Estate 2015: gli italiani ammazzano i festival?

Ci sono, sì, realtà solide e funzionali sul panorama musicale estivo dal vivo in Italia, e rassegne ormai istituzionali come il Rock in Roma o il Lucca Summer Festival (o festival emergenti come l'Home Festival di Treviso, per citarne uno), dopotutto, sono lì a dimostrarlo. L'estate rock all'aperto italiana, però, negli ultimi anni ha perso dei pezzi difficili da rimpiazzare (e, al proposito, di una nuova edizione di Mondo Ichnusa al momento non si hanno notizie), e presto potrebbe perderne altri.

Perché da una parte ci sono dei promoter e degli imprenditori pronti a tenere duro, e dell'altra dei comitati di quartiere sul piede di guerra o delle giunte comunali che di collaborare, proprio, non ne vogliono sapere. Così, mentre all'estero si annunciano i sold-out nelle prevendite e .le ultime definizioni nei cartelloni dei maggiori eventi per la prossima estate, qui da noi manifestazioni di primi piano ancora lottano nella speranza di poter aprire i battenti. C'è chi è fortunato, come il Milano City Sound, che proprio in queste ore dovrebbe ufficializzare la propria edizione 2015, e c'è chi ancora naviga a vista - Rock in Idro e Arezzo Wave - nella speranza che qualosa, di qui a breve - perché se Roma non è stata costruita in un giorno, nemmeno un festival di prima grandezza si può organizzare in una settimana - si muova. Ecco, quindi, cosa abbiamo rischiato, o ancora stiamo rischiando, di perderci per la prossima estate.

Il Rock in Idro, dopo anni passati a migrare tra le aree periferiche al capoluogo lombardo, pareva aver trovato un porto sicuro nell'Arena Joe Strummer del Parco Nord, a Bologna: la conferenza stampa - e le dichiarazioni degli attori coinvolti (municipalità e promoter) - prima, durante e dopo l'edizione 2014 parlavano di un contratto triennale che avrebbe messo in sicurezza il festival almeno fino al 2017. Poi, a inizio del 2014, l'amara sorpresa: un ripensamento del Comune avrebbe indotto l'agenzia organizzatrice, Hub Music Factory, a tornare sui suoi passi e cercare - compatibilmente con le tempistiche necessarie per organizzare una manifestazione di tali proporzioni - una location alternativa. "Siamo rimasti soli, ancora una volta, nella ricerca di una location che di diventare stabile - purtroppo - non ne vuole sapere", ci ha confessato una decina di giorni fa il co-fondatore della Hub, Alex Fabbro, allora prossimo a una riunione con l'assessorato che sulla carta avrebbe potuto essere dirimente. Ma che, ad oggi, di sbrogliare la situazione non è stata ancora in grado.

Problemi, ma connessi ai comitati di quartiere, li ha avuti anche il Milano City Sound, il tribolato festival milanese un tempo ospitato dall'Arena Civica poi spostatasi - negli ultimi due anni - all'Ippodromo, sempre nel capoluogo lombardo, e che dal 2015 troverà spazio in una porzione del parco di Monte Stella, sempre nel quartiere di San Siro: dopo ripetuti sopralluoghi tecnici da parte delle autorità, la rassegna organizzata da Vittorio Quattrone dovrebbe ufficializzare la nuova edizione a giorni. Ancora top secret, al momento, il cast per la prossima estate, anche se il promoter ha già anticipato - per sommi capi - quali saranno le caratteristiche della rassegna prossima ventura: nell'area concerti di trentamila metri quadri complessivi, oltre a due aree per altrettanti palchi - della capienza di 18mila presenze per il main stage e 3mila per il palco secondario - troveranno spazio anche posti ristoro, strutture sportivi e spazi polifunzionali per incontri, corsi e altro. "Ci hanno accusato di voler cementificare uno spazio verde", ha risposto Quattrone alle accuse dei comitati che hanno dato battaglia perché il Comune non concedesse lo sfruttamento del parco attiguo all'ex area del PalaSharp: "Per la verità il discorso portato avanti da chi ci osteggia vede nel pubblico dei concerti un'orda di criminali. Il nostro scopo, invece, è solo quello di valorizzare - per due mesi su dodici - una porzione di uno spazio verde di Milano, che comunque resterà a disposizione del pubblico. Il piano sottoposto ai tecnici del comune, che, tra l'altro, non hanno mai rilevato irregolarità, non prevede nessun intervento che possa arrecare danni permanenti (come, ad esempio, l'utilizzo di piastre in acciaio o in cemento per gli allestimenti), ma include il ripristino a nostro carico del manto erboso dopo la manifestazione in zone che ne prevedano l'eventuale rinnovamento".

