Franc Roddam, da ‘Quadrophenia’ a Masterchef: intervista al regista dei Mod / 3

Cambiamo argomento e parliamo dell’altro capolavoro della tua carriera, Masterchef, un successo globale in senso assoluto. Lo avresti mai detto, lo prevedevi?
Eh, non è la prima volta che me lo chiedono… La verità è che ho creato tante cose, e al momento ho sempre immaginato che avrebbero potuto avere successo. Mentre le facevo pensavo: bellissimo, diventerà famoso… Ma in realtà, sinceramente, credo che Masterchef potrebbe essere ancora più famoso. Per esempio, non capisco come mai non sia un marchio gastronomico globale, considerando che filmiamo in 180 paesi e abbiamo 60 produzioni aperte. Dovrebbe essere la marca di cibo più grande del mondo, dovremmo farci del merchandising. Quindi sì, è parzialmente una sorpresa, ma non del tutto per me. Sono come Icaro – penso di potere volare. Ciò non di meno, è una cosa bellissima. Molti registi sono correlati alla ristorazione, pensa a DeNiro con Nobu. C’è qualcosa tra i registi e il cibo. Ma devo dirti che la mia vera intenzione nel fare Masterchef era generare denaro per finanziare altre sceneggiature e libri, mi servivano soldi per sviluppare i miei film. Uso i fondi generati da Masterchef in molti modi – iniziative benefiche, acquisto di diritti per opere a fumetti, una casa editrice… E devo dirti che allo stesso tempo adoro Masterchef, penso che sia un programma bellissimo – ho anche visto la versione australiana e quella italiana. Per me funziona bene perché spinge la gente a smettere di essere appiattita sulla propria vita e chiedere di più, aspettarsi di più.

C’è una killer app nel tuo format televisivo?
L’idea originale – e ci scherzavo su, al tempo – era presa dalla Rivoluzione Francese, “Cibo per il popolo e dal popolo”. In Inghilterra dopo la Seconda Guerra Mondiale la produzione di massa di alimentari crebbe moltissimo, in reazione alla carestia dell’epoca bellica. Che bello avere sempre questa enorme disponibilità di cibo! Ma a un certo punto la qualità deve essere finita fuori dalla finestra. E io credo che la gente adori il cibo! Se guardi alla storia del genere umano, è solo da relativamente poco (dalla Rivoluzione Industriale) che le cose sono cambiate. Lavorare ha sempre significato due cose: procacciarsi il cibo e stare al caldo. Oggi la gente lavora per avere una Maserati o per una vacanza alle Maldive, ma dall’inizio dei tempi il cibo per l’uomo è sempre stato una delle cose fondamentali della vita. Mia madre era una brava cuoca: vengo da una grande famiglia in cui ogni pasto era una celebrazione.

Lavori ancora sul format di Masterchef o ne sei ormai distaccato?
Faccio il consulente, il mio ruolo è quello di spingere per una continua espansione. Abbiamo creato una guida di stile per il programma, per renderlo uniforme nei colori, nei simboli, e per restare coerente con l’idea di base: mai criticare la gente ma solo il cibo. Una guida di stile intorno a una filosofia e a una struttura di base – ed oggi ci sono molte persone meravigliose che lo realizzano. Comunque non interferisco nelle singole produzioni, ma in caso di grossi cambiamenti mi consultano.

Hai sostenuto in passato che una delle principali missioni del format consisteva nella democratizzazione della cucina. Missione compiuta? Te lo chiedo perché io noto un rovescio della medaglia, una tendenza da parte della gente comune a interessarsi meno del cibo (ingredienti, tradizione, tecnica) e molto più, quando non solo, all’aspetto mediatico…

E’ importante mostrare alla gente cosa c’è a disposizione… Quando facemmo Masterchef per la prima volta, la working class britannica non cucinava granché. Nella prima puntata mi pare che avessimo un tassista e un parroco. L’idea che un tassista potesse essere un gran cuoco era scioccante. Credo che Masterchef abbia realizzato varie cose. Ha sicuramente generato più interesse per il cibo, c’è molta più gente che cucina. Poi, come dici tu, fornisce intrattenimento. Ma anche ispirazione. Hai presente il gioco Scarabeo? Beh, con tutte le mie idee democratiche ero il primo a non riuscire a credere che il campione del mondo provenisse dalla mia città natale. “Dio, non ci posso credere!”. Credo che la semplice idea che l’uomo comune possa fare di più e ottenere di più, che possa assumere maggiore controllo sulla propria vita sia importante. E’ un’idea che emerge anche da “Quadrophenia” così come dai grandi film italiani come “Ladri di biciclette” – la vita delle persone e le loro lotte quotidiane sono una materia molto interessante. E il cibo è una delle cose importanti della nostra vita. Tutto ciò che spero è che il cibo orribile sia messo da parte!

