non solo giochiamo in due categorie diverse, ma pratichiamo sport differenti. Tuttavia preferisco che mi chiamino 'poeta' che 'politico'". Probabile che l'equivoco sia imputabile allo stereotipo che il grande pubblico ha del rap e dei rapper: "E' vero che l'hip hop come lo si intende genericamente oggi debba la propria popolarità a certi topos - come la presentazione delle donne nei video, sempre provocanti e svestite e tutto il resto - di facile presa, anche commerciale. Però gli USA ci hanno insegnato come si possano fare cose molto diverse, più rimanendo nei confini di questo ambito. Tutto dipende da noi che ne facciamo parte, da dove vorremo concentrare l'attenzione: è vero che il rap in Italia sta vivendo un periodo d'oro, ma è altrettanto vero che questo periodo potrà essere considerato tale solo se verrà sfruttato come trampolino per fare un passo avanti".

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