Ancora più ricca di ostacoli, che ne starebbero seriamente ipotecando la realizzazione, è la strada che potrebbe condurre al prossimo Torino Traffic Free Festival. Le ultime, in merito, sono state riferite a metà gennaio dal giornalista della Stampa Gabriele Ferraris: nonostante un progetto molto ambizioso, che potrebbe vedere iscritti nel cartellone i nomi nientemeno che di Thom Yorke e Bjork, l'impossibilità da parte del municipio del capoluogo piemontese di finanziare la manifestazione, unita alla confusione creatasi in giunta dopo la presentazione di almeno tre progetti, due da parte degli organizzatori storici (divisisi in due gruppi, con da una parte Gianluca Gozzi e il chitarrista dei Subsonica Max Casacci, e dall'altra il direttore artistico del locale Hiroshima Mon Amour Fabrizio Gargarone e il giornalista Alberto Campo) e uno (quasi subito abortito) da parte della giunta, non avrebbe fatto altro che complicare ulteriormente il processo di organizzazione, già dalle fasi preliminari.

Non va meglio dall'altra parte dell'Italia, a Napoli, dove il Neapolis Festival, già lo scorso anno, fu costretto a chiudere i battenti. E anche per la prossima esatte Sigfrido Caccese, che della manifestazione è uno degli organizzatori, vede nero. E ripete riflessioni che gli addetti ai lavori conoscono fin troppo bene: "Sembra che la formula festival, in Italia, di funzionare non ne voglia sapere. Soprattutto in una città come Napoli, che oggi come non mai sta mostrando una scarsa inclinazione verso questi spettacoli. Ed è un vero peccato, non solo per gli appassionati, perché un festival come il Neapolis crea un grande indotto". Scarsa vocazione festivaliera a parte, il muro di gomma contro al quale rimbalzano i tentativi degli organizzatori pare essere il solito: "La mancanza di collaborazione da parte delle istituzioni è totale", denuncia Caccese, "Ormai, ad averli come interlocutori, non ci proviamo nemmeno più. Per il resto noi non molliamo, e a organizzare il festival ci proviamo. Magari su soli due giorni, invece di tre, come successo in occasione delle passate edizioni, magari più in piccolo: se non quest'anno, l'anno prossimo la formula giusta per imbastire la manifestazione la si troverà". E se dovessimo dare una percentuale di possibilità di una riapertura dei battenti già per la prossima estate? "Il 20, 30%. Non di più...".

E non c'è storia o tradizione, quando si tratta di mettere in piedi un festival, a tenere. Lo sanno bene gli organizzatori di Arezzo Wave, una delle sigle storiche sul panorama tricolore, che da un paio d'anni a questa parte sembrava aver ritrovato il suo spazio - seppure decentrato, nel 2013, quando si tenne in Valdichiana, rispetto alle edizioni storiche - nella città che gli aveva dato i natali: l'edizione del 2015 della manifestazione ideata da Mauro Valenti è a rischio. Il problema? Il solito: istituzioni estremamente lente nel fornire risposte e comitati di zona sul piede di guerra. A spiegarlo è stato lo stesso Valenti, in una lettera aperta inviata al Corriere di Arezzo: "Nelle edizioni 2012 e 2014 (nel 2013 non ci è stata data la possibilità di farlo ad Arezzo) abbiamo investito più di 1.200.000 euro senza ricevere un euro dal Comune, portando risorse nel territorio e mettendo Arezzo come capitale delle politiche musicali giovanili del nostro paese. Ciò nonostante ogni nostra richiesta è ignorata, cosa strana visto anche il marchio di proprietà comune tra fondazione e amministrazione e l'obiettivo teorico della sua valorizzazione".

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