NEWS   |   Italia / 22/01/2015

Verdena, 'Endkadenz Vol.1': l'ascolto di Rockol

Verdena, 'Endkadenz Vol.1': l'ascolto di Rockol

“Alieni fra di noi”, recita il titolo della traccia numero dieci. Questi sono i Verdena, oggi: alieni. Nel sesto album portano alle estreme conseguenze le loro idiosincrasie sonore, introducendo qualche piccola novità. Ci sono chitarre che sembrano tastiere e tastiere che sembrano ottoni. Canzoni le cui forme si disintegrano per poi ricomporsi dopo poche battute. Ballate, o qualcosa del genere, scritte al pianoforte. E poi ci sono i testi come “domo un mai, dissolvo un che, ormai mi aspetti lì giù in canyon” e “forse una pietra è già, vivi come sempre fa non smette mai”, a dimostrazione che volte i suoni sono più importanti dei significati. Irrequieti come sono, i Verdena non si sono accontentati del successo del doppio “Wow” del 2011, secondo in classifica in Italia. Dopo un disco così potevano pubblicare l’album della normalizzazione, quello in cui le idee vengono messe giù in bella copia, e invece hanno alzato l’asticella. “Endkadenz Vol. 1” è ancora più viscerale e selvatico di “Wow”, e persino più prolisso se si considera il secondo volume che verrà.

I Verdena la raccontano così. Dopo il tour di “Wow” si sono chiusi in sala e per un anno hanno scritto come forsennati, mettendo da parte una dozzina di cd pieni di idee, riff, bozze. Quando s’è trattato d’incidere, però, il registratore era fuori uso. Al posto di prendersi una pausa hanno ricominciato a comporre, questa volta al pianoforte, ed è uscita un’altra dozzina di brani. Totale: 26 canzoni, due ore di musica, un altro album doppio. La casa discografica ha ritenuto saggio pubblicarlo in due fasi: “Endkadenz Vol. 1” il 27 gennaio, “Endkadenz Vol. 2” prima dell’estate. Oggi si fatica a sentire una canzone per intero, ci si può mettere ad ascoltare dischi così lunghi?

Si può, se si tratta dei Verdena. Qui Roberta Sammarelli e i fratelli Alberto e Luca Ferrari si prendono ogni tipo di libertà. Il primo estratto “Un po’ esageri”, con un riff implacabile quanto quelli dei Queens of the Stone Age, è efficace e un po’ fuorviante, essendo uno dei pezzi più lineari e vagamente canticchiabili dell’album. Fa immaginare un disco di guitar rock e invece dentro a “Endkadenz” c’è molto di più. C’è sì il suono chitarristico mastodontico di “Ho una fissa”, ma pure il pop (si fa per dire) di “Contro la ragione” con campionamenti di ottoni e un pianoforte suonato in modo elementare. Ci sono la coda quasi industrial di “Rilievo” e l’atmosfera psichedelico-circense di “Diluvio”. C’è “Vivere di conseguenza” che ricorda un po’ i Beatles e un po’ (i Verdena mi ammazzeranno) i Supertramp e c’è una sorta di suite di quasi sette minuti chiamata “Funeralus”. E quando i tre chiudono “Inno del perdersi” con un finale d’altri tempi, aggiungono gli applausi da soli, per prendersi in giro.

“Endkadenz Vol. 1” trasmette un senso di precarietà. Va ascoltato in cuffia, per godere dei tanti particolari prodotti non solo da chitarra, basso e batteria, ma anche da pianoforte, sintetizzatore, organo, Wurlitzer, Mellotron, fisarmonica, da una buona varietà di percussioni più qualche campionamento. Il suono saturo e violento arriva a ondate, le canzoni cambiano spesso atmosfera, l’intensità non scema mai. È ovvio che i Verdena sono ancora affamati di musica e pieni di fantasia. Suoni elettronici s’integrano perfettamente con i riff grezzi di sempre e nuovi colori emergono dalle canzoni scritte al piano come “Puzzle” oppure “Nevischio”, una ballata d’amore tutta chitarra acustica e ticchettio di legnetti che è stata registrata e mixata da Marco Fasolo dei Jennifer Gentle, la band che aprirà le date del tour dei Verdena in partenza il 27 febbraio. E poi c’è la voce di Alberto che qui è in tutto e per tutto uno strumento come gli altri.

“Endkadenz Vol. 1” sembra un cantiere musicale aperto. L’indeterminatezza è la sua cifra. I Verdena non hanno posto limiti alla creatività, hanno lasciato fruire liberamente la musica, non si sono preoccupati di limare gli eccessi o scovare ritornelli accattivanti. La ricerca di una forma di bellezza stranita e inusuale, perseguita con tanta sfrontata generosità, dà vita a una sequenza musicale bizzarra e sfinente, un’immersione nell’universo di un gruppo devoto alle proprie visioni. Questo spirito anticonvenzionale non può che far bene al rock italiano che ha bisogno di tutto tranne che di carinerie e ammiccamenti. Però dopo un’ora di questi Verdena ci si sente come il musicista della foto che ha ispirato il titolo del disco: sfiniti, coi timpani rotti e la testa ficcata dentro uno strumento.
 

(Claudio Todesco)

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