Hai una casa editrice, Ziji Publishing: che ruolo ha nella tua carriera attuale? Cosa sta facendo al momento?
In Inghilterra se vuoi diventare tassista impieghi qualcosa come tre anni per ottenere la tua licenza. Però, quando ce l’hai, puoi smettere di fare il tassista e ricominciare quando ti pare. Io non ho una casa editrice per guadagnarmi da vivere, pubblico per divertimento e quando si presenta un’occasione. L’anno scorso abbiamo pubblicato un solo libro. Io e il mio editor abbiamo impiegato 14 mesi per completarlo. Parla di qualcuno su cui avevo prodotto un documentario per la BBC quando aveva dieci anni. Ora ne ha una cinquantina e ha trascorso la sua vita in strutture per l’igiene mentale. E’ molto intelligente ed è un incompreso. Gli avevo sempre detto: “Se vorrai scrivere un libro te lo pubblicherò”. C’è voluto molto, non abbiamo fatto un soldo, ma il libro ha salvato una vita: la sua. Poi mi sono detto: ora basta con il publishing per un po’, mi ridedico alle sceneggiature. Ed è ciò che sto facendo.


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Nessun film da regista all’orizzonte..?
Ho avuto una carriera molto strana. A un certo punto andai a Hollywood e cercavo di fare film che là non volevano fare. E finii per fare film che io non volevo fare. Ma adoro il cinema. Attualmente ho tre sceneggiature completate e stiamo cercando di reperire i fondi per realizzare i film. Il primo sono dieci anni che cerco di farlo: parla degli effetti della guerra sui bambini ed è una bellissima storia tratta da un romanzo africano. Ci abbiamo provato ben sei volte, sempre senza riuscire ad andare avanti e perdendo soldi. Ora pensiamo di realizzarlo come film d’animazione: ho trovato una casa di produzione belga che ha accettato di finanziarlo al 50%. Per farlo partire userò parte dei soldi che ho fatto con Masterchef. Il secondo film mi hanno chiesto di dirigerlo, è ambientato in Australia – siamo partiti col casting anche se non abbiamo ancora reperito i fondi, sono appena tornato da Los Angeles. Il terzo l’ho scritto con mio figlio. Dovrebbe essere un film europeo a basso budget. Per certi versi ricorda “Quadrophenia” perché parla di giovani, ma non è sul rock and roll. E’ divertente, prende in giro un po’ dei tic dei giorni nostri. Anche questo sarà realizzato in partnership al 50% con un’altra società.

Cosa hai imparato a Hollywood?
Grande domanda. Direi: se sei un regista, non andare a Hollywood per fare film personali. Che è quello che ho fatto io. Forse per un americano è più facile, ma da europeo... Io sono andato in America per fare film sostanzialmente anti-americani. Mi sa che a un certo punto l’FBI mi seguiva pure! Io arrivavo dall’Inghilterra sulla scorta del successo di “Quadrophenia”, che era stato salutato come il migliore film inglese degli ultimi vent’anni. Così ottenni un contratto di tre film con la Twentieth Century Fox, e mi dissero: “Puoi fare qualsiasi film tu voglia. Allora, che vuoi fare”? Era il 1979 e io risposi: “Voglio fare un film che si intitola “Rain forest””. E loro: “Ma cos’è”? “Parla della distruzione della foresta amazzonica”. “Ma a chi interessa?!? Comunque vabbè, fallo pure”. Così trascorsi 6 mesi in Amazzonia, ed ero convinto che sarebbe stata una grande opera, il mio “Quarto potere”. Ma alla fine non lo feci. E 25 anni dopo credo che il 30% della foresta sia scomparsa.

Leggi qui la prima parte dell'intervista a Franc Roddam, regista di "Quadrophenia" e ideatore si "Masterchef".

Leggi qui la seconda parte dell'intervista a Franc Roddam, regista di "Quadrophenia" e ideatore si "Masterchef".

Leggi qui la recensione dell'album "Quadrophenia: the director's cut"

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